Appunti di spiritualità dell'Avvento: Maria icona della preghiera (Matias Augè)

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E’ pertinente oggi più che mai il ritorno ai grandi modelli di preghiera cristiana. Infatti la preghiera, come tutte le grandi esperienze, ha bisogno di una “iniziazione”. Bisogna per questo andare alla scuola di qualcuno che si sia immerso egli per primo nel mistero della preghiera e che sia quindi in grado di prendere gli altri per mano ed introdurli in essa. A tale scopo, si potrebbe far ricorso ad alcune figure eminenti e più note della storia biblica o della spiritualità cristiana, cioè ai santi e mistici particolarmente significativi. Ho pensato però che Maria, chiamata dal Catechismo della Chiesa Cattolica “l’Orante perfetta, figura della Chiesa” (CCC, n. 2679), è senza ombra di dubbio, dopo Gesù, l’esemplare di preghiera supremo e universale da proporre a tutti i cristiani.
 
            Il Catechismo contempla la preghiera di Maria nella cornice della storia della salvezza e in stretto rapporto con il ruolo che la Vergine Santissima svolge in questa storia: “La preghiera di Maria ci è rivelata all’aurora della pienezza dei tempi. Prima dell’Incarnazione del Figlio di Dio e prima dell’effusione dello Spirito Santo, la sua preghiera coopera in un maniera unica al disegno benevolo del Padre: al momento dell’Annunciazione per il concepimento di Cristo, e in attesa della Pentecoste per la formazione della Chiesa, Corpo di Cristo …” (CCC, n. 2617). Occorre ricordare che se tutto l’Antico Testamento gravita attorno a Cristo come al centro della storia salvifica e alla sua finalità definitiva, questa dinamica investe anche la Madre di Gesù, che partecipa con lui alla “pienezza del tempo” (Gal 4,4).
 
            In concreto, però, nelle testimonianze neotestamentarie non troviamo delle indicazioni particolari sui contenuti e circostanze della preghiera di Maria. L’unica preghiera attribuita alla Madre di Gesù è il Magnificat, preghiera di “esultanza” di cui Luca è il solo agiografo neotestamentario a trasmettere il testo (Lc 1,46-55). La preghiera non è semplicemente un rapporto verbale con Dio, ma un rapporto vitale, di cui il rapporto verbale è un’espressione esplicita, ma sempre parziale. Incontriamo nel Nuovo Testamento una serie di indicazioni che ci permettono di conoscere alcuni atteggiamenti interiori di Maria nei diversi momenti della sua vita che sono forse più eloquenti delle stesse formule di preghiera. Il Catechismo mette in evidenza l’atteggiamento di Maria nell’Annunciazione, alle nozze di Cana, ai piedi della croce, in attesa della Pentecoste. Facendo tesoro di queste indicazioni, e senza pretende di essere esaurienti, possiamo illustrare alcune delle caratteristiche più salienti della preghiera della Vergine Santissima.
 
            1. La preghiera di Maria tra silenzio e ascolto. La Tradizione parla della preghiera come di un dialogo o colloquio con il Signore. La preghiera, infatti, stabilisce un rapporto personale con Dio. Pregare è entrare nella zona di influenza di una Presenza. E’ dialogo con un Presente, non con un assente. Diversamente la preghiera diventerebbe monologo. Il principale problema della preghiera è oggi probabilmente l’assenza dell’uomo, dell’interlocutore.
 
            La preghiera esige un silenzio che apra il cuore a Dio, all’ascolto della sua parola. La Scrittura dà grande importanza al silenzio riverente dinanzi al Signore, silenzio che precede e accompagna la teofania: “Il Signore sta nel suo tempio santo. Taccia, davanti a lui, tutta la terra!” (Ab 2,20); “Silenzio, alla presenza del Signore Dio, perché il giorno del Signore è vicino” (Sof 1,7; cf Is 41,1; Zc 2,17). Il profeta Elia sperimenta che Dio si rende presente non nel fragore ma nel “sussurro di una brezza leggera” (1Re 19,12). La parola di Dio ci giunge esile come un vento leggero, ci raggiunge accarezzante come la brezza del mattino. Possiamo entrare in sintonia di ascolto del Signore, se apriamo il nostro spazio interiore alla luce sfolgorante e gioiosa della sua presenza.
 
