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Caro Diogneto - 17 JESUS, maggio 2010 Enzo Bianchi

“Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia e vediamo come sia necessario fare penitenza, riconoscere ciò che è sbagliato nella nostra vita. Aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione e della contrizione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della misericordia divina”. Queste parole, contenute nel discorso del papa alla Pontificia Commissione biblica il 15 aprile scorso, sono importanti per tutti i cattolici, in un’ora difficile nella quale appare il peccato di uomini rappresentativi della chiesa ma emerge anche un accanimento di molti contro la chiesa cattolica e un linciaggio mediatico contro Benedetto XVI.

Nonostante questa opposizione rumorosa, noi cristiani dobbiamo confessare con sincerità e parresia che siamo responsabili di peccato, che nonostante la fede in Gesù Cristo e la nostra volontà di sequela, noi contraddiciamo gravemente la chiamata del Signore e calpestiamo la sua volontà: non esistono cristiani senza peccato. I peccati sono diversi, a volte sono visibili, pubblici, più sovente restano nel privato, nascosti agli altri, ma il peccato ci tocca tutti: c’è una solidarietà nel peccato che dobbiamo percepire, sperimentare fino ad assumere i peccati dei nostri fratelli per metterli davanti a Dio in una convinta intercessione comunitaria di perdono.

Se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo riconoscere che commettiamo peccati perché sedotti dalla tentazione e di fatto ricadiamo e ricadiamo nel peccato attirati dalla libido idolatrica, sovente senza autentico pentimento. Solo quando i peccati finiscono per “farci del male” – o perché danneggiano la salute o perché vengono svelati agli altri e suscitano in noi confusione e vergogna – ci ripromettiamo con più fermezza di non ripeterli. Anche i profeti dell’antica alleanza ci avevano avvertito in questo senso: noi non ritorniamo al Signore se non quando egli ci fa ritornare, e per questo hanno pregato a nome del popolo: “Convertici, Signore, e noi ci convertiremo!” (Lam 5,21).
Oggi troviamo sui media i racconti di tanti detestabili peccati, violenze vergognose inflitte a minori impossibilitati a difendersi per la loro tenera età e per l’autorità di quanti ne abusavano, e condanniamo con ragione questi peccati che sono anche delitti per il diritto e la legislazione civile degli stati. Li condanniamo e dobbiamo operare perché, per quanto dipende da noi e dalle istituzioni umane, non siano più commessi e ripetuti, e tuttavia dobbiamo evitare il rischio di trasformare i colpevoli in mostri. Ogni uomo, per quanto delinquente o vizioso, porta in sé l’immagine di Dio: per il suo peccato viene sì meno la sua somiglianza con Dio – così dicevano i padri della chiesa – ma l’immagine di Dio resta indelebile. In ogni situazione occorre quindi il rispetto delle persone e la capacità di guardare al peccatore con misericordia. Non ci sono peccatori “belli” e quando Gesù si è seduto alla loro tavola era consapevole di farsi commensale di delinquenti, eppure lo ha fatto in più occasioni e ha saputo usare parole di invito alla conversione e di rifiuto di una condanna inappellabile: “Neanche io ti condanno!” (cf. Gv 8,11).

Ecco perché i cristiani, come singoli e come comunità credente, devono confessare i propri peccati davanti a Dio e davanti al mondo, devono fare penitenza, cioè sentire il penthos, il dolore per il peccato commesso, devono guardarsi da ogni esercizio retorico di penitenza ecclesiale e devono accettare l’umiliazione che viene dagli uomini perché è solo nell’umiliazione che si impara l’umiltà, quel cuore umile e contrito che avvicina al Signore e invoca il suo perdono. Occorre, come dice un oremus della quaresima, una “miseratio continuata” una misericordia continua da parte del Signore per la sua chiesa e una misericordia continua da parte della chiesa per chi ha sbagliato.

ENZO BIANCHI

Fonte: MonasterodiBose

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