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Enzo Bianchi “La società non è più naturalmente cristiana”

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gennaio 2026 
La società non è più naturalmente cristiana
per gentile concessione dell'autore


Ma resta vero per il discepolo di Cristo che fine della cristianità non significa scomparsa della fede​.

Siamo giunti al termine del Cammino sinodale della Chiesa italiana iniziato quattro anni fa. Ora il frutto dei lavori svolti è stato consegnato ai vescovi e spetta a loro operare un discernimento e giungere a decisioni riguardanti la vita ecclesiale. 

Abbiamo seguito lo svolgersi del processo sinodale con molta attenzione e riconosciamo che è stato percorso un cammino nella libertà, senza censure; un cammino capace di far emergere anche il dissenso, la diversità delle posizioni, sempre però in vista di una comunione plurale animata dallo Spirito santo. 

Anche il rifiuto del testo delle Proposizioni, ad aprile-maggio dello scorso anno, giudicato da tutta l’assemblea non adeguato a esprimere il percorso vissuto e insufficiente nell’indicare le proposte espresse nei lavori sinodali, è stato un segno di libertà dell’assemblea e di responsabilità oculata del Consiglio permanente Cei. Così si è deciso un rinvio dei lavori, un’ulteriore pausa di riflessione e una riscrittura delle Proposizioni che, significativamente, sono state votate quasi all’unanimità nell’assemblea finale del 25 ottobre scorso a Roma. 

Il presidente del Comitato nazionale del Cammino sinodale, il vescovo di Modena, monsignor Erio Castellucci, nell’introduzione alla terza assemblea è stato molto chiaro e, come già aveva fatto al termine dell’assemblea del maggio 2025, ha messo in evidenza il diritto all’espressione del dissenso e la bellezza di una comunione che non teme la diversità pur nella necessaria fatica dell’ascolto di voci “altre”. 

La trasparenza e la parresia degli interventi di Castellucci appaiono una grazia che desta sentimenti di affidabilità dell’autorità episcopale. Resta molto importante la dichiarazione che il Documento finale «è il risultato del tentativo di mediare le diverse posizioni e intuizioni, non però in modo compromissorio ma “profetico”. 

Perché la profezia non è tanto dei singoli, è dell’intero popolo di Dio e lo sforzo che abbiamo fatto è quello di discernere il senso di fede del popolo di Dio». Ma, come giustamente rileva il vescovo Erio Castellucci, ciò che resta straordinario del Cammino sinodale della Chiesa italiana è questo tempo quadriennale di ascolto che ha impegnato circa cinquantamila gruppi nelle diverse Chiese locali. Resta vero che molte diocesi, e di conseguenza molte parrocchie e comunità, non hanno partecipato al Cammino sinodale, ma comunque va messa in evidenza questa “pratica di presa della parola e di ascolto” dov’è avvenuta nell’incontro delle persone, nel vivere la fraternità cristiana. 

Non possiamo dimenticare che i lavori dell’Assemblea generale della Cei (Assisi, novembre 2025) sono stati aperti da una lunga relazione del presidente, il cardinal Matteo Zuppi: una relazione coraggiosa, che fin dall’inizio rileva la situazione di crisi in cui è immersa anche la vita cristiana, anche la Chiesa. Accennando ad alcuni tratti della crisi, quali il venir meno della partecipazione di molti fedeli ai sacramenti, la crescita del numero dei “lontani” che vivono non l’ostilità verso il cristianesimo ma l’indifferenza, l’irrilevanza dei cristiani nella cultura dominante, Zuppi dichiara: «La cristianità è finita!». Ci rallegriamo che il presidente della Cei dica apertamente, ricevendo contestazioni anche da parte dei cattolici, ciò che abbiamo detto e scritto da quarant’anni. 

Quali discepoli e amici di Chenu, il grande teologo, dicevamo che la cristianità era finita, finita era l’epoca costantiniana, ma per questo fummo autorevolmente richiamati a non essere “disfattisti”. 

Ora, finalmente, tutti sono autorizzati a dirlo. Sì, la nostra società non è più naturalmente cristiana, non abbiamo più un Costantino che ci protegge e ci dà potere. Ma resta vero per il discepolo di Cristo che fine della cristianità non significa scomparsa della fede. È tramontato un ordine di potere, di cultura, ma non la possibilità dell’adesione a Cristo. 

