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Sabino Chialà "È sempre il tempo dei frutti"

20 marzo 2021
Dal Vangelo secondo Marco -
Mc 11,12-19 (Lezionario di Bose)
dal sito del Monastero di Bose

12 La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13 E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. 14 E gli disse: «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti». E i discepoli l'udirono.
15 Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe 16 e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. 17 Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le genti
?
Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!».
18 L'udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento. 19 Quando venne la sera uscirono dalla città.
20 La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. 21 Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato». 22 Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! 23 In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. 24 Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato.

L’episodio narrato da questo brano inaugura il ministero di Gesù a Gerusalemme. Nella pericope che precede, Marco descrive infatti l’ingresso nella città santa, l’acclamazione delle folle e un rapido sopralluogo di Gesù al tempio: “Entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betania” (11,11).

Questo riferimento al tempio costituisce il primo elemento di una cornice che ha il suo corrispondente nella seconda parte del nostro brano, costituito appunto da due micro sezioni: l’episodio del fico senza frutti e un nuovo ingresso nel tempio quando Gesù ne denuncerà la profanazione. Abbiamo così una costruzione in cui si intrecciano due temi, il fico, che torna nella pericope successiva alla nostra, e il tempio: tempio (v. 11), fico (vv. 12-14), tempio (vv. 15-19), fico (vv. 20-21).

L’evangelista sembra così suggerire che le due realtà si richiamano e si spiegano reciprocamente. Quanto detto del fico si applica anche al tempio, vale a dire inadeguatezza rispetto al frutto atteso e stravolgimento della propria funzione. La parola di Gesù mette a nudo un fallimento. Non è lui a determinarlo, semplicemente lo svela, togliendo ogni ambiguità: fa vedere ciò che già è, senza remore, senza preoccuparsi di salvare un’immagine che non ha valore in se stessa, ma solo nella misura in cui genera frutti.

Ma il Gesù qui narrato da Marco ci appare bizzarro, per non dire ingiusto, soprattutto nella scena del fico. L’evangelista infatti precisa che “non era la stagione dei fichi” (v. 13). Perché dunque quella reazione? E a ben guardare, anche con il tempio Gesù agisce con una certa durezza: non erano infatti quei tavoli di cambiavalute necessari per l’offerta del tempio e quegli animali per i sacrifici? Peraltro rovescia “le sedie dei venditori di colombe” (v. 15), destinate alle offerte dei più poveri (Lv 5,7; 12,8)!

Come spiegare questo atteggiamento duro e apparentemente ingiustificato di Gesù, soprattutto nei confronti del fico? Una possibile chiave d’accesso è in quell’altra precisazione che Marco ci offre, un particolare ripetuto due volte, le foglie: “Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie”; e poco oltre: “Non trovò altro che foglie” (v. 13). Quelle foglie prima illudono e poi deludono… Esercitano un fascino, ma si rivelano un inganno, un qualcosa di esteriore che promette, che lascia credere ciò che non è. Gesù però è venuto per svelare gli inganni, anche quelli religiosi. Non per condannare, bensì perché tutto possa ritrovare vita, ma vita vera, a qualsiasi costo, anche a quello della verità. Così era anche per il tempio, diventato un involucro di foglie promettenti, con i suoi sacrifici e le sue offerte, ma appunto svuotato della sua potenza salvifica da chi ne aveva fatto “un covo di ladri” (v. 17).

Gesù, con le sue azioni decise e anche scandalose, cerca di risvegliarvi la vita, di scuotere quel torpore che in fondo lasciava tutti tranquilli in una realtà ridotta a simbolo di una religiosità accomodante. Ma “i capi dei sacerdoti e gli scribi” non ci stanno, reagiscono, si affrettano a trovare una soluzione, a ricoprirsi nuovamente di foglie, come l’albero di fico, del suo inganno. Perché tanto – è vero – non era ancora il tempo dei frutti, che nel linguaggio biblico significa il tempo del giudizio finale. E dunque preferiscono godersi ancora un po’ di quiete e… rimandare il problema.

Ma Gesù è venuto per portare la vita, quella vera, a costo di dover deporre la propria vita, per ricordarcelo.


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