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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO COMMENTO PATRISTICO (da Undicesima Ora)

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S. AGOSTINO


Dal Discorso 113/A, 3-4
 

Quel ricco, se avesse avuto compassione di quel povero seduto davanti alla porta del suo palazzo e avesse voluto usargli misericordia con le sue ricchezze, sarebbe andato pure lui ov’era andato anche quel povero. Tuttavia non fu la povertà a condurre quel Lazzaro al riposo, ma l’umiltà; e in verità non fu la ricchezza a tener lontano dal quel riposo tanto felice quel ricco, ma la superbia e l’incredulità. Ora, perché sappiate che quel ricco sulla terra era stato in-credulo, lo proviamo con le sue stesse parole, da lui pronunciate nell’inferno. Fate attenzione. Voleva che uno dai morti andasse ad annunciare ai suoi fratelli come si sta nell’inferno; ma ciò non gli fu concesso, poiché Abramo gli rispose: Hanno gli scritti di Mosè e dei Profeti, ascoltino quelli; egli allora: No, padre Abramo, – disse – ma se andrà uno di qui dall’inferno, si lasceranno convincere. In tal modo dimostrò che anch’egli, quand’era sulla terra, non credeva a Mosè e ai profeti, ma desiderava che uno risorgesse dai morti per lui. Considerate ora individui di tal genere e riflettete ove andranno a finire. L’esempio di quel ricco ci fa capire se avete fede. Quanti sono coloro che adesso dicono: “Trattiamoci bene, finché viviamo: mangiamo e beviamo e godiamo dei piaceri di questa vita. Che cos’è quello che ci si viene a dire che sarà dopo? Chi è tornato qua di lì? Chi di lì è tornato risuscitato?”. Questi sono i discorsi che si fanno; così diceva quel ricco, ma ciò che non credeva da vivo lo sperimentò da morto. Sarebbe stato meglio che da vivo si fosse corretto utilmente, anziché da morto essere tormentato senza profitto.
Ora dunque dobbiamo correggere quell’espressione, se per caso c’è tra noi qualcuno che è solito parlare così. Poiché Dio non ci mostra adesso le realtà che ci comanda di credere; non ce le fa vedere perché ci sia il merito della fede. In effetti, se ce lo manifestasse quale merito avremmo di credere? Ciò non sarebbe più credere, ma vedere. È meglio per te che Dio non te lo faccia vedere, affinché tu creda.
Ti comanda ciò che devi credere, ti riserba ciò che potrai vedere. Se però non crederai quando ti comanda di aver fede, non ti serba la sua visione, ma ti è riservata la sorte per la quale quel ricco soffriva i tormenti nell’inferno. ... In che cosa maggiormente avrebbe potuto giovarti il giudice, che dicendoti la sua sentenza definitiva, perché tu sia in grado di non incapparvi? Fratelli miei, chi minaccia non vuol colpire ... chi dice: “Sta in guardia” non vuol trovare uno per colpirlo. Sono gli uomini a procurarsi le ferite, a procacciarsi le pene, poiché non vogliono credere a Dio che da tanto tempo dice a loro: “State in guardia”.

Dal Sussidio biblico-patristico per la liturgia domenicale, a cura di don Santino Corsi, ed. Guaraldi 
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