Lidia Maggi e Angelo Reginato "Un'altra giustizia"
Il Vangelo strappa la giustizia all’uso strumentale, indifferente alle ingiustizie. Capovolge la logica punitiva verso la giustizia riparativa. Invita a essere affamati di giustizia a favore dei soggetti più deboli, a partire dalla conversione del proprio cuore. Lidia Maggi e Angelo Reginato sono pastora/e della chiesa battista.
Ci sono parole che ci muoiono in bocca. Non perché le riteniamo sorpassate o, peggio, false. Tutt’altro! Ci sono necessarie come l’aria che respiriamo.
Ma ci tratteniamo dal pronunciarle perché la voce tradirebbe una sorta d’incredulità, insieme al pudore che ne teme l’uso osceno in un mondo che esibisce
il fraintendimento di quella parola. La giustizia, come la speranza o le altre
grandi parole delle Scritture ebraico-cristiane subiscono la sorte di essere
continuamente dette senza più significare. Che fare? A proposito della parola
“Dio”, Martin Buber suggerisce che, dato l’uso che ne è stato fatto, giace a
terra malconcia. O la si dichiara inutilizzabile o si prova a risollevarla. Una
medesima considerazione vale per la parola “giustizia”.
Come si solleva da terra una giustizia ripetutamente calpestata, fraintesa,
usata per giustificare azioni ingiuste? Insieme al pensiero critico, per quanto
anch’esso inattuale, possiamo ritornare a leggere la narrazione evangelica,
per strappare la giustizia all’uso distorto e interessato che ne facciamo e
mostrare il senso differente che emerge da quel racconto. Nel provare a farlo
useremo la nostra idea di giustizia come liquido di contrasto, così da evidenziare quella differenza di cui è portatrice la Scrittura.
La metafora diagnostica mostra da subito il suo limite nell’applicazione al
confronto tra diverse idee di giustizia, ovvero il rischio di fare la parodia della
nostra idea per risaltare l’originalità delle Scritture. Del resto, a chi dovrebbe
riferirsi quel “nostra idea di giustizia”? Un singolare che denuncia una semplificazione. Ne siamo consapevoli. Ma nello stesso tempo ci sembra di scorgere delle linee di tendenza preoccupanti che si prestano proprio a fare da
liquido di contrasto. Se in altri momenti storici la Bibbia ha fatto da conferma
alle conquiste in materia - pensiamo alla Dichiarazione universale dei diritti
umani, spesso letta in parallelo alle Dieci parole del Sinai - oggi ne cogliamo
maggiormente le differenze. In ogni caso, chi legge saprà fare la tara alle
nostre considerazioni, per forza di cose, parziali.
Una giustizia che vede
Una raffigurazione della giustizia che si è imposta nel nostro codice
occidentale è quella della dea bendata che tiene in una mano la bilancia e
nell’altra la spada. La giustizia giudica, soppesa le azioni umane e interviene
col braccio armato per interrompere le trame del male. Lo fa senza guardare
i soggetti che agiscono: dà a ciascuno il suo, senza fare preferenze. La cecità è segno di imparzialità, di correttezza nel procedimento. Nel codice biblico
non c’è spazio per questo immaginario. Il distacco, ritenuto necessario, nel
mondo delle Scritture è foriero di indifferenza e, dunque, di ingiustizia. Perché
per la Bibbia la giustizia non è mai il punto di partenza, lo stato di cose esistente,
da perpetuare con leggi e sanzioni. Piuttosto, deve essere ripristinata, intervenendo a favore dei soggetti più deboli. Il Dio biblico guarda, vede e agisce per
risollevare il povero. Non è per niente cieco, né sordo di fronte alle tante ingiustizie subite dai poveri. Lo stesso fa Gesù, come attesta il Nuovo Testamento. Non
solo il suo sguardo si posa su chi è oppresso per risollevarlo, per far sì che possa
sperimentare la vita giusta. Osserva anche chi guarda la realtà con in mano il
codice penale, preoccupato dell’osservanza del sabato e non di ristabilire la
giustizia di una vita buona per chi, anche di sabato, sperimenta il male di vivere.
