R. Virgili "Il sangue della sposa un abbraccio di vita"

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Sui passi dell’Esodo
a cura di 
1 dicembre 2019

Dopo un assedio di fuoco, la voce di Dio aveva ottenuto il “sì” da Mosè ma non era facile per lui, in ogni caso, partire dalla regione di Madian per tornare nel paese d’Egitto. Aveva una famiglia, una sua vita, doveva obbedienza a un suocero nella cui tenda era stato accolto come in un riparo remoto e sicuro, molti anni prima. Come poteva adesso spiegare a Ietro quanto era accaduto al roveto? Come poteva convincerlo che il Dio degli ebrei l’aveva chiamato per una missione tanto speciale che l’avrebbe sottratto ai loro pascoli? Decide di tenere il segreto per sé e trova una scusa plausibile al suocero: la nostalgia dei suoi fratelli in Egitto. Non è detto che non fosse anche sincero e che nell’animo di un uomo fedele e leale come lui non albergasse il desiderio della sua “famiglia”; non c’è umano – del resto – che non porti con sé la cicatrice dei legami originari. Ietro capisce senza difficoltà l’animo di suo genero e lo benedice con l’augurio della pace.

Ora Mosè si trova libero di fare quanto Dio gli ha chiesto ma, repentinamente, sulle sue spalle si addossa il rischio delle Sue parole: andrai da Faraone per chiedere libertà ma «io indurirò il suo cuore ed egli non lascerà partire il mio popolo» (v.21). Il lungo viaggio è appena cominciato, Mosè ha appena fatto salire sull’asino sua moglie e i suoi figli quando capisce in quale avventura si è cacciato. Adesso sente che il sogno delle parole che Dio gli ha consegnato si è già trasformato in un arduo fardello sulle sue spalle. Una situazione che può essere paragonata a quella di Maria di Nazareth, quando l’angelo le annunciò che sarebbe diventata la madre di Gesù, suo primogenito. Anche qui, con Mosè, Dio parla del suo “primogenito”: Israele. Come Mosè anche Maria fu titubante dinanzi all’impossibile. Ma poi si persuase anch’ella grazie al dono di un’alleata che l’angelo le procurò: la cugina Elisabetta.

Per i cuori grandi è impossibile dire no a Dio ma, non per questo, è meno duro. Ogni viaggio è fatto di sole ma anche di tenebre. I pellegrini sanno quante sono le insidie della strada e della notte. Dio, quella notte, voleva far morire Mosè, dice il testo (v. 24). Il suo Amico, Colui cui, adesso, egli ha legato a doppio filo il presente e il futuro, Colui per cui ha lasciato la tenda di Ietro e le sue garanzie, gli viene “contro”, diventa il suo nemico! È un’esperienza che troviamo spesso nella Bibbia: Dio che sembra “attentare” alla vita di chi più ama! Pensiamo a Giacobbe, a Giobbe e – perché no? – anche a Gesù. Misterioso, altissimo percorso dell’Amore è il limite che sfiora la morte. Ma Zippora salva la vita a Mosè. E lo fa col sangue del loro figlio uscito dal suo grembo. Un concorso d’anima e corpo rapiranno Mosè dal sangue della morte. Nessuna ferita subirà, nessun taglio cruento ma solo il tocco delle mani di Zippora. Una “circoncisione” simbolica e vitale, dove la violenza e l’impotenza son vinte dall’abbraccio. Dopo quell’accaduto Mosè sentì di non esser più solo e capì il Dio del roveto. Tanto poté l’amore di sua moglie.
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