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Franco Garelli "La Chiesa di Papa Leone e la riscoperta delle radici"


2 gennaio 2026

La domanda di chi sia Papa Prevost, di quali siano i suoi intenti e programmi per la Chiesa cattolica e per il suo ruolo non mondo, continua a tenere banco sia dentro gli ambienti religiosi/ecclesiali che fuori di essi, sia a livello nazionale che internazionale.

Erano molte le aspettative nei suoi confronti, quando l’8 maggio scorso i cardinali, riuniti in Conclave, hanno trovato una veloce convergenza sul suo nome, ponendo sul soglio di Pietro il secondo e successivo papa americano della storia. L’attesa più immediata era di capire come si sarebbe mosso il nuovo pontefice a seguito dello “tsunami” Francesco, dopo il «nulla sarà come prima» in cui si può sintetizzare il movimento che Bergoglio ha voluto imprimere al proprio pontificato; e dopo il ruolo – forte e in parte scomodo – che come capo della cattolicità egli ha via via assunto nei rapporti internazionali. Ma oltre a questo confronto, vi era il diffuso interesse a valutare come il nuovo pontefice avrebbe risposto al grande credito che l’opinione pubblica mondiale riserva da tempo alle vicende del papato, in un’epoca in cui la Chiesa di Roma – nonostante tutti i suoi limiti e scandali interni – viene vista come uno dei pochi punti di riferimento etico e spirituale in un globo sempre più frammentato e diviso. 

Come si presenta dunque Leone XIV a quasi otto mesi da quando è stato eletto? Diciamo subito che sino ad oggi Prevost non ci ha offerto delle indicazioni di fondo circa il programma del suo pontificato, non ha prodotto un documento organico equivalente a ciò che l’esortazione Evangelii Gaudium ha rappresentato per la visione di Chiesa che aveva in mente papa Francesco, pubblicata pochi mesi dopo la sua elezione. Si tratta del testo, che ha dato slancio a quelle “icone” della Chiesa (la Chiesa in uscita, ospedale da campo, più madre che giudice, più vicina alle inquietudini umane che chiusa nelle sue certezze, che rovescia il rapporto centro-periferia) destinate a diventate il marchio di fabbrica del pontificato bergogliano. Tuttavia, anche se Prevost non ha ancora mostrato le sue carte programmatiche, non mancano gli indizi di come egli intenda guidare la barca di Pietro e delle priorità pastorali da perseguire, per un pontificato che da un lato si riconosce in varie aperture e intuizioni profetiche introdotte da papa Francesco e che dall’altro mira a coinvolgere in modo più armonico e istituzionale tutta la Chiesa e a dar nuova linfa a settori vitali ma nel tempo forse un po’ trascurati. 

Così, ad esempio, sono recenti i suoi inviti alla Chiesa a riconsiderare l’impegno culturale e intellettuale, che implica (usando le sue parole) che la cattolicità investa «nella fatica del pensiero», «superi i pregiudizi sul servizio accademico», «si apra al dialogo con le culture», «formi laici e preti preparati in questo campo»: e ciò, non solo per pensare/declinare la fede negli scenari attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale cui è esposta la nostra epoca e contribuire anche a questo livello al bene comune. Si tratta di un investimento non di poco conto anche per le sorti di una Chiesa che – come tutte le grandi istituzioni contemporanee – soffre da tempo di una evidente crisi di leadership, che depotenzia dunque la sua capacità di pensare in grande e di meglio attrezzarsi rispetto alle sfide che essa e l’umanità hanno di fronte

Ma oltre a riconsiderare il discorso culturale, c’è un altro imperativo che papa Leone sta ricordando alla sua Chiesa: l’impegno a rivitalizzare la liturgia ordinaria, ad operare al riguardo «un’inversione di tendenza» a fronte di una dimensione rituale che si presenta sovente affaticata, scialba, abitudinaria. È importante, dunque, a detta del papa, che la Chiesa – per quanto la riguarda – risponda al bisogno del sacro oggi diffuso nelle nostre società, facendo sì che le comunità cristiane locali si formino alla luce della parola di Dio, comprendano per mezzo dei riti il mistero di fede che si celebra. Occorre, in altri termini, favorire «una fruttuosa partecipazione del popolo di Dio, come pure una liturgia decorosa, attenta alle diverse sensibilità e sobria nella sua solennità». 

Un altro tratto distintivo della sensibilità di Papa Prevost si ritrova nel suo radicamento spirituale cristiano, che emerge con tutta evidenza nelle sue riflessioni. Come quando ha detto – nel recente viaggio in Libano, terra di infiniti conflitti – che la pace è certamente frutto di un impegno umano, ma è soprattutto un dono del Dio vivente, della conversione dei cuori; o nelle molte circostanze in cui ha affermato che la ragione di fondo della Chiesa e della sua missione nel mondo è di far conoscere quel volto di Cristo capace di offrire anche alle donne e agli uomini del nostro tempo la pienezza della vita, il senso più alto del vivere e del morire. 

Si tratta di affermazioni che ovviamente non sorprendono sulla bocca di un pontefice, che si ritrovano nel repertorio di tutti i papi e dei teologi più autorevoli; che tuttavia vengono oggi ribadite con particolare forza da Leone XIV, che avverte il rischio che la Chiesa sia considerata alla stessa stregua di una Ong, mentre la spiritualità cristiana è sovente intesa come una delle tante proposte di vita armonica che si moltiplicano alle nostre latitudini.


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