Enzo Bianchi "La liturgia è per unire, non per dividere"

 maggio 2026 

Tante le divisioni nella Chiesa, troppe: ma la comunione non può essere né monolitica né uniforme.

In uno dei primi colloqui donati a me per pura grazia da parte di Papa Francesco, il Papa che amava informarsi e discutere con me della situazione delle chiese ortodosse già allora in grave conflitto con minaccia di rottura tra Mosca e Costantinopoli, mi disse: “La comunione tra le chiese e nelle chiese è il bene più importante e io vorrei che il mio ministero papale fosse prima di tutto, come dice lei, un ‘presiedere alla comunione’. Soffro molto anche per la divisione tra tradizionalisti e seguaci della nuova liturgia, tra i seguaci di monsignor Lefebvre e noi cattolici. L’eucaristia non può essere fonte di divisione perché è sacramento di unità e di comunione. Lei cosa farebbe per ristabilire l’unità con questi tradizionalisti non più in piena comunione con la chiesa?”. Risposi prontamente senza starci a pensare perché da tempo scrivevo sui giornali, dicevo nei miei interventi pubblici e chiedevo nella preghiera che si ristabilisse la comunione con una sovrabbondante misericordia da parte della chiesa cattolica, una misericordia che tentasse di includerli facendo sì che l’eucaristia tornasse a essere origine e fonte della comunione per tutti. 

Il Papa annuiva con atteggiamento molto riflessivo e partecipato, scriveva su un quaderno e mi disse che avrebbe fatto tutti gli sforzi possibili per il ristabilimento della piena comunione. In questo senso per il Giubileo della misericordia riconobbe alcuni ministeri esercitati dai tradizionalisti e incoraggiò sempre il dialogo, il confronto, l’ascolto reciproco in vista della comunione. Ma in verità non si è giunti a una maggior vicinanza tra le due parti, né i dialoghi sembrano veramente “dialogo” ma uno scambio di affermazioni apodittiche ribadite sui due fronti, alle quali si accompagnano gravi difficoltà d’intesa pastorale nelle diocesi dove i tradizionalisti, anche quelli in comunione con Roma, restano isolotti ecclesiali induriti nella polemica con le diverse istituzioni della chiesa cattolica. 
In una recente lettera che il cardinal Parolin, Segretario di Stato, ha indirizzato anche a nome di Leone XIV ai vescovi della Conferenza episcopale francese riuniti in assemblea a Lourdes (dal Vaticano, 18 Marzo 2026) c’è la richiesta di affrontare “il delicato tema della liturgia, al quale il Santo Padre è particolarmente attento, nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo. È preoccupante che continui ad aprirsi nella chiesa una dolorosa ferita riguardante la celebrazione della Messa, il sacramento stesso dell’unità. Per sanarla, è certamente necessario un nuovo sguardo di ciascuno rivolto all’altro, in una maggiore comprensione della sua sensibilità; uno sguardo che possa permettere di includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo, nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia”. 

La lettera non specifica e non indica soluzioni ma è un invito pressante alla comprensione reciproca, a smettere l’atteggiamento giudicante degli uni sugli altri, nella volontà di una vera conoscenza dell’altro e delle sue ragioni. Non si dimentichi che i vescovi successori di monsignor Lefebvre hanno stabilito per il bene animarum l’ordinazione di alcuni vescovi all’inizio del luglio 2026 (senza il permesso di Roma) e questo significherebbe la scomunica e quindi lo scisma! 

Decifrare la realtà si è fatto urgente, occorre fare presto e con convinzione intraprendere un dialogo che eviti questa frattura drammatica. 
Sono tante ormai le divisioni nella chiesa, troppe: tra chiesa russa e chiese ucraine, tra chiesa russa e chiesa di Costantinopoli, tra chiesa estone e chiesa russa, tra chiesa moldava e chiese rumena e russa... e ci sono altre divisioni in Medio Oriente meno eclatanti ma sempre divisioni conflittuali. La chiesa cattolica mostri il suo grande cuore e lo allarghi in una comunione che non tema la pluralità, la diversità, la pluralità nella comunione! Era una vera e propria preoccupazione per Papa Francesco che molte volte affermò, soprattutto citando i padri orientali, che la comunione non può essere né monolitica né uniforme. 

Come dunque uscire da questa situazione tenendo conto anche della lettera di Parolin a nome del Papa? Il 12 novembre 2025 l’abate di Solesmes, Dom Geoffrey Kemlin, dopo aver incontrato Papa Leone XIV a Roma, ha deciso di indirizzargli una lettera proprio in vista del ristabilimento dell’unità cattolica. L’abate Geoffrey vive una situazione unica: è Abate a capo della Congregazione di Solesmes nella quale sono presenti monasteri che celebrano il Rito della riforma conciliare (lo cantano in gregoriano e in latino conservando questo ineguagliabile patrimonio musicale liturgico della chiesa cattolica) e comunità che non hanno aderito alla riforma liturgica e celebrano il Vetus Ordo come Fontgombault, Triors, Barroux, Randol e Clear Creek in Oklahoma. E nell’Ordine c’è pace, non c’è tensione e gli abati dei monasteri del Vetus Ordo quando vanno a Solesmes concelebrano con l’abate nel Rito della messa di Paolo VI e viceversa. Unità dunque ma non uniformità dice e ridice l’abate di Solesmes e lo dice a partire dalla sua esperienza vissuta quotidianamente. Certamente l’abate Geoffrey fa anche una proposta, a mio parere, ingenua: in vista di un solo Ordo missae si augura di poter integrare elementi del vecchio messale nel nuovo (come i riti di introduzione della messa ai piedi dell’altare, o l’offertorio) ma chi presiede il rito di Paolo VI, se è intelligente, può già farlo perché non è così rigida l’applicazione del nuovo rito. 

