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Santissima Trinità (Giancarlo Bruni)


Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all'Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose. Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).



Chi sei? Padre, Figlio, Spirito


Domenica 19 giugno, Santissima Trinità. Letture: Es 34,4b.6.8-9; 2 Cor 13,11-13; Gv 3,16-18. «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

1. «Qual è il tuo nome?». L’interrogativo di Mosè (Es 3,13) denota la sorpresa dinanzi a un Tu misterioso che inaspettatamente fa capolino all’interno di una vicenda di ordinaria amarezza, una vita nel gemito sotto padroni dal pugno duro. E singolare è la risposta: «Io sono colui che è stato, che è e che sarà» (Es 3,14) con voi e per voi come già nel vostro in principio: «Io sono il Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe» (Es 3,15). Un Dio lontano che decide di uscire dal suo silenzio e di farsi vicino unicamente per fare uscire Israele dalle alienazioni che lo imprigionano e lo intristiscono, e in Israele leggi ogni creatura e ogni popolo di ogni regione e di ogni stagione (Am 9,7).
E proprio questo è ciò che lo differenzia dall’idolo: egli ha occhi per osservare  la miseria, orecchi per udire il gemito, viscere per conoscere il patire e volontà di bene per scendere a libe4rare (Es 3,7-8). Ad esempio dalla condizione servile (Es 20,2) aprendo cammini verso terre a cui non è straniera la grammatica del diritto, della giustizia e della pace. E ancora dalla barbarie relazionale, evidente nella violenza verbale- fisica- morale - spirituale, porgendo alti codici di vita introduttivi a rapporti d’alleanza (Es 19-24) e a perdoni che ridiano possibilità di nuovi cominciamenti: « Il Signore, il Signore, Dio misericordioso…, ricco di amore e di fedeltà…, che perdona la colpa» (Es 34,6-7). Un Dio davvero singolare: agli oppressi liberatore, ai disorientati  legislatore, agli operatori di iniquità perdono e ai morti promessa di vita: «Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto» (Is 25,8).
Un «Uno» davvero «unico» (Dt 6,4) che, errante, non cessa di andare in cerca di alleati che condividano il suo sogno di un mondo bello perché vero, vero perché  buono, buono perché nella giustizia, nella compassione, nella mano aperta della riconciliazione e nel camminare umilmente con il proprio Dio, il Dio che per amore (Dt 7,8) si è liberamente manifestato ai  padri, a Mosè, a Elia, ai profeti e ai  sapienti. Questo Dio è il Padre di Gesù che in Gesù rivela compiutamente sè stesso.
2. Gesù nella tradizione cristiana è l’ultima parola su Dio (Gv 1,18; Col 1,14; Eb 1,3), in lui il Dio uno e unico di Israele ha svelato la sua dimensione trinitaria: suo nome è Padre che ama, Figlio che fa grazia e Spirito che dischiude alla comunione (2 Cor 13,13). Ineffabile conoscenza a cui è via Gesù il Figlio, incomprensibile senza il suo riferimento al Padre e senza il suo essere colmo di Spirito. Nulla in Gesù è sottratto a questa « rivelazione», questo ci dice l’insieme della Scrittura neotestamentaria. La sua «nascita» alla terra è evento dell’amore del Padre: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16), nello Spirito (Lc 1,35). Il suo «giorno» sulla terra è stato, nello Spirito (Lc 4,18), narrazione dell’amore del Padre: dai suoi gesti e dalle sue parole traspaiono al contempo la rigorosa esigenza e le viscere di tenerezza di un Padre-madre che vuole «misericordia e non sacrificio» (Mt 9,13).
La sua «croce» infine è stata contemplata come il momento epifanico più alto dell’amore del Padre: colui che ha amato donando guarigione, sapienza e perdono è colui che «dona sé stesso», e in lui il Padre, è colui che con sè  dona lo Spirito. Gli amici di Gesù a partire da Gesù e dalle sue allusioni sono così pervenuti alla conoscenza adempiuta del nome di Dio: è Padre con viscere materne che in Gesù il Figlio si è fatto vicino come non mai e interiore come non mai nello Spirito, nel quale diciamo Abbà-Padre (Rm 8,15) e Gesù-Signore (1Cor 12,3). Questo è il nostro Dio, un Tu relazionale-comunionale in sè e fuori di sé, un Tu unicamente declinabile in termini di amore che non consuma gli altri ma si consuma per gli altri, non condanna e non giudica gli altri ma è agli altri vita e salvezza: « Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17). Davvero in Gesù «è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini» (Tt 2,11).
3. Gesù il rivelatore ultimo di Dio è altresì il rivelatore ultimo dell’uomo iniziato alla indicibile conoscenza di sé alla luce del suo Dio: il nostro nome è amati dal Padre-graziati nel Figlio-resi capaci di relazioni comunionali nello Spirito. In un amore oltre diti puntati che accusano, giudicano e condannano: «La misericordia ha sempre la meglio sul giudizio» (Gc 2,13), unicamente tesa alla vita dell’altro chiunque esso sia; costituiti piccoli segni attraverso cui l’Amore che fa grazia continua a passare facendo il bene (At 10,38) e aprendo ponti di comunione con il tutto e con tutti. Questo modo di esistere da iconi del Dio di Gesù, sempre bisognoso di conversione e di perdono, è la sorprendente possibilità offerta alla libertà di ciascuno, a una scelta che è accoglienza di un messaggio e adesione alla persona che lo porge, l’Unigenito Figlio di Dio. Negarsi ad essa ad occhi aperti, avverte l’evangelista in  un «linguaggio drammatico a scopo parenetico», in ragione di un «passare facendo il male» equivale a farsi del male (Gv 3,18).
Non sono in discussione il porsi di Dio come Tu che né accusa, né colpevolizza, né condanna sempre aperto alla grazia e al perdono, e neppure il corrispondente atteggiamento del discepolo, ma è in gioco la libertà dell’uomo che stà a cuore a Dio, e quindi agli amici di Dio, quanto l’amore. Con sullo sfondo l’eventualità tragica di preferire a occhi aperti la tenebra-morte, vale a dire l’idolatria e l’odio, alla luce-vita, vale a dire il Dio di Gesù e l’amore (Gv 1,4-5; 8,12; 12,35; Ef 5,8-12; Rm 13,12). Un optare per il male a tutto tondo eleggendolo a proprio «dio», cosa diversa dal vedere il bene, il non riuscire ad adempierlo e l’invocare vie d’uscita (Rm 7,14-24).

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