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Paolo Crepet «Frustrati e senza futuro. La violenza cambia passo»

intervista a Paolo Crepet 

a cura di Viviana Ponchia 

Quotidiano Nazionale

5 maggio 2025

Ucciso a 26 anni con una coltellata per una lite legata al tifo. Ammazzato a venti nello stesso modo durante una rissa in discoteca. La cronaca raggelante si ripete, le domande anche.

Professor Paolo Crepet, provi comunque ad azzardare una risposta. 

"Vorrei invece dare un consiglio a questa generazione travolta da un’ondata di violenza senza precedenti: scappate". 

Dove, perché? 

"A Dublino, a Berlino, dove vi pare. Cercate una via d’uscita su un volo low cost, come i bisnonni sul piroscafo per New York. Tentate uno scarto coraggioso. Non me la sento di convincere un ventenne a restare in un Paese dove non esiste più il futuro. Per cosa? Per ubriacarsi ogni fine settimana come antidoto alla mancanza di speranza? Via tutti da questo museo pieno di bed&breakfast e pizze al taglio. Tornate solo quando ci saranno condizioni chiare ed evidenti per restare: uno stipendio dignitoso, un appartamento a 500 euro da dividere con un amico, la possibilità di moltiplicare chance e motivazioni". 

Chi ha rubato il futuro? Quando? 

"È stato un furto graduale, uno stillicidio. La violenza c’è sempre stata ma ha cambiato passo. Anche la galoppata della mia giovinezza aveva i suoi difetti, i magistrati venivano ammazzati per strada. Però accanto al nichilismo di qualcuno resisteva il sogno di altri. Io stesso sarei probabilmente finito con un ago in vena se non avessi avuto un luogo delle stelle verso cui andare. Questi ragazzi sono uccisi dalla frustrazione anche se non muoiono di coltello. Dicono: non me ne frega niente di cercarla, la mia stella, la battaglia è già persa. Per paradosso resiste solo il futuro del pensionato inteso come resistenza personale. Su questo dovrebbe riflettere la politica, compreso il prossimo Papa". 

Per prendersi la responsabilità di una generazione frustrata? 

"Per capire come li trattiamo, i giovani. Pensi a un albergo a cinque stelle dove una notte costa migliaia di euro. E alla ragazza che lavora in cucina dieci ore al giorno per 1.300 euro al mese. Certo nelle multinazionali cinesi è pure peggio, ma le assicuro che a Dublino quella ragazza prenderebbe il doppio senza sentirsi sfruttata e con la gioia di fare, crescere, sbalordire se stessa. Il suo non è futuro. Non se lo può permettere. L’abbiamo messa noi in questo guaio. Quindi stia alla larga dalla cronaca e dalle statistiche: per uno che muore davvero, mille muoiono per metafora". 

Come definisce questo tempo? 

"Neo colonialismo. È pretendere di farsi portare un hamburger a casa da un ragazzo che deve sobbarcarsi 25 chilometri all’andata e 25 al ritorno, pena il licenziamento se si rifiuta. È successo nel mitico Nord Est in cui vivo. Consideri che magari a ordinare l’hamburger è stato un ventenne inchiodato a Netflix, non suo nonno che le bistecche se le fa da solo. Il mio senso di civiltà su questo slitta. E solidarizza con il poliziotto che non volendo fare l’eroe per 1.400 euro al mese si rifiuta di sedare una scazzottata a Trastevere. Ripeto: per uno che muore, mille sfiorano quella morte". 

Quindi l’unica è scappare. 

"Resta chi non ha il sogno, quelli che si prendono una coltellata alle 4 del mattino, chi conosce solo la paura e non la gioia. È una seleziona darwiniana già conosciuta agli inizi del ‘900, i coraggiosi che partivano per sfuggire alla miseria hanno costruito l’America. Lo stiamo facendo di nuovo. E l’Italia si svuoterà".


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