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Enzo Bianchi "Noi che siamo nati cercando un volto"

La Repubblica - 19 luglio 2021
per gentile concessione dell’autore.

Non mettiamo più le mascherine, almeno all’aperto, e ricominciamo a guardare i volti nella loro nudità. Abbiamo dovuto rinunciare a lungo al "faccia a faccia" con amici, conoscenti, persone incrociate nei nostri cammini, a volte anche con conviventi e familiari. Di fatto è aumentata la nostra sordità che non è solo incapacità di accogliere messaggi sonori ma che è innanzitutto mancata accoglienza delle attese e dei desideri che vengono espressi dal volto degli altri. Forse ci guardavamo con maggiore intensità negli occhi ma abbiamo sperimentato che solo il volto permette quell’esperienza umana fondamentale nella quale l’identità di una persona si offre e si accoglie, in questo vis-à-vis. 

Il volto contro volto è il luogo originario in cui si accendono relazione e comunione, in cui si costituisce l’identità umana, perché ognuno si lascia plasmare dall’altro in una reciproca fecondità. 

L’umano è il solo essere che abbia un volto, anzi possiamo dire con Emmanuel Lévinas, è "volto", sempre "rivolto" all’altro con le sue attese che chiedono di essere ascoltate. Nessuno spazio del corpo è appropriato a segnare la singolarità della persona e a indicarla socialmente quanto il volto. 

Siamo nati cercando un volto, quello della madre, ed è trovando accoglienza in quel volto che siamo venuti al mondo accettando di vivere e diventando consapevoli che nel volto degli altri potevamo scorgere l’unicità della persona, la sua espressione, la sua storicità, la sua vita e non solo: scorgere anche il mistero della persona dell’altro, perché proprio il volto segna la frontiera tra il visibile e l’invisibile, le parole e lo sguardo. Purtroppo siamo abituati a vedere i volti di sfuggita, superficialmente, e abbiamo timore di "guardare" con intensità il volto dell’altro: tant’è vero che se l’altro se ne accorge e ci guarda noi abbassiamo gli occhi con un po’ di timidezza o di vergogna. Ma il volto va guardato, contemplato, perché solo così abbiamo un accesso alla conoscenza dell’altro: la singolarità del volto, la possibile presenza in esso di tratti della sua parentela, la sofferenza narrata dalle rughe e dai solchi lasciati dalle lacrime dovrebbero essere sempre una rivelazione! I greci avevano una comprensione tale della singolarità del volto umano che qualificavano gli schiavi come aprósopoi, i "senza volto", e percepivano che il volto è l’emergenza dell’interiorità propria di una persona fino ad affermare che ognuno ha il volto che si merita, o che si è costruito. 

Ma imparare a leggere il volto significa anche imparare a leggere il mondo perché nel volto ciascuno si presenta nella sua identità. Come rivela il vocabolario il volto è anche "faccia", da facio fare, quindi una realtà che ognuno costruisce insieme al tempo come uno scultore. Come non riconoscere che soprattutto la cattiveria e l’ipocrisia plasmano il volto che ne diventa l’epifania? E la bontà e la compassione forgiano un volto che ispira pace e accoglienza? Così ogni essere umano ha l’anima sul volto!

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