Alla domanda del Papa: “Tu cosa faresti per ricomporre la divisione con i tradizionalisti?” risposi quel che rispondo anche ora: per la pace liturgica, la pax eucharistica, si pongano queste esigenze assolute: 

 – A quelli che praticano il Vetus Ordo: 

1) Riconoscere la validità delle quattro Preghiere eucaristiche del Messale di Paolo VI e anche l’Ordo Missae che porta il suo nome. 
2) Concelebrare alla messa crismale presieduta dal vescovo per testimoniare l’unità della chiesa e del presbiterio attorno al vescovo. 
3) Non disprezzare le liturgie riformate dal Concilio Vaticano II
4) Accettare del Concilio Vaticano le costituzioni dogmatiche (Sacrosanctum concilium, Dei Verbum, De Ecclesia). 

– A quelli che praticano l’Ordo della riforma liturgica: 
Non disprezzare il Vetus Ordo e considerare i tradizionalisti come cattolici pieni, a tutti gli effetti, rispettando le loro liturgie e i loro segni. 

– Per tutti occorre essere chiari: 
nessuna possibilità di adesione selvaggia all’uno o all’altro Ordo come accadde in seguito al Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI e delle successive applicazioni. 

Chi aderisce al rito latino Vetus sceglie quello, e chi aderisce al rito riformato dal Concilio aderisce solo a questo. D’altronde oggi è possibile che un prete latino celebri la liturgia caldea, o bizantina? È necessario ordine e non caotica partecipazione al sacramento! 

Ma purtroppo le cose oggi non stanno così: c’è una comunità di monaci italiani che rifiuta che il vescovo ordinario loci la visiti celebrando l’eucaristia, e sempre tale comunità non partecipa alla messa crismale né concelebra con i confratelli che celebrano il rito del concilio. 
Questa è celebrazione della rottura ecclesiale e Roma non dovrebbe permetterlo. 

C’è la posizione intransigente e rispettabile di Andrea Grillo, un teologo autorevole che sa mostrare tutte le sue ragioni per negare l’accettazione del Vetus Ordo accanto al nuovo. Ma io, senza pretese e umilmente, in ragione della mia vita spesa per l’unità della chiesa, e per la divisione delle chiese soffro troppo per non sperare in un clima di accoglienza e di inclusione. A mio parere la lex credendi non coincide con un rito, va oltre. La lex orandi della liturgia che pratico e vivo oggi è la stessa lex orandi che ho praticato servendo e vivendo messa dal 1949 al 1971 tutte le mattine con convinzione, fervore. È con quella messa che ho vissuto la vita cristiana, la vocazione monastica e per me è la stessa messa che vivo oggi. 

*** 

Mi sia concesso di porre come sigillo a questo mio intervento una confessione: sono vecchio, in procinto di lasciare questa terra che amo tanto, ma sono oltre gli 80 anni e come dice la sapienza della mia gente, la sapienza monferrina: “L’è ura d’andè”, è ora di andare! 

Me ne vado come un testimone che ha visto un cristianesimo vivo e fiorente nella sua giovinezza e ora constata un’implosione della cristianità, della chiesa e avendo di fronte a me l’irrilevanza della fede cristiana. Ogni giorno che passa una trafittura al cuore: nei giorni scorsi la notizia che l’abbazia trappista di Belfontaine in Francia, dove il santo abate Emmanuel mi ha dato l’abito monastico, un’abbazia fiorente con trenta monaci ai quali ho predicato gli esercizi spirituali e per la quale ho collaborato alle pubblicazioni monastiche, ha chiuso definitivamente per mancanza di monaci! Certo è una grazia che i monaci benedettini di Barroux, comunità tradizionalista ma in comunione con Roma, si siano insediati a Belfontaine per riprendere la vita monastica trappista che era morta. Ringraziamo il Signore ma restiamo tristi per la scomparsa di una comunità monastica pochi anni fa fiorente e feconda. 

Trafittura su trafittura: sovente mi portano a pranzo in ristoranti che erano fino a pochi mesi prima monasteri e sono stati chiusi e se passo in città come Torino le chiese dove andavo a confessarmi sono chiese chiuse e vuote e le assemblee sono diventate dei mortori. 
Solo poche teste bianche, un prete vecchio e nessun canto! Mi viene da intonare le lamentazioni di Geremia. 

Ah, come giace desolata la chiesa! E poi un sentimento a volte di rabbia nell’ascoltare chi dice: “Ma questo è un tempo favorevole al Vangelo!”. Ma sanno quel che dicono con tanta superficialità? Certo, sempre è il tempo favorevole per annunciare il Vangelo e viverlo, ma oggi e domani non dobbiamo rallegrarci di questa fine del cristianesimo. Io non mi rallegro ma piango convinto di piangere accanto a Gesù che piange su Gerusalemme. 

Anche per questo occorre non dividerci più ma fare unità, fare comunione, rinunciare a ricchezze non essenziali per riunirci attorno a un’unica eucaristia, non per essere più forti ma per essere più fedeli al Vangelo di Gesù Cristo.

 
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