Il cardinale Zuppi giunge a discernere in questa crisi della cristianità un kairós, un tempo favorevole, un’occasione per tornare all’essenziale, agli inizi della Chiesa

È possibile! Ma non dimentichiamo che per il cristiano – nel regime cristiano costantiniano come in un altro regime, magari di comunità che sono di minoranze creative evangeliche – resta sempre difficile la lotta contro gli arcontes di questo mondo! Perché «questo mondo è tutto sotto il potere del maligno! » (cf 1Gv 5,19). E non si dimentichi che è sempre molto pericoloso istituire una relazione tra concordia della Chiesa e pace sociale, anche se Costantino a Nicea ha inaugurato questo legame meritando il titolo di “santo”. Scriveva san Bernardo che «la situazione della Chiesa durante la persecuzione è amara, sotto il dominio degli eretici ancora più amara, ma nella concordia con il potere mondano amarissima» (Sermoni sul Cantico 33,16). 

Credo che proprio per questo il presidente della Cei, cardinale Zuppi, indichi come strada da percorrere quella tratteggiata dall’Esortazione apostolica Dilexi te di papa Leone XIV. Rinnovare la Chiesa significa per la Chiesa scegliere di stare gratuitamente con i poveri. In ogni rinnovamento, anche quello indicato dal Cammino sinodale, la cattedra dei poveri dev’essere voce di evangelizzazione. Perché o la Chiesa è Chiesa dei poveri oppure non è la Chiesa di Gesù Cristo, colui che si fece povero per noi! 

E, infine, mi sembra doveroso dare risalto anche all’intervento del cardinal Roberto Repole, arcivescovo di Torino, nel corso di questa 81ª Assemblea generale della Cei. Quello che ha detto ci pare importante perché ha gettato uno sguardo sulla prossima assemblea Cei del 2026, chiedendo che ci sia la stessa schiettezza che ha caratterizzato i lavori del Cammino sinodale. Perciò Repole ha posto una domanda: «La Chiesa italiana è consapevole che la fede oggi è diventata il vero problema della vita cristiana?». 

Confesso che a leggere il testo del cardinale Repole sono trasalito di gioia: finalmente qualcuno nella Chiesa italiana appare consapevole che la fede è venuta meno, che la fede si è fatta debole anche nella comunità cristiana, e che se non c’è fede non c’è neppure trasmissione! 

Da anni lo dico, lo predico e lo penso, ma la nostra Chiesa si affanna in tanti servizi e ignora la fonte dell’agire cristiano che può essere solo la fede! Fede in Gesù Cristo, che è la vita, che è salvezza, che è vittoria sulla morte. Siamo in una situazione di povertà di risorse innanzitutto umane, mancano i pastori, mancano i testimoni che rimandano a Gesù Cristo, e manca la fede... Il cardinal Repole indica poi problemi e priorità: la trasmissione della fede, la dimensione caritativa della fede, il problema dei ministeri, una Chiesa ben organizzata ed efficiente ma incapace di testimonianza. 

Repole sa di rivolgersi a una Chiesa impegnata ma stanca, funzionale ma senza entusiasmo, presente ma non evangelizzante. 

Questo intervento è un forte richiamo fatto ai vescovi, ma che riguarda tutto il popolo di Dio. Insomma, da questo Cammino sinodale l’indicazione importante e stimolante è quella di lavorare per una Chiesa “altra”, più fedele al suo Signore. Ma spetta poi a ciascuno di noi – vescovo, presbitero o semplice fedele – realizzare questa esigenza dettata dallo Spirito santo alle Chiese che sono in Italia. 

Abbiamo rapidamente letto tre documenti riguardanti il Cammino sinodale italiano e non possiamo non attestare che è stato fatto in buona parte quello che voleva papa Francesco e lo indicava come urgente per la Chiesa italiana. L’apporto del Sinodo italiano al Sinodo della Chiesa universale non sarà quello di chiedere e indicare mutamenti delle forme della struttura della Chiesa, e non sarà neppure una domanda di ricomprensione della morale cattolica, ma comunque offrirà una grande e significativa esperienza di ascolto e una volontà di far vivere sinodalmente le Chiese locali.





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