Pregare per i presbiteri in crisi, ma chiedersi anche perché soffrono
27 Aprile 2026
Non è che certi abusi del ministero non sono accidenti legati alla soggettività dei singoli preti, ma conseguenze della struttura moderna del presbitero?
C'è una frase preziosa che ogni credente dovrebbe far sua, attribuita a Sant’Ignazio di Loyola: “Nella vita bisogna pregare come se tutto dipendesse da Dio e bisogna agire come se tutto dipendesse da noi”. L’insegnamento è chiaro: chi non prega, ritiene di far tutto da solo, mentre invece innumerevoli sono le situazioni nella vita e le variabili negli avvenimenti che sfuggono totalmente al nostro controllo. Chi, viceversa, prega ma non agisce, si deresponsabilizza in maniera pericolosa, attribuendo ora a Dio ora al “Principe di questo mondo” le cause della riuscita o della non riuscita delle situazioni per le quali prega. Insomma, preghiera ed azione devono essere vissute entrambe, manifestando al contempo la consapevolezza dell’importanza sia della fede che si “abbandona” (cfr Sal 131), sia della maturità di chi si riconosce responsabile in prima persona di ogni sua azione (cfr. Gn 1, 28; 2,15). Don Tonino Bello aveva coniato il bel neologismo, affermando che ognuno di noi deve essere un “contemplattivo”.
Ringraziamo dunque Papa Leone XIV per aver chiesto a tutti i credenti della Chiesa di unirsi in preghiera in questo mese di aprile 2026 secondo questa intenzione diffusa sulla
Rete Mondiale di Preghiera del Papa “Preghiamo per i sacerdoti in crisi“:
Signore Gesù,
Buon Pastore e compagno di cammino,
oggi mettiamo nelle tue mani tutti i sacerdoti,
specialmente coloro che attraversano momenti di crisi,
quando la solitudine pesa, i dubbi oscurano il cuore
e la stanchezza sembra più forte della speranza.
Tu che conosci le loro lotte e le loro ferite,
rinnova in loro la certezza del tuo amore incondizionato.
Fa’ che sentano di non essere funzionari né eroi solitari,
ma figli amati, discepoli umili e cari,
e pastori sostenuti dalla preghiera del loro popolo.
Padre buono,
insegnaci, come comunità, a prenderci cura dei nostri presbiteri:
ad ascoltarli senza giudicare,
a ringraziare senza esigere perfezione,
a condividere con loro la missione battesimale
di annunciare il Regno con gesti e parole,
e ad accompagnarli con vicinanza e preghiera sincera.
Fa’ che sappiamo sostenere coloro che tante volte sostengono noi.
Spirito Santo,
ravviva nei nostri sacerdoti la gioia del Vangelo.
Concedi loro amicizie sane, reti di sostegno fraterno,
senso dell’umorismo quando le cose non vanno come speravano,
e la grazia di riscoprire sempre la bellezza della loro vocazione.
Che non perdano mai la fiducia in Te,
né la gioia di servire la tua Chiesa con cuore umile e generoso.
Amen
Molto significativa anche la meditazione proposta da Mons. Erio Castelluccci al clero delle diocesi di Modena-Nonantola e di Carpi prima della Messa Crismale, dedicata proprio quest’anno alla crisi dei presbiteri. Il Vescovo inizia individuando tre grandi cause che provocano disagio nei presbiteri: la sproporzione tra le energie spese e i risultati ottenuti nel ministero, il sovraccarico delle strutture, il fenomeno degli abusi presbiterali che è una grave ferita nel corpo ecclesiale. Poi contestualizza queste situazioni in quelle di una società nella quale siamo inseriti che vive tutta una serie di crisi profonde; le crisi presbiterali dovrebbero essere ri-dimensionate, proprio perché comprese in un contesto in cui la Chiesa vive delle sue crisi e al tempo stesso la società stessa è permeata da varie crisi. Infine, indica quattro passi necessari per affrontare le crisi presbiterali: vivere amicizie significative, chiedere aiuto nelle difficoltà, individuare le vere cause della crisi, frequentare gli ultimi.