            Il silenzio è il fascino segreto di Maria, l’espressione della sua grandezza, perché dice tutta la sua purezza e umiltà, la sua fede e il suo amore, la sua disposizione ad ascoltare e custodire nella memoria del cuore. Possiamo affermare con verità che mentre Maria ha vissuto il silenzio, ella ha vissuto anche l’apertura alla presenza del Signore e all’ascolto della sua parola. Paolo VI lo dice esplicitamente nell’Esortazione apostolica Marialis Cultus (n. 17) quando parla della “Vergine in ascolto, che accoglie la parola di Dio con fede”. Maria è il prototipo di coloro che ascoltano la parola di Dio e ne fanno tesoro (cf Lc 2,51; 8,8.15).
 
            Abbiamo bisogno, ad imitazione della Madre del Signore, di nutrire un profondo atteggiamento di contemplazione, di preghiera, di meditazione sapienziale della Parola. Occorre una densità contemplativa, di attenzione al cuore, dove la Parola viene a confronto con la storia sotto il soffio dello Spirito. Giovanni Paolo II, riprendendo un pensiero della sua Lettera apostolica Orientale Lumen, ricorda che abbiamo bisogno “di imparare un silenzio che permetta all’Altro di parlare, quando e come vorrà, e a noi di comprendere quella parola”. Bisognerebbe ritagliare in qualche modo alcuni tempi di silenzio nelle nostre giornate. Ciò è tanto più urgente se abbiamo presente che nella società contemporanea, cresciuta all’ombra del chiasso e del moltiplicarsi delle parole, il silenzio sembra acquistare sempre più valore fino a far diventare la sua ricerca uno dei segni dei tempi.
 
            Il silenzio di cui parliamo non è quello puramente esteriore, ma un silenzio più profondo che va oltre e sgombera il cuore dai molteplici pensieri che lo assillano. Parliamo di un silenzio che crea le premesse dell’ascolto e della riflessione. Un detto di sant’Antonio abate, illustra bene quanto stiamo dicendo. Dice il santo eremita: “Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore” (L. Mortari [ed.], Vita e detti dei Padri del deserto, vol. 1, Città Nuova, Roma 1975, 86). Non basta quindi il silenzio esteriore, non basta fuggire dai rumori e inoltrarsi nel deserto. E’ necessario costruire il silenzio interiore del cuore. Dice il Catechismo: “L’orazione è silenzio, «simbolo del mondo futuro» o «silenzio amore». Nell’orazione le parole non sono discorsi, ma come ramoscelli che alimentano il fuoco dell’amore. E’ in questo silenzio, insopportabile all’uomo («esteriore»), che il Padre ci dice il suo Verbo incarnato, sofferente, morto e risorto, e che lo Spirito filiale ci fa partecipare alla preghiera di Gesù” (CCC, n. 2717). Talvolta però il silenzio spaventa o, come dice il testo del Catechismo, è “insopportabile all’uomo esteriore”. E’ la paura della preghiera come momento di solitudine, come difficoltà a trovarsi in profondità. E’ la paura di scoprire che, pregando, si è chiamati a giocare in prima persona la propria vita, senza rifugiarsi nella comodità di un cristianesimo epidermico.
 
