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Il monaco (Bianchi) e lo psicanalista (Recalcati)

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Riflessioni sulla virtù del perdonare
di UGO SARTORIO

Il perdono è merce rara, in tutti gli ambiti di vita, ancor più nel mondo degli affetti e dei legami, in particolare quando questi, sigillati dalla promessa del “per sempre ”, sono scossi dal trauma del tradimento. Eppure oggi capita, più spesso di un tempo, che quando si arriva al capolinea con quote non indifferenti di sofferenza da ambo le parti, quando cioè il rapporto a due si è ormai corrotto, «sempre più raramente — come scrive Massimo Recalcati, psicanalista lacaniano, in Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa (Milano, Raffaello Cortina, 2014, pagine 160, euro 13) — chi vive un’esperienza di separazione affettiva importante riesce a intervallare la perdita dell’oggetto con una pausa di solitudine, anziché precipitarsi alla sua sostituzione con un nuovo oggetto».
La logica che sottende la storia affettiva di molte coppie, i conseguenti legami instaurati e il loro esaurirsi in tempi anche brevi, è la stessa agli inizi, quando già in partenza si è convinti che prima o poi si paleserà l’agonia della relazione addivenendo così alla sua fatale conclusione, come alla fine, con una sorta di veloce abbandono e di un altrettanto veloce reinvestimento affettivo. Un allineamento di tutta evidenza con la mentalità del turbocapitalismo e l’imperativo che ne deriva a godere, sempre e comunque, in maniera compulsiva e predatoria. Alla prima parte del titolo del saggio di Recalcati, Non è più come prima, siamo più che abituati, perché ormai non c’è gruppo parentale che non abbia accompagnato amori terminali e successivi ricominciamenti, così come non c’è prete che non abbia registrato un certo numero di fallimenti tra le unioni matrimoniali inaugurate con tanta solennità. La seconda affermazione,Elogio del perdono nella vita amorosa, è del tutto spiazzante. Non che l’autore voglia convincere qualcuno di alcunché, ma siamo di fronte allo svolgimento di un tema inusuale in maniera originale e, per così dire, controcorrente, attraverso un linguaggio piacevole e intenso, serio senza essere didascalico e profondo senza diventare criptico (i testi di Lacan vengono centellinati e opportunamente spiegati). Tra tutte le grandi domande a cui Recalcati cerca di rispondere, ve n’è una su cui l’autore torna di continuo: può l’amore resistere al tradimento e perdonare l’imperdonabile? Tenendo conto che, secondo Derrida, il vero perdono riguarda solo ciò che davvero è imperdonabile. Questa domanda è il nocciolo duro del discorso, il suo versante paradossale, la trama che il lettore intravede sin dalle prime pagine e che esercita lungo tutto il percorso un effetto magnetico. Al dunque, dopo aver descritto quanto avviene nelle dinamiche di coppia, Recalcati considera realisticamente i due esiti possibili, leggendoli entrambi come seria presa in carico della grandezza e serietà dell’amore . C’è chi resta fedele al patto iniziale perché, pur travolto dallo tsunami del tradimento altrui, col tempo, attraverso «il lavoro del perdono», riesce a «perdonare l’impossibile da perdonare», ritrovando la fiducia di dire ancora «Sì». C’è chi, a suo modo, rimane fedele al patto iniziale perché, per amore, «sperimenta l’impossibilità di perdonare», di rinnovare la fiducia e il dono della promessa, e perciò sospende l’«ancòra» dell’amore . In ogni caso «l’impossibilità del perdono non è di serie B rispetto alla serie A del perdono riuscito; non è il semplice fallimento del perdono. Anche l’impossibilità del perdono può essere una manifestazione radicale dell’amore: impossibilità di accettare lo spergiuro, il tradimento, l’abbandono della promessa, non per difendere un Ideale astratto. (...) Può essere impossibile perdonare perché non si vuole venire meno alla grandezza dell’incontro che si voleva per sempre». Anche perché può esserci un perdono in malafede, per paura di perdere l’amato o l’amata, di scardinare l’ordine familiare, di introdurre strappi troppo dolorosi nella propria vita. L’autore è convinto che «la fedeltà è una postura essenziale nell’amore», ma anche che nessuno può garantirla dal fallimento. Ed è a questo punto che, senza andare oltre per sondare altri filoni di riflessione che pure Recalcati offre, può essere introdotto un secondo testo, Dono e p e rd o n o (Torino, Einaudi, 2014, pagine 104, euro 10) di Enzo Bianchi. Si tratta di un libro di spiritualità composto da tre riflessioni: sul dono, la prima; sul perdono, la seconda, la più sviluppata; sulla compassione, la terza e ultima. Ci sono convergenze non da poco tra i due testi — pur essendo diversissimo l’approccio alla tematica — per quanto riguarda il perdono, ricordando che se il primo autore è un non credente, il secondo è un monaco, precisamente il priore della comunità ecumenica di Bose. Innanzitutto, anche per Bianchi il perdono è una strada, un cammino, un lavoro, «non una reazione» (Recalcati), quindi un processo obbligatoriamente lungo e faticoso, per il fatto che — come scrive Bianchi — «perdonare non è naturale e non è un sentimento spontaneo». Certe caricature mediatiche del perdono da dare o rifiutare subito, in diretta, davanti a telecamere invadenti e a giornalisti poco professionali che incalzano con domande deliranti, portano fuori strada. Così come è sospettabile una “fuga nel perdono” che voglia solo dissipare al più presto ogni aggressività. Il perdono, poi, non cancella la memoria dell’offesa e non comporta alcun resettaggio del passato, poiché «il perdono aiuta la memoria a guarire, non a morire» (Bianchi) e «il trauma è il rovescio della rimozione» (Recalcati). Fondamentale resta il fatto che a cambiare (a “convertirsi”, scrive Bianchi) è colui che ha subito l’offesa: «È la vittima che deve convertirsi: questa la portata scandalosa del perdono!», mentre, a livello psicologico si può dire che «il perdono è un lavoro che può avvenire solo in solitudine» (Recalcati), diventando, talvolta, «un’occasione per provare a fare un passo fuori dalle sabbie mobili del narcisismo»: in ogni caso non è il cambiamento dell’altro a meritare il perdono. Nei due testi, ritorna spessissimo la parola umanizzazione, per dire che il perdono è per ogni uomo, credente o meno, via sicura di espressione dell’umano in pienezza, dal momento che la rinuncia a ogni vendetta, a ogni cancellazione e oblio, può tramutarsi in riabilitazione dell’altro a cui viene ridata fiducia per un nuovo inizio. A ciò si aggiunge la nota della gioia: «Esiste una gioia misteriosa del perdono che alleggerisce gli amanti che la sanno raggiungere», annota Recalcati, mentre, in prospettiva cristiana, alla gioia umana si unisce la gioia stessa di Dio (cfr. Luca15, 7) che in Gesù Cristo ci ha posti di fronte alla «cattedra del perdono per tutti» (Bianchi), la suprema cattedra dalla quale giustizia e amore parlano all’unisono.
© Osservatore Romano - 25 luglio 2014
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