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XIV domenica del tempo Ordinario Anno C 4 luglio 2010 (Enzo Bianchi)

Il brano evangelico odierno ci presenta le esigenze della missione cristiana: come noi cristiani possiamo annunciare a tutti gli uomini la buona notizia che in Gesù Cristo il Regno di Dio si è fatto vicinissimo?
Nel vangelo secondo Luca non ci viene descritto solo l’invio dei dodici apostoli a Israele (cf. Lc 9,1-6): durante la salita verso Gerusalemme Gesù, dopo aver annunciato le esigenze della vocazione a due persone che gli chiedono di seguirlo e a un terzo che egli stesso chiama (cf. Lc 9,57-62), «designa altri settantadue discepoli e li invia a due a due avanti a sé in ogni città dove sta per recarsi». Viene così prefigurata la missione alle genti, ai settantadue popoli della terra conosciuti dalla tradizione giudaica (cf. Gen 10), che giungerà fino ai confini della terra dopo la morte e resurrezione di Gesù (cf. Lc 24,47). «La messe è molta, ma gli operai sono pochi»: questi pochi sono i dodici, sono i settantadue, sono le comunità in minoranza in seno al giudaismo e al mondo pagano; è «il piccolo gregge» (Lc 12,32), nome coniato da Gesù per la sua chiesa di ogni tempo. Eppure la sproporzione tra l’ingente messe e la scarsità di operai può essere colmata dalla preghiera perché il Signore della messe invii operai: al momento dell’invio dei discepoli il primo comando è la preghiera. Del resto, non c’è missione che non sia preceduta da una supplica a Dio; non c’è evangelizzazione senza domanda che «Dio apra la porta della predicazione e così possiamo annunciare il mistero di Cristo» (Col 4,3). Del resto, non aveva lo stesso Gesù dato l’esempio, pregando prima di chiamare i dodici (cf. Lc 6,12-13)? Ora Gesù invia quei pochi discepoli non da soli ma a coppie perché la loro comunione fraterna è già annuncio del Regno: il Vangelo che trova nell’amore il suo centro è testimoniato da persone che si sostengono e si correggono a vicenda. Essi sono mandati «come agnelli in mezzo a lupi» ad annunciare il Regno e la sua pace: sono inermi, dotati solo della capacità conferita loro da Gesù di sottrarre terreno all’azione di Satana, attraverso parole e azioni che attingono la loro efficacia dalla potenza del Signore (cf. Lc 9,1). Come già nel primo invio, Gesù delinea alcune caratteristiche che qualificano la missione e che si possono riassumere nella radicalità necessaria per testimoniare il Vangelo. L’aspetto dell’inviato deve essere segno che quanto egli annuncia lo vive in prima persona: tutto deve mostrare la povertà e il senso di urgenza che pervadono la missione, perché lo stile di colui che annuncia il Vangelo è costitutivo dell’annuncio stesso! Povertà e precarietà non sono di ostacolo all’efficacia della missione, ma sono le condizioni da vivere in profondità affinché la missione sia reale: non basta avere pochi mezzi, occorre essere poveri; non basta annunciare la pace, occorre essere operatori di pace. E se Cristo è venuto a portare la pace a tutti gli uomini (cf. Ef 2,17), anche a chi non lo ha accolto, altrettanto dovranno fare i suoi discepoli, senza invocare una vendetta dal cielo su chi li respinge (cf. Lc 9,54)… E’ a questi inviati, poveri e pacifici, che Gesù dice : «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me». Ecco la grande responsabilità dei cristiani: come Gesù con la sua vita ha narrato il Padre (cf. Gv 1,18), ora tocca a noi narrare lui, essere i suoi testimoni nel mondo (cf. Lc 24,48). Davvero la missione cristiana altro non è che la manifestazione della sequela di Cristo da parte di chi accoglie la sua chiamata e lo ama con tutto se stesso. Chi si affida radicalmente a lui sperimenta la sua protezione e ascolta la sua voce che lo rassicura: «Nulla potrà farvi del male»… Anche di fronte al successo della missione, al constatare che «i demoni si sottomettono a lui nel Nome di Cristo», il cristiano riconoscerà che ciò è dovuto essenzialmente all’intercessione di Cristo stesso: «Io vi ho dato il potere di sconfiggere il Nemico». E così vivrà la sua parola: «Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi, ma perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
Sì, la nostra gioia consiste nella protezione del Signore, nel fatto che egli, dopo averci chiamati, non deluderà le nostre attese, ma attraverso di noi diffonderà sulla terra il suo Vangelo: ci è chiesto solo di seguire Gesù Cristo dovunque lui vada (cf. Ap 14,4), sapendo che possiamo annunciarlo agli altri uomini solo se egli vive in noi.

Enzo Bianchi

Fonte: MonasterodiBose

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