            2. La preghiera di Maria tra accoglienza e disponibilità. Dal silenzio-ascolto si passa logicamente all’accoglienza-disponibilità. In Maria ciò è stato vissuto in modo particolarmente eminente nel mistero dell’Annunciazione. San Luca descrive con molta precisione l’atteggiamento della Vergine in questa circostanza. Vi si possono individuare tre aspetti principali: accettazione, illuminazione storica e coinvolgimento personale. Maria ascolta, riflette, chiede un supplemento di luce e finalmente acconsente (Lc 1,26-38). Le parole della Madonna all’angelo sono una confessione di fede con cui Maria accetta Dio nella sua vita come unico Signore e aderisce con assoluta disponibilità alla sua parola. Maria vive una magnifica esperienza di ascolto, rendendosi disponibile, con un crescendo di fede e di comprensione del mistero della salvezza in Gesù a tutte le mediazioni autorevoli, anche nella loro apparente irrilevanza e umiltà; fino a farsi ascoltatrice della Parola viva del suo figlio Gesù.
 
            E’ stato notato che il racconto dell’Annunciazione ha delle analogie con la ratifica della primitiva alleanza stipulata da Israele con Jhwh al Sinai (Es 19,3-8). Come per l’alleanza sinaitica vi fu un mediatore (Mosè) che parlava a nome di Dio, così per l’annuncio a Maria vi è un angelo (Gabriele), mandato da Dio. Il comportamento di Maria dinanzi al messaggio dell’angelo è quello tipico del popolo di cui essa è figlia, un popolo educato all’ascolto della parola di Dio. Fin dal momento in cui propose l’alleanza al Sinai, Dio volle che Mosè spiegasse rettamente le modalità e le conseguenze del suo disegno. In modo analogo succede a Nazaret: alle parole dell’angelo, Maria reagisce implorando luce sul modo col quale dovrà collaborare ad un evento che appare umanamente impossibile. E dopo che l’angelo l’ha rassicurata al riguardo, Maria si consegna incondizionatamente alla volontà divina. Nella risposta della Vergine Santissima si può avvertire l’eco delle formule che il popolo d’Israele soleva pronunciare allorché dava il proprio consenso all’alleanza del Sinai: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!” (Es 19,8). Si può affermare che la fede d’Israele trova piena maturità nelle labbra e nel cuore di Maria. Realmente ella è “figlia di Sion”.
 
            3. La preghiera di Maria tra visione e fede. “Si entra nella preghiera […] per la porta stretta della fede” (CCC, n. 2656). E’ la fede che ci permette di sapere come pregare, cosa chiedere (cf Gc 1,6); è la fede che ci insegna ad avvicinarci alla preghiera concepita soprattutto come un dono che viene dall’Alto, da riceversi quindi con umiltà e disponibilità, senza attese calcolate e schemi preconcetti. Elisabetta proclama Maria beata perché “ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). L’itinerario della fede incomincia in Maria, ancor prima che le venga annunziata la sua maternità divina, anzitutto come fede in Dio che ha operato nella storia di Israele a cui ha donato la sua parola attraverso la legge e i profeti, e poi come fede nella venuta del Messia.
 
            Il mistero del Figlio di Dio incarnato, di cui Maria è testimone oculare e privilegiata, non la esime dall’atto di fede. L’ascolto, l’accoglienza e la disponibilità sono possibili solo se accompagnati dalla fede e sono al tempo stesso frutto della fede. La Costituzione Lumen Gentium presenta la vicenda storica di Maria come un continuo avanzamento nel “pellegrinaggio di fede” (LG, n. 58; cf CCC, n. 165)): esso si apre con un atto di fede e disponibilità nell’Annunciazione e si protrae fino al suo termine, rischiarato solo dalla parola di suo Figlio. Maria infatti è annoverata tra gli ascoltatori di Gesù, tra coloro che egli ha proclamato beati perché sono stati fedeli alla sua parola (cf Lc 11,27-28; Mc 3,35). Pur essendo piena di grazia e dotata di una singolare esperienza mistica, la Madre di Gesù non cessa di essere viatrice, con i presupposti e la logica dell’atto di fede di tutti i comuni credenti. Maria è la vergine sapiente che non lascia cadere nel vuoto nulla di quanto Dio le fa incontrare lungo il cammino della sua vita e si lascia educare dagli eventi quotidiani in cui viene coinvolta. Così la Vergine esercita il suo giudizio sulle cose e approfondisce la conoscenza del mistero di Gesù. Israele è il popolo dell’ascolto e della memoria. Da parte sua, Maria ripercorre l’itinerario di Israele verso la conquista della sapienza, conservando il ricordo degli eventi riguardanti Gesù e approfondendoli mediante il confronto.
 
