Leone XIV e le minacce di Trump
Si moltiplicano le indiscrezioni giornalistiche – da ultimo l’articolo di Lucio Caracciolo su La Repubblica del 12 aprile scorso – sulle minacce che l’amministrazione americana avrebbe esercitato nei confronti della Santa Sede. Qualora non avesse assunto una posizione diversa in merito alle politiche belliciste del presidente Trump, gli Stati Uniti avrebbero ricondotto il papato alla stagione della «cattività avignonese».
La notizia si riferisce a un colloquio avvenuto, nello scorso gennaio, tra l’allora nunzio apostolico, cardinal Pierre Christophe e una delegazione del Ministero della guerra. Entrambe le parti hanno ufficialmente confermato l’incontro, ma ne hanno smentito il contenuto riportato dai giornali. Si potrebbe osservare che una tale smentita appartiene soltanto alla ritualità diplomatica.
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In effetti i rapporti tra la Santa Sede e il presidente americano sono tutt’altro che distesi. L’attacco che Trump ha appena condotto sul suo social network, sostenendo che il papa è «debole in materia di criminalità e “terrible” in politica estera» (cf. qui su SettimanaNews), porta a un livello senza precedenti lo scontro pubblico della Casa Bianca con il Vaticano.
Resta tuttavia improbabile la narrazione della intimidazione di una «cattività avignonese». Si può con qualche ragione dubitare che i funzionari dell’amministrazione statunitense sappiano cosa sia stato il periodo avignonese nella storia della Chiesa e sa proprio di gangster-movie il racconto che siano giunti al punto di mettere sul tavolo un’arma dell’epoca. Soprattutto è un evidente anacronismo connettere quell’incontro alle minacce di Trump in relazione alle prese di posizione papali sulla guerra.
Nel gennaio 2026 vi erano certo motivi di contrasto tra la Santa Sede e il Governo degli Stati Uniti, in particolare in materia di trattamento dei migranti; ma non era ancora avvenuto, agli occhi vaticani, il passaggio decisivo nella sua politica estera: dall’enunciazione di progetti di violazione del diritto internazionale (ad esempio, con l’annessione manu militari del Canada o della Groenlandia) a un’effettiva pratica bellica contro l’Iran, accompagnata dalla prospettiva di violare il diritto umanitario.
Per cercare di capire la posizione vaticana – ed evitare di arruolare il papa in una campagna anti-trumpiana condotta al di fuori delle ragioni proprie della Santa Sede, dando così vita a una strumentalizzazione della religione, diversa, ma non meno ideologica, di quella finora compiuta dalla destra etnonazionalista – conviene ricostruire, sulla base delle pubbliche dichiarazioni, lo svolgimento dell’atteggiamento della Santa Sede.
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Quando, alla fine dello scorso febbraio, hanno preso avvio le operazioni militari israelo-americane contro l’Iran, al di là dei tradizionali appelli papali alla pace, la Segreteria di Stato ha subito preso posizione in merito a una delle motivazioni date alla guerra: impedire con le armi la nascita di una potenza nucleare. In armonia con la dottrina della guerra giusta, il cardinal Parolin ha affermato che il ricorso alla fattispecie della «guerra preventiva» non aveva alcuna giustificazione etica.
Quando poi la portavoce del Governo statunitense ha sbrigativamente presentato in termini difensivi il conflitto, facendolo così in qualche modo rientrare nei canoni della «guerra giusta», il Segretario di Stato ha ricordato la posizione espressa dal Catechismo della Chiesa in merito ai criteri che legittimano il ricorso alle armi.
Al di fuori di casi in cui sia ben documentata davanti agli organismi internazionali la mancanza di alternative, l’uso della forza militare costituisce una violazione del diritto internazionale, aggravata, nella misura in cui si colpiscono i civili, da una violazione del diritto umanitario.
Nel frattempo all’interno della Chiesa americana si riproponeva, davanti alla nuova guerra del Golfo, la questione dell’obiezione di coscienza del soldato credente. Era stata evocata dall’ordinario castrense Timothy Broglio davanti ad un’eventuale aggressione alla Groenlandia (cf. SettimanaNews). In un’ulteriore intervista lo stesso Broglio, pur ammettendo che era assai difficile far rientrare il conflitto contro l’Iran nei canoni di una guerra giusta, precisava la sua valutazione.
Ricordava che l’ordinamento giuridico statunitense, consentendo l’obiezione di coscienza per ragioni religiose all’uso delle armi, comporta che, una volta accettato l’arruolamento, il soldato cristiano non possa sottrarsi, nel corso di una guerra in cui è coinvolto, a un ordine dei superiori. Esiste una sola eccezione: il caso che tale ordine sia palesemente immorale, cioè preveda la distruzione di intere città o regioni.
