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Anna Foa “Ebraismi tra sionismo e universalismo”

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La storica Anna Foa, redattrice della “Rassegna mensile di Israel” e membro del Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, nell’intervista di Carlo Bolpin, analizza le differenze interne all’ebraismo nel rapporto con la terra di Israele come patria degli ebrei e la visione nazionalistica-messianica che nega la stessa esistenza del popolo palestinese.


Carlo Bolpin: Chi è l’ebreo? L’identità ebraica si definisce come religione? Qual è il rapporto con l’idea di una terra come “patria”? 
Anna Foa: L’identità ebraica è tema complesso e problematico che va visto storicamente, reso ancor più problematico con i processi di emancipazione del 1800 che hanno portato a una laicizzazione dell’ebraismo e alla perdita dell’unica identità come religione. Ma anche prima si erano formati filoni di pensiero che vedevano l’ebraismo non una religione ma un sapere filosofico. In effetti è con la Rivoluzione francese che si ha la chiusura dei ghetti e il riconoscimento a tutti della libertà e della cittadinanza, ma, nello stesso tempo, si sottrae all’identità ebraica la rilevanza religiosa. 
Lo stesso sionismo all’inizio si fonda sulla necessità di creare laicamente una nazione per gli ebrei piuttosto che sull’ebraismo come identità religiosa. 
Ben Gurion si pone il problema e, alla vigilia della Legge del Ritorno, interroga cinquanta intellettuali del mondo ebraico su chi è l’ebreo. Le risposte sono diversissime nel definire l’identità ebraica. 
Lo Stato, al suo crearsi, ha carattere laico e socialista, non ha un riferimento religioso, nasce da gruppi che avevano fatto esperienza dei fallimenti rivoluzionari in Russia, in Polonia
La religione non era quindi considerata necessaria per fondare lo Stato di Israele, anche se venivano accettate le norme ebraiche, le osservanze religiose del sabato e degli altri riti, ma erano considerate come parte di un processo temporaneo da cui liberarsi. 
In realtà questi elementi sono invece divenuti dominanti e sempre più fanno parte dell’identità di Israele. 
Diversamente, nella diaspora si viene a formare una grande letteratura che ha poco a che fare con la religione ed è distante dalle tradizioni religiose, pure se prodotta anche da alcuni importanti rabbini. L’ebraismo assume piuttosto le caratteristiche di un’etica, anche senza Dio e con una dimensione universalistica, non chiusa nel particolarismo di una religione o di una patria. 
Quella della diaspora è una grande cultura che raggiunge alte vette di riflessione filosofica ed etica, anche perché ha in sé il bisogno del rapporto con l’altro da sé, con l’esterno. 
Il sionismo ha all’inizio questa caratteristica culturale ma successiva- mente si chiude in difesa del territorio. 
Sigmund Freud negli anni ’30 scrive in una prefazione di Totem e Tabù: “Io non so cosa sono come ebreo. Sono fondamentalmente ebreo, ma non capisco bene cos’è. Essere ebreo non significa un legame con una religione o con una terra. Un giorno sarà compreso come modo d’essere”. Quindi molteplici sono questi modi di essere ebrei in tutto il mondo, senza legami essenziali con una terra, una patria, una religione. 