Osserva e si indigna, pensandosi non tanto come giudice distaccato ma come
persona empatica, affamata e assetata di una giustizia che non c’è.
Una giustizia che ripara
Per noi la giustizia è retributiva e dunque punitiva: chi sbaglia paga. È
vero che diverse persone hanno maturato l’idea di una giustizia riparativa,
trasformativa, preoccupata di sanare la ferita sociale creata dal reato, di
pensare percorsi di riscatto e di riconciliazione. Questa diversa concezione
della giustizia ha trovato spazio anche nella legislazione, persino nella Costituzione. Ma nella costituzione materiale, quella che fa da bussola all’agire
quotidiano, questa idea resta minoritaria e perdente, perché noi rimaniamo
dentro l’orizzonte del merito: siamo notai più che creatori.
La Bibbia riconosce la responsabilità umana: la storia non è un destino già
scritto; il suo andamento dipende da noi, dalle scelte che compiamo. Scelte su cui
occorre operare un giudizio. Ma non di tipo elementare, una fotografia della
realtà che separa i buoni dai cattivi. Già i profeti mettono in campo giudizi
durissimi, che suonano come sentenze definitive, senza appello, per poi svelarne
il senso pedagogico di scossa, al fine di operare un cambiamento. Anche il
profeta di Nazaret agisce così: le dure parole dei Vangeli, messe in bocca a Gesù,
hanno il compito di smuovere, di riaprire i giochi. Le parabole della misericordia,
che leggiamo in Luca 15, non contrappongono il perdono alla giustizia, l’accoglienza del figlio prodigo contro la pretesa di giustizia del fratello maggiore.
Piuttosto mostrano una differente idea di giustizia che spinge a riparare, trasformare, offrire nuove possibilità. Di nuovo, non lo sguardo del giudice ma quello
di chi si sente legato con viscere di misericordia sia al colpevole che al presunto
innocente. La giustizia non è una constatazione: è una sfida.
Partire da sé
Una pericolosa linea di tendenza di questo nostro tempo va sotto il nome
di giustizialismo. Con parole gridate mettiamo alla gogna chi reputiamo un pericoloso avversario e pretendiamo che su di lui si accanisca la legge. Conosciamo bene come funziona e chi ne usufruisce in termini di consenso politico.
Sovente, nello spazio pubblico, si invoca una giustizia sommaria, che riguarda
solo alcuni, gli avversari; una giustizia a orologeria, a seconda delle ondate di
indignazione, e sempre a proposito di altri. La Bibbia conosce questo grido
collettivo e non teme di denunciare gli scandali, ma sa bene che questa
denuncia dei vizi pubblici non giustifica la presunzione di private virtù. Nei
racconti biblici scorgiamo un’altrettanta attenzione alle dinamiche private, a
una giustizia ordinaria. È dal cuore che prende origine l’ingiustizia, dice
Gesù. E il lavoro del cuore, affinché in esso venga ristabilita la giustizia,
implica un atteggiamento autocritico, che cerca innanzitutto di fare i conti
con la propria trave, lasciando a un momento successivo il compito di togliere
la pagliuzza dall’occhio altrui.
La giustizia biblica, a differenza della deriva giustizialista, si misura sulle
scelte quotidiane. Non alza la voce solo in certe occasioni ma è la passione di
una vita, una virtù tenace, che resiste anche di fronte a una società che ascolta
solo certe istanze e non altre. La parabola della vedova, in Luca 18, ci offre
una chiara immagine di questo atteggiamento, dove la giustizia, come la
preghiera, esprime un modo di abitare la terra, incapace di tollerare ciò che
è ingiusto e pronto a mettersi in gioco per ristabilire la giustizia.
Noi, tendenzialmente, parliamo di giustizia in veste di spettatori: il problema
riguarda gli altri, gli ingiusti. La Bibbia, che non mostra alcuna ingenuità
rispetto alla presenza di empi e nemici, sapendo bene che occorre far fronte
alle infinite manifestazioni del male, si sottrae, però, alla semplice esternalizzazione del problema, ribadendo a ogni pagina che occorre “partire da sé”.
