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Rosanna Virgili "La pioggia di pane, un segno d’amore"




Sui passi dell’Esodo
a cura di 
12 maggio 2020

La storia dell’Esodo sembra quella della vita: si nasce dalle acque e si esce all’«asciutto» del mondo. Il pianto del neonato segnala il suo disagio, quasi il fastidio di esser scomodato da quel luogo protetto dove poteva vivere a occhi chiusi: la pancia di una mamma! Una volta nati si deve iniziare a lottare. La creatura è fatta in gran parte di acqua e ha bisogno di bere. Chi non ha visto le prime ore di un bambino? Subito cerca il seno della madre per dissetarsi di latte. Così la neonata Israele, uscita dal grembo del Mar Rosso, grida con forza: «Dateci acqua da bere»! (17,2). Ma il racconto ricomincia col deserto: rare sono le fonti, spesso amare e imbevibili, la pioggia inesistente. Il popolo che Dio aveva messo sulla via della libertà, si trova, invece, in mezzo alla steppa. E comincia subito a lagnarsi, a scalpitare, a piangere proprio come un bambino. «Che cosa berremo?» gridarono gli ebrei non appena si resero conto di cosa fosse la loro nuova vita: bisogno, paura, ansia, smarrimento, fatica. Rischio di non sopravvivere a ogni istante.

Ma Israele è intelligente e sa che non potrebbe mai farcela coi propri mezzi, nuda in quel deserto, in quel mondo mai visto. Dove soggiornano le fiere selvatiche, i serpenti e gli scorpioni ma non gli umani. Dove deve trovare un modo per restare in vita, fragile com’è, disarmata, migrante, senza casa né terra. Solo Dio è suo compagno e Mosè il Suo intermediario. Sì, il Dio dell’Esodo è prezioso come l’acqua e come il pane. È il compagno di chi non ha compagni, l’amico di chi è solo a giocare la sfida della vita. Bisogna credere per sopravvivere alla traversata della libertà. Bisogna rischiare di partire e farsi assistere dal Cielo, per non morire. Dopo la sete sopraggiunge la fame; si tratta dei bisogni primari di ogni essere vivente. Israele non ha di che procurarsi il cibo necessario nella regione desolata e sterile dove si trova. Ma c’è un Dio che riconosce anche ai dimenticati il diritto di vivere. Questa è la Sua giustizia: nutrire di manna chi non può nutrirsi col proprio lavoro o di qualche proprietà.

La manna è cibo gratuito, segno di Qualcuno che li ama. Essa non può essere conservata per il giorno dopo, né posta in commercio, essendo quanto basta per l’oggi, nulla di più. Un modo di donarla con cui Dio vuole garantire al suo popolo quel po’ di povertà che gli precluderà le tentazioni dell’avarizia, i vari istinti legati all’ingordigia. I giorni del deserto sono paragonabili all’infanzia e alla prima adolescenza di un uomo o di una donna: è un tempo pedagogico in cui imparare la sobrietà, la condivisione della sete e della fame e la gioia della fraternità. In cui capire che nessuno può davvero salvarsi da solo e sapere che, nel corso della vita, molte saranno le prove, molti i momenti di “sete” e di “fame” o di estremo abbandono in cui, come Israele, potremmo disperarci. Ma anche un tempo per conoscere e sperimentare la presenza di Dio e la dolce compagnia dei fratelli nel mare, tremendo e affascinante, dell’avventura umana.

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