Enzo Bianchi "Non al centro"

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Non al centro 

Conosciamo due espressioni equivalenti, “in mezzo” e “al centro”, che indicano molto di più di una “locazione”. Stare in mezzo, stare al centro significa avere un posto di riguardo, verso il quale sono rivolti gli sguardi di tutti, attorno al quale tutto è disposto in modo da convergere verso di esso. Al centro ottico di una chiesa c’è l’altare, al centro di un’assemblea c’è il tavolo della presidenza … Sta al centro, sta in posizione mediana, in mezzo, colui al quale si rivolgono gli sguardi, gli orecchi e soprattutto l’attenzione; sta in mezzo, così da essere visibile da tutti e da tutti essere riconosciuto.

 

In senso chiaramente metaforico è al centro, in mezzo, colui che è il primo di tutti, che tiene una posizione da amare e venerare, posta come esemplare. Ognuno di noi sente dentro di sé il desiderio di stare al centro, di essere al centro dell’attenzione e degli sguardi degli altri, di essere nella posizione “migliore”. In verità il comandamento primo: “Amerai il Signore tuo Dio” (Dt 6,5; Mc 12,30 e par.) significa innanzitutto: “Non amerai te stesso al di sopra di tutti e di tutto”. Massimo il Confessore denuncia questa philautía, questo amore egoistico di sé, come la radice di tutti i mali (cf. Capitoli sulla carità III,56-57). Dunque il comandamento biblico esige il decentramento dell’amore da se stessi, per amare Dio, quindi per amare il prossimo come se stessi (cf. Lv 19,18; Mc 12,31 e par.). Benedetto nella Regola chiede al monaco, con altre parole, di “nulla preferire all’amore di Cristo” (RB 4,21), di “nulla preferire a Cristo” (cf. RB 72,11), in modo che il monaco non viva per se stesso e non faccia di sé il destinatario del suo amore.

 

Dal Nuovo Testamento riceviamo una straordinaria immagine di decentramento nella figura di Giovanni il Battista. Egli è il precursore, colui che precede il Messia, dunque il primo a essere visto, ascoltato come annunciatore della visita di Dio; ma egli tutto predispone affinché sia Cristo l’oggetto dell’attesa, affinché a lui vadano gli sguardi e i cuori di quanti ascoltano il suo invito alla conversione. Centro del suo annuncio è “colui che viene dietro a me” (opíso mou: Mc 1,7; Mt 3,11; Gv 1,15.30), che è solo un discepolo rispetto a lui. Egli però proclama che questo Messia ancora anonimo è “più forte” (Mc 1,7 e par.), proclama la propria indegnità di immergerlo nel Giordano (cf. Mt 3,14). Secondo il quarto vangelo indica ai suoi discepoli di seguirlo (cf. Gv 1,35-37), dopo aver affermato per tre volte: “Io non sono”, “non sono il Cristo, non sono Elia, non sono il profeta” (cf. Gv 1,20-21). Per questo lascia che i suoi discepoli lo abbandonino per andare dietro a Gesù e riassume tutto il suo sentire nelle ultime parole pronunciate: “Occorre che lui, il Messia, cresca e io diminuisca” (Gv 3,30). Giovanni è colui che è riuscito a decentrarsi, per lasciare sempre al centro Gesù il Messia.

 

Anche la chiesa è decentrata rispetto al Signore, sebbene sia chiamata a essere il suo corpo (cf. 1Cor 12,27; Ef 1,23, ecc.), la sua fidanzata (cf. 2Cor 11,2; Ap 21,9). In particolare, nella chiesa ogni cristiano – sia papa, vescovo, presbitero, monaco o semplice fedele – non deve mai stare al centro. Purtroppo c’è invece una corsa a stare al centro, sia nel vivere quotidiano, sia nella liturgia o nelle assemblee pubbliche. So bene che i ministri del Signore alcune volte, agendo in nome di Cristo, stanno al centro dell’assemblea. Eppure, nella consapevolezza che la centralità spetta a Cristo e che essi non ne sostituiscono la presenza ma ne sono un segno, dunque un segnale, dovrebbero predisporre e operare tutto perché tale centralità del Signore nella chiesa non sia mai offuscata. Meglio sarebbe se, eccetto che per l’azione eucaristica, tenessero anche nella santa liturgia una posizione laterale, com’era nella tradizione. Che senso hanno le poltrone, sovente faraoniche, addossate all’altare, che a volte nascondono addirittura il tabernacolo? Che senso ha lo stare sempre al centro e sempre rivolti al popolo di Dio, anche quando si prega insieme e dunque si dovrebbe avere, l’assemblea e chi la presiede, lo stesso orientamento? Va detto con chiarezza: ciò che iconicamente si vede e si vive nella liturgia ha ricadute decisive nella vita quotidiana. Sicché se si è sempre al centro nella liturgia – il papa o il vescovo con la sua sede fino a oscurare l’altare, l’abate in capitolo su un trono –, lo si è anche nel quotidiano …