Se ne deduce che, nella fattispecie bellica in cui gli Stati Uniti risultavano in quel momento coinvolti, l’obiezione di coscienza non appariva praticabile, perché, pur comportando vittime civili – e al proposito Broglio sosteneva, con stupefacente serenità, che i cappellani militari avrebbero offerto, come di consueto, tutto il supporto spirituale a superare i traumi da ciò provocati nei soldati – la guerra americana non giungeva agli estremi di violare il diritto umanitario.
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Domenica 5 aprile, il presidente Trump ha espresso, in un linguaggio particolarmente sguaiato – in evidente spregio di una linea papale che ha molto insistito sull’eliminazione della violenza dalle parole come via per il raggiungimento della pace – la minaccia che, in mancanza di una adesione iraniana alle trattative avrebbe distrutto quella civiltà, facendola ritornare all’età della pietra.
Il lunedì successivo, Leone XIV, uscendo da Castelgandolfo, ha asserito che la messa in pratica di queste minacce renderebbe la guerra «inaccettabile». Infatti non si tratterebbe più di una trasgressione del diritto internazionale, ma di una violazione dei criteri morali che impongono, nella conduzione delle operazioni belliche, la tutela degli innocenti.
L’inusuale ripetizione in lingua inglese dell’intervento sembra attenuare la portata del discorso: la frase «una guerra che molti hanno definito ingiusta» ridimensiona infatti il giudizio, espresso invece in italiano, sul carattere «veramente inaccettabile», proprio perché giudicato ingiusto dalla Santa Sede, del conflitto.
È probabile che la variante – pur lasciando immutata la delegittimazione etica di ogni pratica bellica a danno dei civili – trovi ragione nella volontà di mantenere aperto un canale di dialogo diplomatico con gli Stati Uniti. Il riguardo peraltro non è stato apprezzato dal presidente.
Nella dichiarazione sul suo social network, al di là del giudizio negativo sul papa, cerca di precostituirsi una posizione di forza nei riguardi della Santa Sede attraverso due propagandistici travisamenti della realtà: l’auto-attribuzione del merito dell’elezione di Prevost e la disponibilità vaticana ad accettare l’armamento nucleare dell’Iran. Ci si può chiedere cosa abbia portato Trump ai limiti del delirio.
A suo dire il papa avrebbe presentato la sua amministrazione come un «fear», un pericolo. In realtà, sul piano pubblico, Leone ha soltanto invitato i cattolici a due iniziative: intervenire presso i rappresentanti del popolo al Congresso al fine che inducano il Governo americano ad assumere una diversa posizione in merito a una guerra diretta contro i civili innocenti; mobilitarsi per una veglia di preghiera indetta per sabato 11 aprile allo scopo di pregare per la pace.
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Il tema del ricorso al Congresso è stato ripreso, con forza, anche dall’arcivescovo di Washington, cardinal Robert McElroy, nella sua omelia per la veglia per la pace. È probabile che qui stia la ragione principale della esternazione presidenziale: il suo potere potrebbe vacillare. Vedremo gli sviluppi. Ma sul piano generale interessa sottolineare un altro aspetto dell’omelia tenuta sabato scorso da Leone XIV.
Nella tradizione della preghiera per la pace in tempo di guerra, inaugurata da Benedetto XV durante il primo conflitto mondiale, essa si legava alla dottrina della guerra giusta. Intendeva infatti tener aperto nella coscienza dei credenti il nesso tra pace e Vangelo, anche quando essi dovevano, per dovere, esercitare la virtù dell’obbedienza all’ordine di uccidere. Insomma la Chiesa, nel momento in cui giustificava il ricorso alla violenza bellica, non voleva si dimenticasse il valore della pace.
Leone XIV ha mutato questa impostazione. Ha presentato la preghiera non solo come via per l’accoglimento del dono della pace nella vita interiore del credente, ma anche come canale per l’educazione dei fedeli a una concreta azione. Partendo dalla cancellazione di ogni traccia di violenza nelle relazioni della vita quotidiana, essa giunge a fare dei cristiani fattivi operatori di pace sulla scena pubblica.
Al di là dei contingenti rapporti diplomatici tra Santa Sede e Stati Uniti – certamente tesi, anche senza immaginare scenari di improbabili minacce – la semplice realtà dei fatti ci restituisce un aspetto rilevante del presente ecclesiale: nella guerra aperta da Trump, il papa americano ha compiuto un altro passo nel processo, aperto da Francesco, verso un superamento della dottrina della guerra giusta.
Daniele Menozzi
Fonte: Settimana News
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