Alessandro D’Avenia « Il rettangolo della gioia»
4 maggio 2026
Il campetto condominiale di cemento screpolato, dove si giocava a calcio con gli amici, era un rettangolo di gioia e senso: un'area limitata dove scoprire l'infinito della vita piena.
Qualche giorno fa camminavo con un amico sul cemento screpolato del vecchio campetto condominiale usato soprattutto per giocare a calcio, un rettangolo dieci per venti, che resiste a tempo e intemperie dagli anni '80, e in cui ho trascorso i miei pomeriggi di bambino, dalle 16.30 (fine del coprifuoco dedicato a compiti e altre noie, come il «riposino») alle 19.30 (limite per compiere la decontaminazione pre-cena). Una poesia di 200 m²: un condominio pieno di coetanei, uno spazio gratuito e sicuro (ai genitori bastava affacciarsi dalla finestra per vederci giocare), un tempo senza tempo. L'unico pericolo erano le cruente abrasioni sul cemento colorato di un rosa slavato che voleva imitare la terra battuta. Bastava un Super Santos, levigato dai tiri, la maglia della squadra preferita presa al mercato rionale del sabato a cinquemila lire, per diventare eroi dell'epica vigente a metà degli anni '80: Baresi, Maradona, Platini, Zico, Butragueño, Rumenigge... Un'epica quotidiana che canalizzava le nostre inesauribili energie e trasformava il tempo in gioia. Per noi che riuscivamo anche a giocare nel corridoio di casa quel campo era Maracanã, Bernabeu, San Siro... L'unica infelicità era il pallone bucato o smarrito oltre il muro di cinta, dove c'erano i cani randagi. In quel rettangolo trovo ancora lotta, bellezza, fratellanza, fatica, gioia, nostalgia e gratitudine.
Quel rettangolo di gioco è stato scuola, perché c'è scuola «quando e dove» incontriamo ciò che non muore nel mondo. Il gioco è uno di quei «quando e dove» che abbiamo inventato perché assomiglia alla vita: regole e limiti che ci esaltano. Infatti non c'è gioco senza «campo», «tempo», «partita» (i Greci chiamavano il destino moira, che significa proprio «parte», «porzione», il pezzo che ti tocca), uno spazio-tempo finito, oltre il quale c'è, come nella vita, la fine del tempo e del campo: la «dipartita». Più questi limiti sono ristretti più il giocatore deve essere abile. Nel calcio infatti la rovesciata è un vertice: non solo devi usare la «parte» del corpo meno accurata, il piede, ma trasformarlo in una catapulta volante, rischiare l'osso sacro o quello del collo, colpire la palla al volo e, spalle alla porta, indirizzarla in rete. Era il mio pezzo preferito, la provavo sempre, a sproposito, perché era un gesto difficile e bellissimo.
Con il mio amico abbiamo condiviso «partite» memorabili (ricordavamo la squadra intitolata «Over the top» da un film di quegli anni e delle magliette cancerogene confezionate da noi con la vernice delle bombolette).
Ora, essendo anche lui insegnante, la partita è in classe e così, passeggiando su quel campo di ricordi, ci interrogavamo sulla cosiddetta «emergenza» educativa, che fa «emergere» non ciò che manca ai ragazzi ma a noi: «L'assenza di limiti: i ragazzi non ne ricevono e così sono lasciati al caos». «A noi era il mondo a darci una forma, se non hai limiti resti informe, senza forma».
Commenti di uomini già invischiati nella retorica dei tempi andati o nella verità del tempo fermo? Quel campetto rispondeva: se impari a giocare allora il mondo può anche essere ordine, amicizia, rispetto, intelligenza, fatica, gioia, errore, lotta... Non è una tristezza retorica quella che compatisce i bambini italiani orfani dei Mondiali, il calcio a quell'età ti dà una forma: il rettangolo. Quel dieci per venti conteneva la geografia e la storia del mondo intero, il tuo destino e quello di ogni Paese, con la sua bandiera e il suo popolo: guerre senza guerra! Oggi ci sono arbitri quasi quanti giocatori, e telecamere, schermi, fotocellule... nell'ossessione tutta contemporanea di eliminare l'errore con il controllo tecnologico. E allora perché poi i giocatori si buttano, fingono, esagerano se noi saltavamo subito in piedi? Perché a noi piaceva giocare, e basta. E se non giocavi a tutta pelle, lo facevi a tutta immaginazione, ascoltando di domenica la diretta delle partite in radio, e vedevi le azioni grazie ai radiocronisti, prestigiatori della parola. Oggi, dipendenti da effetti speciali e dopamina, le partite sembrano troppo noiose, le guardiamo compulsando i social: al cervello odierno un intrattenimento non basta, ce ne vogliono almeno due, in contemporanea.
Un tempo le partite si giocavano allo stesso orario, un unico destino rettangolare da 90 minuti, e poi si aspettava la trasmissione dei goal, rito familiare e collettivo. E i riti, stabilizzando il tempo, lo rendono sensato. La gioia della domenica pomeriggio era concentrata, oggi i diritti tv disperdono la gioia in infiniti piaceri passeggeri, non è più rito condiviso ma intrattenimento consumato, non ferma il tempo, lo fa passare. Noi guardavamo solo il campo, e finiva lì, perché, ridotto all'osso, il calcio è: ventidue persone in mutandoni con un unico dono contro-evolutivo, usare i piedi (l'unico caso in cui «ragionare con i piedi» è arte) anziché le mani, per rincorrere una palla. Questo risveglia il bambino che tutti abbiamo dentro, che vorrebbe scorrazzare così anche nella vita.
Vincenzo, un bambino di 10 anni di un piccolo e meraviglioso paesino siciliano (Caltabellotta), due giorni fa mi raccontava con la luce negli occhi che il sabato per lui è magico, perché c'è la partita di calcio alle 16 con gli amici in un campetto vero, mentre durante la settimana si gioca per strada. Il calcio ci ha sempre aiutato a custodire quel bambino con la luce negli occhi, che da grande vuole fare il calciatore, perché «la maturità dell'uomo consiste nell'aver ritrovato la serietà con cui giocava da bambino» (non è Mourinho in conferenza stampa ma Nietzsche in «Al di là del bene e del male»).
Quando gioca il bambino lavora (Montessori), e tutti noi vorremo lavorare così, con la concentrazione e l'autenticità del presente eterno, quando essere e fare coincidono, senza assilli di carriera, di stipendio, di ruolo, di risultato.
Fare perché è bello fare.
Ma quel bambino si perde se non vede adulti giocare seriamente, vita salvata, ma solo intrattenersi, vita distratta. Un giorno chiederà chi erano gli aborigeni su un rettangolo verde impegnati in un rito magico che trasformava i corpi in danza e gli individui in compagni. Si chiamava «calcio», dal nome latino del calcagno, il tallone che aveva reso mortale Achille e che rende invece noi immortali, cioè bambini, scopritori di un eterno a portata di mano, anzi di piede...
Ridatemi la forma della felicità, sotto casa, dentro al cuore, dice quel bambino. Non datemi il rettangolo di vetro a due dimensioni, che mi scherma, ma quello di cemento, asfalto, terra, erba, che mi incarna.
Ricordo che su quel campetto, una volta l'anno, a inizio estate, facevamo la cena di condominio (rito purtroppo poi perduto): una fila di tavoli, zeppi di cibarie che ogni famiglia portava. Quel banchetto accadeva nello stesso rettangolo su cui noi giocavamo. Era il rettangolo della gioia.
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