C.B.: La rivendicazione degli ebrei di una patria nazionale contrasta con l’idea di democrazia liberale e di piena uguaglianza? Contrasta anche con gli ebrei della diaspora che rivendicano invece la loro piena appartenenza e fedeltà alla patria in cui vivono? 
A.F.: La missione di Israele è proteggere gli ebrei nel mondo con la forza della cultura e della moralità, non con le armi. Per questo il modo di operare di Israele riguarda l’immagine di tutti gli ebrei anche fuori di Israele, che quindi ha una responsabilità morale in più: non offrire alcun alibi all’odio e al pregiudizio. 
Sparsi nella diaspora, gli ebrei senza terra hanno mostrato la possibilità di dialogare con l’altro e non solo di aprirsi alla cultura dell’altro, ma di contribuire alla costruzione di una comune civiltà. 
Il sionismo, all’inizio, pensava possibile la coesistenza nella stessa terra di più popoli in una patria comune. 
Oggi non è più così, Israele è chiuso, prevale il compito protettivo in modo aggressivo verso l’esterno. Dominante è l’idea che non conta quello che si dice di me ma solo quello che mi interessa come ebreo. 
Sono andate al potere forze dominate da guerra e razzismo. Israele si sta chiudendo al mondo, sotto la spinta violenta del suo governo, in un misto di esaltazione nazionalistica e suprematistica e di vittimismo. E anche i cristiani sono diventati nemici, a cui bruciare chiese e altari. 
L’appartenenza europea dello Stato ebraico si è molto ridotta. La sua stessa natura democratica è messa in discussione da molti studiosi, anche israeliani, per il modo in cui sono trattati i cittadini di etnia palestinese, specie dopo la legge del 2018, che definisce Israele “la casa nazionale del popolo ebraico”, patria storica della nazione ebraica, e che ha sancito una sorta di suprematismo ebraico. Conta senza dubbio anche la preminenza della memoria della Shoah, che pure è stata una sorta di baluardo, oggi quasi scomparso, contro il razzismo. 
Accanto all’esaltazione religiosa delle destre messianiche, si estende sempre più il razzismo dei figli e nipoti del razzista rabbino Kahane1 , che ora governa attraverso i suoi ministri, e che non ha precedenti, ovviamente, nella cultura laica e religiosa ebraica. Il legame con la terra prende sì spunto dal testo biblico, ma ha radici molto recenti nella cultura degli ebrei. La violenza della spada del potere viene malamente agitata per la prima volta da chi aveva vissuto per secoli senza potervisi nemmeno avvicinare provandone tutta la durezza. 
Il lato oscuro dell’ebraismo esiste, ma è ed è stato presente drammaticamente ovunque gli uomini hanno pensato di agire in nome di Dio. 
Smotrich è il ministro che vuole bloccare ogni aiuto a Gaza, il fanatico che vuole fondare il sistema politico israeliano sulla Torah, come l’Iran lo fonda sulla sharia. Per ora la distinzione maggiore è fra cittadino di Israele e palestinese dei Territori occupati, ma quella tra “ebreo” e “palestinese” è sempre più visibile. Il termine “pulizia etnica”, che l’opposizione al governo israeliano usa per definire il previsto trasferimento dei palestinesi di Gaza City, in seguito all’inasprimento delle operazioni militari a Gaza, e che ha usato finora sia a proposito delle continue evacuazioni dei palestinesi a Gaza, sia a proposito della distruzione di tanti villaggi in Cisgiordania, indica gli spostamenti forzati di una minoranza per determinare una situazione di omogeneità etnica in un determinato territorio. 

