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Enzo Bianchi "Il vento da oriente che allargò la Chiesa"

Avvenire
Luoghi dell'infinito maggio 2020
dal sito del Monastero di Bose

Quando, ormai più di quarant’anni fa, venne eletto per la prima volta dopo diversi secoli un papa non italiano, proveniente dai confini orientali della Chiesa europea latina, forse non ci si rese conto subito di come e in che direzione questo evento avrebbe mutato il respiro della Chiesa cattolica.
Ma ben presto Giovanni Paolo II ci rese familiari con un’immagine efficacissima: la Chiesa che respira con i due polmoni, l’oriente e l’occidente. Non solo un modo di dire, ma una convinzione perseguita attraverso viaggi, documenti, dialoghi, ascolto delle diverse tradizioni che, nel mondo latino come in quello bizantino e slavo, per secoli avevano saputo tradurre il messaggio del Vangelo con accenti e tonalità diverse ma profondamente complementari. Purtroppo per tutto il secondo millennio cristiano il progressivo estraniamento tra oriente e occidente aveva soffocato il respiro della Chiesa, a volte ne aveva resa affannosa la predicazione, impoverendone le potenzialità.

Emblematica dell’approccio bi-polmonare di papa Giovanni Paolo II fu la pubblicazione nel breve volgere di tre settimane del maggio 1995 dell’esortazione apostolica Orientale lumen e dell’enciclica Ut unum sint sull’unità dei cristiani: la riflessione sull’importanza delle Chiese orientali – sia cattoliche che ortodosse – e sui loro tesori diviene una chiave di lettura e uno stimolo efficace per l’incessante ricerca dell’unità voluta da Cristo per i suoi discepoli. Le esperienze di conoscenza e d’incontro realizzatesi nel corso del XX secolo vennero riconosciute come portatrici di un mutamento di prospettive nell’intendere l’unità e pietre miliari sul sentiero da percorrere per conseguirla: passare da un rapporto “chiesa madre – chiese figlie” a relazioni tra “chiese sorelle in una comunione plurale”. In quei testi Giovanni Paolo II esprime la consapevolezza di come gli ortodossi e gli orientali noi cattolici “abbiamo in comune quasi tutto” (OL 3) e come il forte anelito al ristabilimento della comunione con le chiese ortodosse e orientali, quel desiderio di respirare a pieni polmoni possa anche rispondere alla domanda di senso dell’uomo contemporaneo. Certo, per offrire una risposta convincente ed efficace, oriente e occidente devono togliere lo “scandalo della divisione”, che svuota la croce stessa di Cristo.

Nell’ultimo quarto di secolo, papa Giovanni Paolo II e i suoi successori – Benedetto XVI e ora papa Francesco – hanno guidato la Chiesa cattolica latina a proseguire risolutamente sul cammino della conoscenza del patrimonio cristiano d’oriente, rinnovando il desiderio di una chiesa unita sul fondamento di una santa nostalgia dei secoli vissuti in piena comunione. È un cammino non facile, che richiede la pratica cordiale dell’alterità e della diversità. La liberante formula del “respirare con i due polmoni” non può essere interpretata come un invito all’appiattimento, all’assimilazione dell’altro, bensì come incontro fecondo nella differenza: quando gli alberi sono grandi e antichi, la diversità dei rami e dei frutti va rispettata, senza operare innesti volti unicamente ad avere da tutti gli alberi gli stessi frutti.

Ora, in questo ritrovata – ma mai acquisita una volta per tutte – capacità di respirare con i due polmoni di oriente e occidente, la Chiesa ha ricevuto un nuovo dono dallo Spirito con l’elezione al soglio di Pietro di un papa proveniente dal profondo ed estremo occidente – “dalla fine del mondo”, per usare le parole stesse di papa Francesco appena eletto – così che il respiro ecclesiale ha potuto ulteriormente dilatarsi. Con l’irruzione al cuore stesso del cattolicesimo di Chiese un tempo ai margini, la benefica dicotomia tra oriente e occidente si è ulteriormente variegata e arricchita, irrorando l’intero popolo cristiano di carismi antichi e nuovi, dal tribolato Medio oriente, culla del cristianesimo, alle nuove frontiere dell’Africa e dell’Asia, dall’Europa affaticata dal peso della sua storia così feconda alla maturità conseguita dalle relativamente giovani Chiese dell’America Latina, irrobustite dalle prove e della sfide della contemporaneità.

Potremmo dire, continuando a servirci dell’immagine dei due polmoni ecclesiali, che le Chiese d’oriente e d’occidente hanno entrambe aumentato la loro capacità respiratoria, che l’ossigeno che sono capaci di trarre dal loro essere “nel mondo ma non del mondo” le ha rese ancor più radicate nei tesori antichi e al contempo le ha dotate di “ali di aquila” così da poter esprimere appieno la dimensione escatologica della testimonianza cristiana e divenire una vera e continua epiclesi della venuta gloriosa del Signore.

Sì, per le comunità cristiane di oriente e di occidente, del nord e del sud del mondo, respirare a pieni polmoni significa testimoniare ogni giorno con la propria vita che La parola di Gesù “seguimi!” è inseparabile dall’invocazione “Maranathà, Signore vieni presto!”. Non si può vivere di sequela senza la speranza, senza accelerare,come arriva a dire Pietro, il ritorno del Signore. Alla sequela radicale di Cristo deve corrispondere un’attesa radicale del Signore che viene: questa è la coscienza escatologica, questo il respiro che fa vivere la Chiesa e irradia speranza per l’umanità intera.

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