 

Forse è proprio per questa corsa al centro da parte dei suoi discepoli (“discutevano tra loro che era il più grande”: Mc 9,34) che Gesù un giorno “preso un bambino, lo pose in mezzo a loro, al centro, e abbracciandolo disse loro: ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me’” (Mc 9,36-37). Gesù mise al centro un piccolo, un essere fragile, uno che era sempre decentrato rispetto alla società, nella quale non contava nulla, perché era un ultimo. L’arte del decentrarsi è l’arte cristiana per eccellenza! La si impara da Cristo, sempre decentrato rispetto al Regno che proclama e a Dio Padre che lo ha inviato nel mondo; sempre nella forma del servo, dell’ultimo, anche quando sta in mezzo ai suoi fratelli: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). Se si ama, ci si decentra per il bene dell’altro, per il bene comune, perché non ci si sente al centro ma tra gli altri. L’arte del decentrarsi dovrebbe soprattutto far parte dell’acquisizione dello stile cristiano. Perché il cristiano prima di preoccuparsi di evangelizzare – come oggi è invitato con insistenza a fare – annunciando a parole il Vangelo, dovrebbe imparare a fare posto a Cristo, in modo che il Signore sia presente come Signore accanto a lui quando il cristiano sta nella compagnia degli uomini. L’acquisizione dello stile cristiano richiede di vincere il bisogno di stare al centro e, di conseguenza, richiede di assumere un atteggiamento di discrezione che sempre riconosce la centralità del Signore. “È il Signore” (Gv 21,7) e “sta in mezzo” (cf. Gv 20,19.26)! Non è assente e non lo si sostituisce per procura, ma è accanto e lo si indica, gli si fa segno. Si tratta a volte di ritirarsi in disparte, altre volte di lasciare la presa della mano che si è stretta; si tratta di lasciare che l’altro cammini senza pretendere di camminare sempre accanto a lui; si tratta di mostrare concretamente all’altro – e di dirglielo, se necessario – che il centro sta in Dio e che non si vuole diventare il centro di una relazione.

 

Il monaco in particolare, ma anche il presbitero celibe, nella sua solitudine, nel suo non essere coniugato, potrebbe esprimere bene che la sua condizione di eunuchia (cf. Mt 19,12), di mancanza, rimanda al Signore, a Gesù Cristo. Non diventando con una donna una sola carne (cf. Gen 2,24; Mc 10,7-8; Mt 19,5-6; Ef 5,31), ma vivendo questa ferita, questo vuoto aperto sul Signore, dice che non vuole essere il centro per gli altri e che ha il suo centro in Cristo. È la sua sensibilità ferita di non coniugato che deve trasmettere agli altri la sua appartenenza al Signore, la sua assiduità con il Signore. Non distratto, non preoccupato (cf. 1Cor 7,32-35), non in cerca di soluzioni compensative o succedanee, come una sentinella vigilante, in attesa della venuta del Signore, narra con la sua vita che nulla preferisce all’amore di Cristo e che, se nasce un amore, questo deve essere diretto a Cristo, colui che tiene il posto centrale.

 

Troppi ecclesiastici di fatto usurpano una centralità che non spetta a loro ma spetta solo al Signore. Invece dovrebbero semplicemente essere come il dito del Battista nella grande pala della Crocifissione di Matthias Grünewald, un dito che indica Cristo: colui che è al centro come Signore e come Agnello “in mezzo ai candelabri” (Ap 1,13), “in mezzo al trono” (Ap 5,6). Chi non sa decentrarsi, chi non sa scegliere l’ultimo posto (cf. Mc 9,35), lo sappia o meno, è un idolatra di se stesso, malato di philautía, incapace di riconoscere in verità l’altro, gli altri, l’Altro.

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