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La parola della domenica 25 Dicembre 2011 (Casati)

Is 52, 7-10
Eb 1,1-6
Gv 1,1-18

Questa liturgia che celebra la nascita del Salvatore nella notte del mondo,vede protagonisti i nostri occhi. Il Natale come un incrociarsi di sguardi. La città, Gerusalemme, al tempo del profeta, è un cumulo di macerie. E non è la sola, sono mesi che ci portiamo negli occhi il peso delle macerie, e a macerie si aggiungono macerie, le macerie come esito di una umanità o di una disumanità. La città è nel simbolo delle macerie, ma le sentinelle alzano la voce. Che cosa vedono i loro occhi? Vedono il ritorno del Signore. Occhi che vedono: "Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio".
E Giovanni, nella poesia a cielo aperto del Prologo del suo vangelo - anche Giovanni - parla di occhi che bucano le tenebre del mondo: "E noi vedemmo" - dice - "la sua gloria". Dove? Dove è ora la gloria di Dio? Dove l'andrete a cercare? Dove i nostri occhi vanno questa notte a cercarla? Il Verbo si è fatto carne, ha messo la sua tenda in mezzo a noi. I nostri occhi non vedono altro che la fragile carne di un neonato. D'ora in poi cercala lì, e non altrove, la gloria di Dio. Vedremo?: me lo chiedo. I nostri occhi vedranno qualcosa, qualcuno al di là delle macerie della città spezzata, del cuore spezzato, vedranno il ritorno del Signore, il bagliore della sua presenza? È questo che ci ha spinti qui questa notte, numerosi come sempre, dai più diversi quartieri dello spirito. Bisogna avere occhi. Per questo vorrei che ci facessimo tutti un augurio: sono parole che ho trovato su un foglio, folgorato da due occhi dilatati di Maria, sorpresi dal foro delle mani del suo Figlio. E accanto agli occhi spalancati, due amiche avevano trascritto un testo di Origene, un augurio, una preghiera, questa: Possa il Signore Gesù toccare i nostri occhi per renderci capaci di guardare non ciò che si vede ma quello che non si vede. Possa aprirli, questi occhi, perché contemplino non il presente, ma l'avvenire e possa donarci gli occhi del cuore con cui possiamo vedere Dio attraverso lo Spirito. Ebbene, che cosa leggiamo in questa carne, piccola, tenera, indifesa carne di un neonato, uscita dai nove mesi? Che cosa vediamo in questa carne abitata dalla luce? Vediamo -scusate l'espressione - vediamo gli occhi di Dio, lo sguardo di Dio. Ci sentiamo guardati. E non è poca cosa: essere guardati. È come sentirsi strappati alla solitudine e dall'insignificanza. Infatti, "nessuno che si accorga di te", "nessuno che ti guardi", è una delle esperienze più amare, vicina all'altra dello "sguardo che ti incenerisce", "guardato dall'alto in basso". La gloria di Dio riposa in una mangiatoia e ti senti guardato da Dio, ti senti guardato dalla benevolenza. Tutti noi guardati. È questo che siamo venuti a contemplare nella notte: lo sguardo di Dio, su di noi, su questa terra. È uno sguardo che ci illumina. In questi giorni, posso dirvelo, mi rimormorava dentro -non so perché, non sai mai perché certe parole ti rimormorino dentro - le parole del salmo 34: "Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri occhi" (Sl 34,61). E mi chiedevo: se i nostri volti sono confusi e non sappiamo più nemmeno chi siamo - a giudicare da quello che stiamo facendo, non sappiamo più di essere degli umani - se i nostri volti sono confusi, non sarà perché non guardiamo più Dio? O perché diciamo, sì, di guardare Dio, ma non osserviamo dove Dio ha messo la sua gloria? L'ha messa nella carne fragile di un bambino, nel piccolo. Ed è un rivoluzionario Dio. È in contro tendenza. Non so se misuriamo quanto sia in contro tendenza il Natale che dice: "Dio è nel piccolo, nell'infinitamente piccolo". Guardate il piccolo, il fragile, il disprezzato. Pensate la carica rivoluzionaria di questo messaggio in una società dove ad attirare attenzione in tutti i modi, con le arti più raffinate, fino all'ossessione, sono i grandi, loro sotto i riflettori, le loro grandi scenografie, la seduzione del grande. Le storie dei piccoli, se le mandano in onda, le mandano in onda nelle ore del sonno. Ma, pensate, in una società in cui vali non per la tua carne di uomo, ma perché hai un titolo, perché hai una laurea, perché sei apparso in televisione, perché hai fatto carriera, perché sai gridare, che forza dirompente ha il Natale, quello vero, che dirotta l'attenzione sul piccolo, sul bambino che non ha altro titolo che quello di essere un umano, un cucciolo di uomo. E basta questo, basta essere un umano, perché uno abbia tutta la sua dignità e tutto il nostro rispetto, non occorre altro. Non occorre altro dal giorno in cui Dio ha messo la sua gloria in un bambino. E dunque se questa notte hai avuto occhi, occhi del cuore, per vedere Dio, non potrai, non dovrai, farti più abbagliare dalle immagini vuote della grandezza mondana. Togli i riflettori, porta la tua passione sull'infinitamente piccolo. Questa nascita nella carne di un bambino è invito a guardare i piccoli, a chinarsi sulle cose umili, a dare onore a chi è ai margini. Sarà Natale di Dio, Natale vero. E sarà Natale dell'uomo, Natale del mondo. 

Fonte: sullasoglia

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