C.B.: Il quadro è quindi di un “ebraismo” plurale, come lo è il cristianesimo. Anche le diverse Chiese cristiane hanno usato la Bibbia per legittimare guerre e violenze. Così la Chiesa ortodossa russa continua a farlo. In Israele tante manifestazioni e autorevoli voci sono contrarie all’attuale governo. Forse noi non sosteniamo abbastanza queste realtà? 
A.F.: Certamente Israele è molto diviso, come dimostrano le manifestazioni che si susseguono, le reazioni di tanta parte della sua opinione pubblica, le voci che si levano spesso da noi troppo inascoltate. 
Differenziate sono anche le posizioni interne alla diaspora. Quella in Usa, formata da Congregazioni dal basso, è diversa da quella in Europa con struttura verticale e fortemente influenzata dal rabbinato israeliano. Mantiene rigide norme tradizionali come l’impossibilità delle donne rabbine, la separazione tra uomini e donne nel culto. Le comunità ebraiche soprattutto in Italia e in Francia sono a favore dell’attuale governo senza se e senza ma, mentre in Usa sono forti i dissensi, come mostra il Documento di 100 rabbini contro la guerra e la crisi umanitaria a Gaza. 
Poco si conoscono da noi le iniziative eroiche in Israele di contestazione e di resistenza come l’obiezione di coscienza dei riservisti e le iniziative in favore dei palestinesi come quella dei giovani che dormono nelle case di palestinesi per proteggerle dalle violenze dei coloni ebrei. Importante saranno sempre le forme di dissenso, in particolare il rifiuto da parte dei riservisti, una scelta difficile perché l’esercito è sempre più in mano alla destra. 
Per diffondere il dissenso alla ferma dei riservisti, dicono che occorre rifiutare di obbedire agli ordini ingiusti come avrebbero dovuto fare i soldati tedeschi. Rischiano molto perché sono definiti terroristi da Netanyahu, il quale afferma che l’unica identità è quella ebraica, secondo la sciagurata legge del 2018. 
Importante è stata la decisione della Corte di giustizia di Israele che ha denunciato la pratica di affamare i prigionieri palestinesi nelle carceri e ha invitato a trattare umanamente i prigionieri, la maggior parte - tanti sono minori - in carcere senza processo ma solo con atto amministrativo in quanto sospetti. 
Tutte queste iniziative vanno conosciute e sostenute. Bisogna informarsi e diffondere le notizie. Ottimo da leggere, in italiano. è “Haaretz” giornale israeliano. 

