Il sacro che separa, il santo che avvicina

Non so se si possa parlare di ritorno al sacro. Se così fosse per noi cristiani si tratterebbe di una sconfitta. Il "sacro" infatti, pur essendo antropologicamente una categoria portante è per natura sua nel segno della separatezza. Tant'è che bisogna esorcizzare tutto ciò che gli è prossimo o avverso.

Al contrario categoria teologica portante per noi cristiani è il "santo", tratto connotativo di Dio al cui mistero siamo chiamati a partecipare. Il sacro insomma come separatezza/distanza; il santo come partecipazione/prossimità. Il sacro come qualcosa che incute timore e tremore, il santo come gratificante incontro divinizzante. 

Di certo la secolarizzazione ipotizzata a metà o a fine millennio non c'è stata, non nelle forme radicali che erano state profetizzate. Sotto altri moduli il bisogno di spiritualità si è fatto strada anche quando non è diretto a una realtà personale trascendente e, dunque, si risolve in una pratica o in un metodo di salute mentale. 

Meditare come svuotamento della mente, come tecnica di rilassamento. Non come incontro con il totalmente Altro, come ricerca di quella che Agostino ha chiamato Bellezza tanto amata, fuori dalla quale l'essere umano non trova riposo e quiete. 

Per me è difficile decifrare queste realtà, in gran parte autoreferenziali. Lamento al riguardo quella che più volte ho indicata come rottura della catena di trasmissione della fede. 

Se, dunque, il bisogno di sacralità rivela una domanda, una istanza malgrado tutto residua e permanente, il rammarico è verso una generazione, la mia, che non è stata capace di trasmettere la fede. E mi riferisco proprio a quella pietas quotidiana di cui erano custodi le donne. Attitudine istintiva e ingenua, ma che, malgrado tutto, tramandava con le regole del vivere anche i rudimenti della fede; educava a una preghiera vocale, ripetitiva quanto si vuole, che denotava comunque una sosta, una interruzione nella fatica quotidiana anch'essa monotona, legata alla sopravvivenza, al giornaliero curare e nutrire, all'obbligato accompagnare la vita dal nascere sino al morire, compito precipuo delle donne. 

Non so cosa ne sia rimasto. Si direbbe molto poco. Spazi di nicchia sono sia quelli della meditazione come metodo di rilassamento, sia quelli della inquietudine del pensare e dire la fede. Ed è forse da questi ultimi che sulla distanza qualcosa potrà cambiare. 

In un trapasso d'epoca qual è quello che viviamo la domanda di senso si fa più acuta. Certo la si può sopire con lo sballo, la droga, la perdita di rispetto, lo spreco di se stessi. Ma non la si può spegnere del tutto e non a caso la vediamo esplodere sia come caso letterario che come fenomeno di pensiero. 

In questi scenari le donne ci sono, affaticate anch'esse a ritrovare la loro ragion d'essere a questo mondo. Ormai libere dagli obblighi culturali pretestuosamente iscritti nel loro sesso possono modulare la loro vita a loro piacimento. Possono sposarsi o scegliere di non farlo; avere figli o rifiutarsi di averli; possono impegnarsi nel sociale o perdersi nella futilità autoreferenziale dei social, vetrine di vacuità e vaniloquio, spazi di pura ed esibita autoaffermazione. Ma possono anche farsi carico degli altri, mondo, animali e persone; possono fare proprie le cause più disparate, in tutta libertà, e non perché ciò sia iscritto nel loro grembo fecondo. 

Certo, benché minoritarie, le donne dicono Dio e il Dio che dicono è molto diverso dal Dio dei loro padri (e delle loro madri). Quelle che lo cercano, riproponendo la stessa passione di tante donne del passato, hanno oggi la possibilità di accedere a strumenti un tempo loro negati. Possono "prendere parola" con ciò orientando diversamente le parole stesse, dando a esse nuovi significati. 

Il Dio che dicono le donne non si colloca nella sfera del sacro, nel senso che non è della sua onnipotenza che esse vanno alla ricerca. Di certo ci saranno anche quelle che attingono alla sacralità nel segno distruttivo del potere, ma non sono in maggioranza. Magari sono più visibili e per questo più imitate. Ma il Dio delle donne è onnipotente nel senso originario del termine pantokrator. Piuttosto che potenza e strapotere esso suggerisce supporto e abbraccio. E' il Dio che tutto contiene, che tutto supporta, che tutto accompagna e il cui nome rassicurante e pacificante è misericordia. 

Devo ai miei studi la possibilità di dire altrimenti Dio. E spero di cuore che la fatica mia e delle tante altre che perseguono le stesse idealità alla fine risuoni nella sua autenticità. Ecco il senso della vita, della nostra vita di donne (come di uomini) sta tutto nella possibilità di collocarci di fronte, gli uni gli altri, in un fruttuoso vis-à-vis che da ultimo rivela il nocciolo duro: l'essere tutti, uomini e donne, creati a immagine di Dio e perciò stesso chiamati alla relazione e alla cura reciproca. 

Se mi è lecito, dire Dio da parte delle donne è declinarlo diversamente, ossia prendere sul serio il paradigma del suo "farsi carne" e fare, appunto della "carne", il luogo emblematico - teologico - dell'esperienza di prossimità. 

Per secoli abbiamo detto Dio come "l'essere" per antonomasia, riproponendo, anche senza volerlo, il modello aristotelico del motore immobile. Il Dio cristiano è invece un Dio che "diviene", che abbandona la condizione divina per far propria la condizione indigente dell'essere umano. E' un Dio che si fa carne. 
E ciò comporta l'assunzione della umana debolezza, del limite, della fragilità. 
L'assunzione dell'impotenza, del dolore, della morte alla maniera di ogni altro essere umano. 

Il nostro monofisimo ha proiettato nell'uomo Gesù i tratti del divino. Non ha mai preso sul serio la sua crescita, le sue scelte, le sue angosce, la sua pena, il suo sudore di sangue in vista della morte. Anche quando ci siamo sentimentalmente appassionati alla sua umanità, talora con meccanismi imitativi sadomasochisti, ossia punendo la nostra carne così da imitarne il soffrire, mai ci è passato di mente di leggerne il mistero in un orizzonte di fragilità e di dubbio, in un orizzonte di debolezza. Eppure le fasce che lo hanno avvolto al suo nascere coprendone la nudità, come le vesti a lui tolte per collocarlo sul patibolo non erano una finzione, quasi che alla fine, su tutto prevalesse la sua identità divina. L'uomo Gesù invece ha patito come ogni altro uomo; ha faticato come ogni altro uomo; ha avuto gli stimoli e le suggestioni che accompagnano la vita di noi tutti e di cui sono emblema le cosiddette "tentazioni". 

Ecco mi piacerebbe che le donne dicessero Dio articolando il suo nome ineffabile nel segno della sollecitudine e della cura; soprattutto vorrei che riconoscessero nel Figlio il paradigma di quella relazione che lo dice Dio dinanzi a Dio nella danza trinitaria di Padre Figlio Spirito. Una danza che ormai riconosce la carne come connotato stesso di Dio e perciò introietta finitudine e limite. 

Ecco vorrei una nuova età dello Spirito il cui soffio gentile svelandoci nella nostra fragilità ci rendesse capaci di oltrepassarla abbandonando disegni demoniaci di potenza per disegnare orizzonti autentici di sororità e fraternità. 

Teologa, vice-presidente della Fondazione Accademia Via Pulchritudinis ETS. 


 
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