Gesù, in continuità con le parole che leggiamo nelle Scritture, libro autocritico
e autoironico, invita a misurarsi con il proprio comportamento ingiusto. La
polemica con i farisei è tutta qui: c’è una presunzione di giustizia che rende
ingiusti, anche davanti a Dio. Capiamo, allora, il senso della diversa interpretazione offerta da Paolo e da Matteo riguardo alla giustizia. Per l’evangelista,
la nostra giustizia deve superare quella dei farisei. Ma proprio per questo
l’apostolo afferma che nessuno è giusto.
Di nuovo, al di là di facili contrapposizioni, il lavoro di dare una forma
giusta alla vita domanda sia l’attività di operare scelte giuste, sia la passività
di essere perdonati per grazia da un Dio che non smette mai di provare a
ristabilire la giustizia nelle nostre esistenze ingiuste.
Una giustizia non retorica
L’attualità ci consegna un ulteriore liquido di contrasto, sempre esistito
ma fino all’altro giorno utilizzato con un certo ritegno. Ci riferiamo agli
appelli strumentali alla giustizia a cui ricorrono i potenti per coprire operazioni compiute per altre motivazioni, soprattutto di tipo economico. Oggi c’è chi indica spudoratamente come giustizia azioni palesemente ingiuste. Sciolti
dai vincoli imposti dal diritto internazionale, essi stessi fonte del diritto, i
potenti usano le parole in base ai loro interessi. Le Scritture mettono in
guardia rispetto a questo uso strumentale. Giustizia, pace e anche Dio sono
parole a rischio di essere nominate invano. “Non chi dice... ma chi fa” è il
criterio offerto da Gesù per distinguere chi si atteggia a giusto - in veste di
attore, ovvero di “ipocrita” - da chi effettivamente ha fame e sete di giustizia.
Fin da ora
Fermiamoci qui nell’operazione diagnostica per individuare la giustizia
così come viene narrata nelle Scritture rispetto al nostro modo di intenderla
e viverla. Che conclusioni trarne? Che la nostra storia è gravemente malata
al riguardo e che la patologia di cui soffre ha carattere cronico? Detto altrimenti: il sogno di Dio di ristabilire la giustizia è destinato a essere realizzato
al compimento della storia, risultando nel frattempo troppo alto per questa
nostra umanità? Sono molti i fattori patogeni che minano la salute del corpo
sociale. E di fronte all’evidenza dei risultati delle analisi condotte in merito
disperiamo di poter ristabilire una salute che ci appare utopica. La disperazione è più che comprensibile; eppure, le Scritture del Nuovo Testamento ci
dicono che il seme del Regno di Dio e della sua giustizia è stato seminato nel
campo del mondo. E che nella vita di Gesù ha già mostrato il suo compimento.
Certo, le sue discepole e i suoi discepoli sanno di essere “tra il già e il non
ancora”, che la storia, insieme a tutto il creato, geme nelle doglie del parto. Ma
il fatto che l’incompiuto abbia ospitato la luce del compimento, che in Gesù
la giustizia della vita buona sognata da Dio fin dal principio abbia svelato la
sua verità, questo ci domanda di non abbandonare la scena storica, per
quanto impermeabile alla giustizia evangelica, per provare ostinatamente a
porre segni di un mondo giusto, che facciano segno, che insegnino il senso
della giustizia evangelica.
Mentre sperimentiamo la durezza di una storia che si presenta come
destino, di una società come verdetto, la parola evangelica ci sollecita a non
desistere dal porre segni solo parziali, e di porli nel corso di tempi lunghi, che
non mostrano immediatamente i tanto attesi segnali di cambiamento. E nello
stesso tempo, questi tempi lunghi vanno anche questionati, come fa Tamar
quando si accorge che suo suocero Giuda sceglie la tecnica dell’attendismo - i
tempi non sono maturi! - per neutralizzare la sua presenza. Come fa Gesù che
esige dal fico frutti, pur non essendo ancora la stagione dei frutti. Paziente
tenacia e coraggiosa accelerazione di chi cerca, prima di ogni altra cosa, il
Regno di Dio e la sua giustizia.
Lidia Maggi e Angelo Reginato