C.B.: Tutte le religioni diventano violente e intolleranti quando pensano di agire in nome di un mandato avuto direttamente da Dio, in particolare si legittima la “superiorità” della propria identità etnica legata a una “terra” come propria patria e quindi la distruzione di ogni nemico che si oppone. L’attuale “esaltazione nazionalistica” ha caratteri specifici per la radice religiosa? 
A.F.: Il fanatismo è forte perché si crede di agire in nome di Dio e della Bibbia - prendendo solo alcuni passi in modo fondamentalista - si fa la guerra e si uccidono anche i bambini (in quanto futuri terroristi) per affrettare l’avvento del Messia. Il messianismo aggressivo e fanatico dei coloni e dei partiti religiosi estremisti di Israele è il movente assolutamente primario di chi crede non solo di agire in nome di Dio, ma anche che il suo Dio gli consenta di compiere atti terribili. 
Alcuni di questi gruppi pensano sia necessario ricostruire il terzo tempio nella spianata delle Moschee, abbattendo le Moschee. Un messianismo fanatico, che non tiene nemmeno conto della reazione di tutti i paesi arabi, di movimenti convinti che Dio sia con loro e la vittoria sarà sicura con la riconquista di tutta la terra non solo fino al mare ma anche nel Libano, nella Siria. È la stessa idea degli zeloti che, nel 70 d.C., quasi duemila anni fa, hanno scatenato la guerra con Roma e portato alla distruzione del Regno di Giuda. Vinceranno di nuovo i fanatici? O vinceranno la ragione e l’umanità? 
Questa situazione esprime - ma anche queste sono cose notissime e ampiamente dibattute in Israele da anni - la crisi dell’ideale sionista classico introiettato dalla Dichiarazione d’indipendenza del 1948, dove si cerca quel delicato punto di equilibrio fra ideali universali e identità particolare, che attraversa l’intera storia ebraica, in quanto è intrinseco all’ebraismo, alla Torah, l’anelito universalistico dei profeti, l’attenzione al debole, all’esiliato, a chi ha attraversato il deserto. 
L’attuale messianismo avvicina questi movimenti al sionismo cristiano evangelico, che ha portato Trump al potere e lo condiziona, gli fornisce una ideologia e il consenso popolare, porta alla censura dei libri di scuola, anche dei classici americani. Vede in Trump quello che salva il mondo da droga e sesso. 
Alla base del sionismo cristiano vi è un approccio teologico noto come dispensazionalismo premillenarista, una visione teologica che interpreta la storia biblica come una successione di diverse “dispensazioni” (o epoche) e che afferma il ritorno di Cristo prima di un Regno millenario sulla Terra. 
Il sionismo cristiano è un movimento radicato principalmente nel protestantesimo evangelicale statunitense. In questa teologia evangelica, Israele è un dono di Dio al popolo ebraico e il ritorno degli ebrei in Terra Santa, la fondazione e la sopravvivenza dello Stato di Israele sono condizioni necessarie per la seconda venuta di Cristo. La presenza degli ebrei nella “Terra Promessa” è vista come compimento delle profezie bibliche che anticiperebbero la fine dei tempi e il ritorno del Messia sulla Terra, il regno millenario di Gesù. Si tratta di un movimento con milioni di aderenti, soprattutto all’interno del partito repubblicano e con importanti organizzazioni che impiegano notevoli risorse. 
La sostituzione degli organismi delle Nazioni Unite appare in linea con la visione teologica del sionismo cristiano che vede nelle Nazioni Unite il precursore o l’embrione di un futuro governo mondiale, vera e propria infrastruttura politica che l’Anticristo potrà utilizzare per consolidare il suo potere sulla Terra. In questa prospettiva, l’Anticristo utilizza queste istituzioni internazionali per perseguitare Israele e i credenti. 
In realtà le contraddizioni sono molte, ma risolte con l’uso del potere. Il mondo trumpiano ed evangelico è, infatti, antisemita, ma in questa fase hanno una alleanza naturale nel tipo di messianismo, anche se per gli evangelici il ritorno del Messia comporta la conversione degli ebrei. L’alleanza tra trumpismo, sionismo evangelico e quello ebraico ha in sé questa contraddizione in quanto, al compimento della promessa biblica del ritorno nella Terra promessa, nella patria assegnata da Dio, attraverso la conquista della terra di Israele, gli ebrei dovranno riconoscere necessariamente Gesù come il Messia e quindi convertirsi a lui. Con quale esito dell’identità ebraica? 
Va indicata, invece, la contrarietà della Chiesa Cattolica a qualsiasi inter- pretazione di un “diritto biblico” di Israele ai Territori occupati così come promosso dal sionismo cristiano, per una visione escatologica del Regno e della seconda venuta di Cristo non legata a una terra. 

Anna Foa 

Nota 

1) Meir David HaKohen Kahane (Brooklyn, 1 agosto 1932 - Manhattan, 5 novembre 1990) è stato un rabbino e politico statunitense naturalizzato israeliano, il quale proponeva una linea nazionalista favorevole all’ideale del Grande Israele e alla deportazione fuori d’Israele sia dei palestinesi dei Territori palestinesi occupati che dei cittadini arabi israeliani. Ha fondato negli Stati Uniti l’organizzazione Lega di Difesa Ebraica e poi il Kach, un partito politico israeliano di estrema destra. Eletto deputato della Knesset in occasione delle elezioni legislative del 1984, ne è stato espulso dopo che il Kach fu dichiarato partito razzista dal governo israeliano. Kahane è stato assassinato a Manhattan (New York) nel 1990 da un gruppo di terroristi musulmani legati ai gruppi protagonisti dell’omicidio nell’ottobre del 1981 del presidente egiziano Anwar al-Sadat, dopo aver pronunciato un discorso in cui aveva esortato tutti gli ebrei americani a emigrare in Israele [ndr].  





Esodo n° 4 ottobre-dicembre 2025

Quale patria? Crisi della democrazia

contributi di

Beraldo, Bolpin, Bonesso, Bronzini, Colombo, Cortella, De Stefani, Faggioli, Fasiolo, Foa, Gusso, Naso, Rubini, Santagata, Stefani.





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