            Notiamo che la tradizione biblica definisce come sapiente la persona che ricorda, che “custodisce nel cuore” gli innumerevoli gesti salvifici con cui il Signore si è reso presente in ogni epoca storica. La memoria di cui ci parla la Scrittura ha sempre una dimensione dinamica. Non si tratta di una memoria accademica, libresca o nozionistica o semplicemente sentimentale. Al contrario, essa guarda al passato per meglio intendere il presente. Dio si è rivelato negli eventi della storia di Israele. Ritornare con la mente e con il cuore a quei fatti significa conoscere sempre meglio chi è il Signore e quale sia la sua volontà qui e ora. Possiamo affermare che tutto scaturisce da questa convinzione: ciò che il Signore ha operato in passato in favore del suo popolo, è garanzia che egli farà altrettanto nelle circostanze presenti e in quelle future perché immutabile è il suo amore: “con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore” (Is 54,8).
 
            Possiamo dire insomma che la fede di Maria si sviluppa secondo i seguenti parametri: ricordare per approfondire, per attualizzare, per interpretare. In questo processo di crescita, ella si volgeva anche all’Antico Testamento, come suggerisce chiaramente il Magnificat, l’inno in cui la Madre di Gesù, a somiglianza dello scriba sapiente, fa piovere i detti della sua sapienza e loda il Signore nella preghiera (cf Sir 39,6-7). 
 
            Come abbiamo accennato sopra, l’esperienza di fede non si realizza primariamente né a livello d’intelligenza né a livello di sensibilità. La fede cristiana non è semplicemente una convinzione intellettuale o un sentimento. Essa è qualcosa di più profondo e complesso, che appartiene al nocciolo stesso del mistero della preghiera: adesione esistenziale alla parola di Dio come messaggio salvifico: “Per vivere, crescere e perseverare nella fede, sino alla fine, dobbiamo nutrirla con la parola di Dio; dobbiamo chiedere al Signore di accrescerla …” (CCC, n. 162).
 
            La preghiera è un continuo esercizio di adesione alla realtà della nostra vita soprannaturale, come dono e come impegno. Si può quindi affermare che la preghiera consiste nel prendere coscienza a livello esistenziale della nostra vita di fede. Se poi la fede è conquista di ogni giorno e la fedeltà un impegno che va di continuo rinnovato, la preghiera non è di meno, non è cioè un momento isolato della giornata, un adempimento “rituale”, ma l’esplicitazione di un atteggiamento interiore permanente che determina il senso e nutre gli atti della giornata.
 
            4. La preghiera di Maria tra offerta sacrificale e impegno ecclesiale. Nel racconto della presentazione di Gesù al tempio, Luca dice che “portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore” (Lc 2,22). E’ stato notato che il verbo greco adoperato dall’evangelista (parastésai) ha un significato sacrificale-liturgico. In un’affettuosa apostrofe di san Bernardo, leggiamo: “Offri il tuo Figlio, o Vergine Santa, e presenta al Signore il frutto benedetto del suo seno. Offri per la riconciliazione di noi tutti la vittima santa, a Dio gradita” (In purificatione B. Mariae, Sermo III, 2: PL 183, 370.). Come dice il Catechismo, “la Presentazione di Gesù al tempio lo mostra come il Primogenito che appartiene al Signore” (CCC, n. 529). Possiamo quindi affermare che quando offre suo Figlio per il rito di riscatto e della consacrazione a Dio del primogenito, Maria Santissima riconosce che Dio ha il diritto di proprietà totale sul Messia e perciò rinuncia in qualche modo ai suoi diritti materni.
 
