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Fulvio Ferrario "Vivere di fede, nella fede"

Vivere di fede, nella fede 
(Rubrica “Teologia e società”)
6 dicembre 2018

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia sistematica e Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma.

Nella sua teologia, Karl Barth poneva l’accento sulla “politicità” dell’annuncio della parola di Dio nel mondo. La Chiesa deve ascoltare questo messaggio e testimoniarlo, liberandosi dalla ricerca di “visibilità” e “rilevanza”.

Dogmatica ecclesiale. Il titolo scelto da Karl Barth, all’inizio degli anni Trenta, per quello che diventerà uno dei grandi monumenti teologici della storia cristiana, non è ovvio: tanto più che, in un primo tentativo compiuto qualche anno prima, egli parlava di una dogmatica cristiana. Un po’ meglio, sembrerebbe, specie per una sensibilità protestante.

L’aggettivo “ecclesiale” rischia di generare un certo odore di sacrestia, che, tra l’altro, fa rima con gerarchia: rischia, cioè di rinchiudere la teologia in uno spazio “religioso”, lontano dalle grandi sfide della società.

Va poi osservato che si parla di “Dogmatica”, un termine che, dopo Kant, appare più che sospetto, anche e forse soprattutto per coloro che citano il filosofo senza averlo letto.

Molti teologi si erano già allineati al dogma dell’antidogma, preferendo ad esempio parlare di “dottrina della fede”.

In anni più recenti, si osserva una certa prevalenza dell’espressione “teologia sistematica”, che vorrebbe essere più accademica, critica, “laica” (naturalmente…), anche a costo di dimenticare che la dottrina cristiana non può, per natura propria, configurarsi come un sistema.

Insomma: in pieno Novecento, un teologo protestante vuole parlare di chiesa e di dogmi. Non bastavano il papa e il suo Sant’Uffizio, che in materia, avevano accumulato una certa competenza? Il protestantesimo non dovrebbe piuttosto dedicarsi a una teologia estroversa, meno dogmatica, meno ecclesiale e più “pubblica”?

Sono passati ottant’anni da quei giorni e cinquanta dalla morte di Barth (10 dicembre 1968). La storia, con la sua proverbiale ironia, si è incaricata di mostrare che la “dogmatica ecclesiale” ha inciso sulla storia politica più di ogni altro progetto teologico del Novecento. Nella tempesta nazionalsocialista, essa non si è posta l’obiettivo di essere “profetica”: il cristiano e la cristiana sanno (dovrebbero sapere) che non si sceglie di diventare profeti. La dogmatica ecclesiale voleva invece essere solo teologia: ma proprio una Dichiarazione teologica (quella di Wuppertal – Barmen, 1934) ha mostrato che cosa può accedere quando la parola di Dio è annunciata nella società.

Da questo punto di vista, l’idea centrale di Karl Barth è realmente derivata dalla Scrittura: l’annuncio della parola di Dio è “politico” di per sé e il potere se ne accorge, di solito in anticipo rispetto alla Chiesa. Quest’ultima non si deve inventare nulla. È libera dall’angoscia di andare a scovare chissà dove il “nucleo di attualità” del messaggio dei profeti e degli apostoli. Deve solo ascoltarlo e poi testimoniarlo.

Il mutismo della Chiesa, la sua patetica irrilevanza, per nulla scalfita, e anzi accentuata, dall’agitarsi nella ricerca di “visibilità” e “rilevanza”, naturalmente «qui e ora», sono per Barth conseguenza di una carenza di ascolto del messaggio biblico.

La “dogmatica ecclesiale” è per lui teologia a partire dalla Scrittura e dunque in vista della predicazione. E l’annuncio è la modalità specifica (che non vuol dire sempre e necessariamente: esclusiva) di presenza della chiesa nella società.

Questo messaggio del grande teologo divide oggi ancora gli spiriti. Anzi, oggi è ancora più facile, per alcuni, evidenziarne il carattere “sorpassato”: proprio perché ecclesiale e orientato alla predicazione, esso è in effetti contestuale, situato, certo molto più di quanto Barth stesso (che ha praticato la “contestualità” della teologia più di quanto l’abbia teorizzata) ritenesse.

Non è una teologia da ripetere (nessuna buona teologia lo è), ma da interrogare e per così dire da rivivere. Certo, a tale scopo è utile leggerla, impegno spesso evitato da ammiratori e detrattori, un po’ anche per colpa del teologo, visto che, com’è stato osservato, life is short and Barth is long.

Si tratta di un pensiero adatto a coloro che ritengono che il nome di Gesù abbia la forza di incidere nella storia: un’idea evidentemente paradossale, sul quale però sta o cade la fede stessa.

E infatti la teologia di Barth vive di fede, nella fede, nei luoghi fisici e spirituali della fede: la comunità riunita, il culto, la preghiera, la catechesi. Dove tutto ciò accade, la chiesa, teologicamente nutrita, testimonia nella società.

[pubblicato su Confronti 12/2018]

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