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Rosanna Virgili L’anima scossa

La scossa di Domenica mattina ha colpito nel profondo. Uno strappo violento, uno sfregio, che ha spaccato l’anima mite del nostro paese. Del “paese dell’anima”. La regione discreta e umile, racchiusa nell’entroterra umbro-marchigiano, velata di un pudore tipico e raro. Castelluccio potrebbe essere il manifesto di quest’anima d’Europa. Le sue piane iridate di corolle di fiori tra la fine di Maggio e la prima metà di Giugno.

Pochi italiani non sono mai stati fin lassù, ma anche tanti inglesi e tedeschi la conoscono bene, ascesi da lontano a vedere il film più bello del mondo. Anche la vita di Francesco vi fu girata a memoria di un Cantico all’intera Creazione: Laudato sì mì Signore per Sora nostra Madre terra, la quale ne sostenta e governa e produce diversi frutti con coloriti fiori et herba. Non c’è luogo più adatto dell’altipiano di Castelluccio per celebrare l’armonia della terra. Tra le foto dei nostri campeggi adolescenziali non occorre cercare la didascalia per riconoscerla, tanto il suo panorama è inconfondibile: triangoli e rettangoli di prati di diverso colore: il rosso dei papaveri, l’azzurro dei fiordalisi, il giallo acceso delle margherite. Davvero come una cartina geopolitica, ogni pianta distinta per la sua specie a formare una “comunità” compatta, accanto e insieme a tutte le altre. Sarebbe un bel logo simbolico per l’Europa!

Castelluccio distrutta. Non gli incantevoli campi di fiori, ma le case di chi custodiva quello splendore, gente tranquilla e quasi distratta, tanto non si dovevano muovere da lì, perché erano i forestieri a muoversi per raggiungerla. I pastori e i bottegai di lenticchie sapevano che in ogni stagione, anche d’inverno, avrebbero ricevuto visite. Quel borghetto sul capezzolo del seno della piana era troppo bello per non essere amato, ambito, cercato per accogliere l’arrivo della primavera, o per ritrovare le paci più profonde del grembo materno. La vista di Castelluccio è davvero accecante quando – dopo le curve e le svolte che da Arquata del Tronto salgono su - la sua bellezza esplode superba, sospesa tra la terra ed il cielo, nell’abbraccio sigillato e geloso del Monte Vettore.

E sospesa altresì, anche tra le Marche e l’Umbria, come attesta il suo nome completo: Castelluccio di Norcia. Tanto di sapore francescano, quanto benedettino: le radici più classiche queste, alle sorgenti della modernità, quelle. Cosa sarebbe l’Europa, ma non solo essa, tutta la cultura che chiamiamo “occidentale”, senza questi nomi e volti di paesi in cui è la natura ad apparire quasi, ormai, modellata sulla storia e non più viceversa? “Forme” di umanesimo che vive di rispetto e di abbraccio sono quelle delle colline, dei torrenti, dei monti. Geometrie a misura d’uomo sono i piccoli centri, recinti graziosi di intimità sociale, custoditi dalle torri spirituali e civili delle Abbazie e corollati dalle maggesi e dai pascoli, beni in solido di un’economia di sana sobrietas. Benedetto fonda l’Europa sulla sobrietà – “alzati dalla tavola con un po’ di appetito” recita la Regola – e sulla stabilitas. Quest’ultima sembra una parola carica di ironia in questi giorni in cui si registrano migliaia di scosse sui Sibillini. La sapienza benedettina formò l’uomo occidentale sulla stabilità di uno spazio condiviso e comune (le abbazie in cui ai monasteri si affiancavano le numerose case dei coloni) in cui l’“òra” si appaiava col “labòra” nella santa liturgia del tempo e delle “ore”, della fatica e del riposo, della scienza e della tecnica, insieme alla contemplazione. L’umanità era attiva e riflessiva, studiosa e operosa, non solo a custodire, ma anche a costruire un paese-giardino, nei solchi della carità delle stagioni e delle seti dello spirito.

In tutto ciò stabilitas significava habitare secum, come dice Gregorio Magno dell’ “uomo di Dio Benedetto” il quale: “viveva con la sua anima, al cospetto di Dio”. E in quell’anima in cui era la sua “casa”, stabilitas significava, concretamente, apertura ed incontro dei popoli mediterranei coi popoli nordici; fusione di memorie e di pensiero preziose ed antichissime con nuove e giovanili vitalità; diritto romano e codice germanico; officine comuni di lavoro e di figli. La stabilitas voleva essere più un effetto che un principio. La residenzialità non si pensava in “una”, ma in un’ideale “unica” terra che, a costruire, non fosse la difesa dei confini, né la fissa dimora, quanto, al contrario, l’incontro e l’intreccio, il movimento e l’integrazione tra le mille diversità delle genti d’Oriente e d’Occidente.

Il tessuto benedettino fu segno e luogo di questa sfida. Una memoria di cui la “grande scossa” ha provocato, forse, un risveglio, nello strappo profondo dell’anima. Chissà cosa accadrà domani, o nei prossimi mesi. Castelluccio è ancora difficile da raggiungere con l’auto e visionabile, per lo più, dagli elicotteri. Il suo corpo distrutto, ma non la sua anima, francescana e benedettina, allo stesso tempo, un arcobaleno di divina umanità. Che appare sempre splendida, mite e pacata, sicura che tanto, prima o poi, saranno in molti a tornare a cercarla.

Articolo pubblicato su Avvenire del 3 novembre 2016 e su L'Osservatore Romano del 4 novembre 2016

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