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Paolo Crepet “I video dei ragazzi di Crans-Montana? La tecnologia è la babysitter dei nostri figli”

intervista a Paolo Crepet 

a cura di Chiara Arcesi 

Il Giorno

9 gennaio 2026

Lo psichiatra: "Tragedia evitabile, come gran parte delle tragedie. C’è lo zampino dell’uomo. Dobbiamo fare in modo che i luoghi dove i ragazzi e le ragazze si incontrano e conducono la loro vita siano sicuri”.

Milano – "Non mi sono espresso su ciò che è accaduto per rispetto delle famiglie. Il mio silenzio è il contrario dell’indifferenza. Devo dire che non capisco i tanti che hanno commentato". Esordisce così lo psichiatra e scrittore Paolo Crepet dinanzi all’inferno del locale Le Constellation, la notte di Capodanno a Crans-Montana, che ha interrotto all’improvviso una gioventù pronta ad affacciarsi alla vita per "mordere il cielo" e "prendersi la luna". 

Una tragedia evitabile. "Che fosse evitabile è evidente, come gran parte delle tragedie. C’è sempre lo zampino dell’uomo. L’unica cosa che spero è che si faccia in modo che questi eventi non si ripetano". 

Perché dinanzi alle fiamme che divampavano nel locale, alcuni ragazzi riprendevano la scena con i telefonini anziché mettersi in salvo? "I giovani di oggi sono nati con le novità tecnologiche e abbiamo voluto che queste fossero le babysitter dei nostri figli. Perché abbiamo avuto tutta questa difficoltà a dire che per 4 ore a scuola si può anche farne a meno? Io sono stato preso in giro per aver caldeggiato il divieto. E adesso? Ma ogni tanto basta aspettare e la ragione arriva". 

Qualcuno li ha accusati di essere stati irresponsabili. "Adesso viene fuori che a 16 anni si è nell’età evolutiva in cui non sono perfettamente consapevoli di ciò che accade. Ma come mai ai miei tempi un ragazzo di 16 anni lavorava? E quindi aveva una responsabilità, un orario, una mansione e un capo da rispettare? Forse ho vissuto in un altro mondo. Se a 16 anni un papà e una mamma decidono che i propri figli possano andare, come è giusto che vadano, è perché li ritengono responsabili. Io non ho minimamente il dubbio che lo siano". 

Le immagini e i racconti di quanto accaduto trasmettono angoscia. Tuttavia, dovremmo trasmettere ai giovani di non avere paura dell’ignoto. Cosa ne pensa? "Certo. E dovremmo fare anche qualcosina in più: per esempio fare in modo che i luoghi dove i ragazzi e le ragazze si incontrano e conducono la loro vita siano sicuri da tanti punti di vista. Penso a luoghi dove si danno alcolici agli ultra-minorenni. Sono sicuri? Secondo me no. Ma naturalmente di tutto questo non ne parla nessuno perché mettiamo in imbarazzo una categoria. Però se lei mi chiede io rispondo…". 

Uno dei ragazzi ha spontaneamente soccorso l’altro, riscrivendo una storia diversa: di giovani dal grande cuore, rispetto alla solita che narra di giovani con scarsa empatia. "Questo dipende dal carattere, dalla cultura, da tante cose che ti hanno insegnato. Dico solo che essere giovani non è essere iscritti a un sindacato. Vuol dire essere “diversamente giovani”, perché ci sono quelli a cui non frega niente e che fanno il filmino di quello che viene pestato a scuola o davanti a una discoteca e quello che eroicamente torna indietro a salvare l’amica". 

Un messaggio ai ragazzi amici delle giovani vittime? "Io mi aspetterei che nelle scuole, il luogo dove i ragazzi e le ragazze vivono una bella parte della loro quotidianità, si parli di questa tragedia per capire cosa ne pensano. Ci sono tanti aspetti di questa vicenda che possono essere discussi, al di là del lutto ovviamente. Se fossi un preside chiederei di scrivere, per esempio, un tema su quello che è accaduto e ne discuterei". 

E ai genitori di chi non c’è più? "Qualsiasi parola credo che sia superflua. Il silenzio parla più di molte parole".


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