            Il gesto di Maria nell’atto di presentare Gesù al tempio è un gesto di preghiera sacrificale che, alla luce delle parole del vecchio Simeone, anticipa la preghiera di Maria fatta ai piedi della croce: “la spada di dolore predetta a Maria annunzia l’altra offerta, perfetta e unica, quella della croce, la quale darà la salvezza «preparata da Dio davanti a tutti i popoli»” (CCC, n. 529). A Cana di Galilea, la preghiera di intercessione di Maria aveva ricevuto una risposta da Gesù che era un richiamo al momento supremo della vita del Cristo, a quell’ora non ancora giunta nel contesto della sua richiesta, la quale quindi non venne respinta ma solo subordinata al sacrificio della croce (cf Gv 2,4). Giunta l’ora della croce, quando Cristo cambia l’acqua dell’antica economia nel vino della nuova alleanza nel suo sangue, Maria è presente (cf Gv 19,25-27) in atteggiamento di offerta sacrificale. Come ha affermato Paolo VI nell’Esortazione apostolica Marialis cultus (n. 20), riprendendo e sviluppando un pensiero della Costituzione Lumen Gentium, “Maria stette presso la Croce (cf Gv 19,25), «soffrendo profondamente con il suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata» (LG, n. 58) e offrendola anch’ella all’eterno Padre”. Bisogna notare però che questo atteggiamento di offerta di sé caratterizza l’intera vita della Madonna, in particolare dal momento dell’incarnazione del Verbo di Dio nel suo seno: “La preghiera della Vergine Maria, nel suo Fiat e nel suo Magnificat, è caratterizzata dalla generosa offerta di tutto il suo essere nella fede” (CCC, n. 2622).
 
            Gesù, che muore per radunare i figli dispersi di Dio, dice a sua Madre: “Donna, ecco tuo figlio!” (Gv 19,26). Le parole di Gesù sembrano riecheggiare certe profezie sul ritorno escatologico dei dispersi d’Israele a Sion, per costituire il nuovo popolo di Dio, il popolo messianico (cf  Is 60,4; Bar 4,37). Secondo Giovanni, il senso della morte di Cristo è quello di rifare l’unità dopo la dispersione. Il discepolo prediletto e la Madre di Gesù presenti al Calvario hanno una funzione rappresentativa: il discepolo rappresenta tutti i discepoli, tutti i credenti, la Chiesa intera. Se la Madre di Gesù non viene nominata col suo nome (il nome di Maria non appare mai nel IV Vangelo), ciò significa che è più la funzione che conta, non la persona singola. Maria rappresenta qui, come il discepolo prediletto, la Chiesa; però da un altro punto di vista: la Chiesa stessa come Madre, la figlia di Sion nella sua funzione materna. Maria è donna-madre universale dei discepoli di Gesù, cioè dei “dispersi figli di Dio”, unificati nel mistico tempio della persona di Gesù, che ella nel suo grembo materno ha rivestito della nostra carne. Il grembo di Gerusalemme è ora il grembo di Maria. In Maria si realizza quindi la comunità messianica. Ma la Madre di Gesù, nella sua funzione materna, diventa così anche la Chiesa nascente, il nuovo inizio della Chiesa santa.
 
            Nel contesto di quanto detto sopra emerge meglio il significato della presenza di Maria a Pentecoste. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano che, in attesa della discesa dello Spirito Santo, il gruppo degli apostoli “erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui” (At 1,14). Anche qui Maria appare come figura centrale della Chiesa nascente, nella preghiera perseverante ed unanime per invocare il dono dello Spirito promesso da Cristo. La preghiera di Maria Santissima è qui la preghiera della Madre della Chiesa: “anche Maria implorava con le sue preghiere il dono di quello Spirito che all’Annunciazione già l’aveva ricoperta della sua ombra” (LG, n. 59). Ecco quindi che Maria “ha aiutato con la sua preghiera gli inizi della Chiesa” (LG, n. 69). Paolo VI ribadisce che anche in questa circostanza, “ultimo tratto biografico su Maria”, essa è presentata in preghiera (cf Marialis Cultus, n. 18).
 