Come credenti vogliamo raccogliere l’invito e unirci alla preghiera di Papa Leone XIV, così come ringraziare Mons. Castellucci per i suoi spunti. Al tempo stesso proponiamo anche noi una serie di riflessioni. Sulla scorta del rinnovato dibattito che ha nuovamente posto la domanda sulla possibilità di ripensare la legge che rende obbligatorio il celibato per i presbiteri nella Chiesa Cattolica di tradizione latina.
Potrebbe non essere un caso se i presbiteri latini si sentono “funzionari od eroi solitari”? Non dovrebbero sentirsi tali. Eppure è questo che viene chiesto loro. Amministrare i beni ecclesiastici, le parrocchie, gli oratori, le case, le varie strutture. A un parroco viene chiesto annualmente di rendere conto dei bilanci, e di firmare come rappresentante legale i vari contratti nella gestione di oratori e altre strutture. Come invece gestisca “le anime” dei fedeli (“cura animarum“) è un aspetto legalmente non rilevante e formalmente facoltativo. La teologia dell’Alter Christus ha condannato i presbiteri latini a una inevitabile solitudine, quella propria “dell’uomo solo al comando” che li rende agli occhi dei fedeli degli “eroi solitari”.
Se i presbiteri dunque vivono momenti di crisi, solitudine che pesa, dubbi che oscurano il cuore e la stanchezza che spegne ogni anelito, può darsi che le ragioni non siano solo da individuare negli sforzi che non corrispondono ai risultati, quanto in una legge che chiede loro di rinunciare ad una famiglia umana per vivere come “uomini soli al comando”, senza la fatica di un confronto fondante né con una moglie e dei figli, né con una comunità fraterna di credenti che viene invece gestita come quella di “sottoposti”: i laici sono “il gregge”. Il presbitero è “il pastore”.
Di conseguenza, le dinamiche del “clericalismo”, del “super-ego”, del “narcisismo”, della conduzione solitaria, dell’autoreferenzialità, potrebbero non dover essere liquidate come semplici “deviazioni” dell’autentico spirito del ministero, esattamente perché sono dinamiche e sviluppi determinati proprio dalle premesse sulle quali il presbiterato è proposto e fondato.
In effetti, in merito agli abusi, Lungi dai casi di rilevanza penale – quali quelli della pedofilia o quelli legati ad appropriazioni indebite di fondi e di beni ecclesiastici – la “tentazione” di maltrattare i laici e di compiere vari abusi di potere che si manifestano in un ventaglio di varie scelte, azioni, comportamenti, atteggiamenti, è purtroppo non solo non rara, quanto anche poco sanzionata e contenuta, proprio a motivo del “potere” che è affidato all'”uomo solo al comando”. “Qui il parroco sono io e si fa come dico io”. Non è abuso di un presbitero tridentino. È condizione di un ministro che ha l’incipit di un “Alter Christus”. Dunque, un suo diritto.
Ma, come già detto, solo la verità ci farà liberi. Posto che sono tanti i presbiteri sani che si sforzano, con fatica, di vivere il proprio ministero: bisognerebbe chiedersi quanto delle loro crisi sia circostanza fisiologica di un ciclo vitale; e quanto invece sia conseguenza inevitabile della stessa impostazione con la quale il ministero viene delineato. Detto diversamente: se son sposato, dovrò rendere conto e condividere gioie e dolori con i coniugi e i figli, affrontando situazioni o periodi di eventuali crisi coniugali o genitoriali; se sono obbligato al celibato perpetuo per mantenere il ministero e al tempo stesso obbligato ad amministrare beni ecclesiastici piuttosto che “beni evangelici” non potrò evitare la solitudine dell'”uomo solo al comando” e dovrò subire la sofferenza di chi viene privato per legge della possibilità della realizzazione affettiva di una unione matrimoniale, pena la sospensione del ministero.
A quanti poi individuino in queste circostanze le cause reali delle loro sofferenze, sta la responsabilità nelle scelte da operare: lasciare il ministero per poter rispondere ad una vocazione affettiva matrimoniale, o rimanere nel ministero, affrontando sofferenze destinate a riproporsi, non potendone eliminare la causa.
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