«Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?»


Il Messaggio del cardinale Repole sulla crisi industriale della città: «Le guerre seminano morte nel mondo eppure a Torino e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione. Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro?» 

Antonio Sanfrancesco 
30 aprile 2026 

«Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?». 

È una domanda che pesa come un macigno quella posta dall’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, il cardinale Roberto Repole, nel messaggio diffuso per la Festa del Lavoro del 1° Maggio, memoria liturgica di san Giuseppe Artigiano. Un interrogativo che non è solo retorico, ma che chiama in causa il futuro produttivo, etico e sociale di un intero territorio segnato da anni di crisi industriale e oggi attraversato da nuove prospettive legate all’industria della difesa il cui giro d’affari, stando all’ultimo rapporto del Sipri di Stoccolma, ha raggiunto un nuovo record l’anno scorso: 2.887 miliardi di dollari spesi in armi con un aumento del 2,9% rispetto all’anno precedente. 

Nel Messaggio, Repole non nasconde il proprio turbamento: «Il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto». Una inquietudine che si acuisce proprio davanti a una contraddizione evidente: «Le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione». 

Da qui la domanda decisiva: «Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro?». Il cardinale chiarisce subito che non si tratta di un giudizio sui lavoratori, soprattutto sui più fragili: «Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena». Tuttavia, invita tutti a una responsabilità condivisa: «Dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi». 

Nel messaggio, Repole smaschera anche il linguaggio che spesso accompagna il settore: «So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti». E aggiunge con forza: «Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro». 

Il nodo, dunque, non è solo economico ma profondamente morale e culturale: «Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?». Una domanda che si lega a una visione più ampia della pace, richiamata anche attraverso le parole di Leone XIV rivolte al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede nel discorso di inizio anno: «Non basta parlare di pace, “occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte”». 

Secondo il cardinale, infatti, la guerra non è soltanto il frutto di tensioni e ingiustizie, ma anche «un grande business economico» che «sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia». 

Per questo l’invito finale è a un discernimento collettivo: «Fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme – istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie – domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità». 

Un percorso che la Chiesa torinese si dice pronta ad accompagnare: «La diocesi con la sua Pastorale del Lavoro è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento». 

Parole che, nella ricorrenza del 1° Maggio, rilanciano il senso più profondo del lavoro: non solo strumento di sostentamento, ma ambito decisivo in cui si gioca la dignità dell’uomo e la direzione della storia. 

Leggi il messaggio sul sito della Diocesi di Torino

 
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