            La difficoltà del pregare nell’uomo del nostro tempo nasce talvolta dal dubbio che il gesto della preghiera sia indegno dell’uomo moderno, perché favorirebbe la sua incapacità e pigrizia: “Pregherò per te” sarebbe una espressione di disimpegno verso l’altro, di disagio di fronte ai grossi problemi personali, politici e sociali. Invece, pregare non è essere meno impegnati verso il prossimo, ma più impegnati, perché impegnati da Dio, dalla luce che la sua parola getta sulla storia. La preghiera non è un’alienazione, un estraniarsi dalle realtà quotidiane della vita. Per vedere con chiarezza la realtà della vita occorre salire in alto. Chi infatti non sale sulla torre di controllo non può capire il movimento della pista di un aeroporto.
 
            5. La preghiera di Maria tra il già e non ancora. La preghiera di Maria ha anche una dimensione escatologica. Per illustrare quest’ultimo aspetto della preghiera mariana, mi limito a citare qui  gli Orientamenti e proposte per l’Anno Mariano, pubblicati dalla Congregazione per il Culto Divino il 3 aprile 1987. Al n. 9, gli Orientamenti si esprimono in questi termini: la Chiesa “implora la venuta del Signore (cf Ap 22,10) e veglia in attesa dello Sposo (cf Mt 25,1-13), come fece la Vergine, donna della molteplice attesa: come figlia di Sion ella attese la venuta del Messia; come madre, la nascita del Figlio; come discepola, l’effusione pentecostale dello Spirito; come membro della Chiesa, l’incontro definitivo con Cristo, compiutosi per lei con l’assunzione in cielo del suo corpo e della sua anima verginali”.
 
            Concludendo queste riflessioni sulla preghiera di Maria, icona della preghiera cristiana, possiamo citare i Praenotanda della Collectio Missarum de Beata Maria Virgine, che parlando dell’esemplarità di Maria nella preghiera e nell’esercizio del culto, si esprimono in questi termini: questa esemplarità, “che emerge dalla stessa azione liturgica, induce i fedeli a conformarsi alla Madre per meglio conformarsi al Figlio […] Li incita a custodire premurosamente la parola di Dio con esultanza e a rendergli grazie con gioia; a servire fedelmente Dio e ad offrire generosamente per loro anche la vita; a pregare il Signore con perseveranza e ad implorarlo con fiducia; ad essere misericordiosi ed umili; ad osservare la legge del Signore e a fare la sua volontà; ad amare Dio in tutto e sopra tutto; a vegliare in attesa del Signore che viene” (n. 17).
 
            A Maria si addice davvero la denominazione di “Vergine in preghiera”: “presenza orante nella Chiesa nascente e nella Chiesa di ogni tempo” (Marialis Cultus, n. 18). Ciò che maggiormente emerge dal discorso fatto sulla preghiera di Maria è che essa è profondamente radicata nell’ascolto–accoglienza della Parola. L’intera storia della salvezza, nelle sue diverse tappe e nelle sue molteplici manifestazioni, è dialogante. Non è un monologo disceso dal cielo; è invece una storia che richiede continuamente il protagonismo dell’uomo, chiamato da Dio a dare una risposta e a stabilire una alleanza. Il Magnificat di Maria è un “cantico di ringraziamento per la pienezza di grazie nell’economia della salvezza” (CCC, n. 2619), è al tempo stesso esempio di ascolto e di risposta a Dio che si manifesta nella storia come Salvatore: Maria “si rallegra” perché Dio ha inviato la salvezza ed ha mostrato misericordia e fedeltà alle sue promesse. Il Magnificat sgorga da un cuore contemplativo, in attento ascolto della Parola. In sintesi, l’esemplarità orante di Maria poggia su l’attesa, il silenzio, la vigilanza, l’ascolto, la disponibilità, l’accoglienza, l’obbedienza e la dedizione alla Parola.
Matias Augé

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