Vita da preti oggi in Italia: tra crisi e opportunità
Incontro dei Presbiteri della Regione Campana
Santuario di Pompei 6 ottobre 2026
Relazione di S.E. Mons. Erio Castellucci
Questa riflessione si muove su un terreno delicato: le crisi dei presbiteri; si potrebbe intitolare
anche “le crisi dei ministri ordinati”; ma i presbiteri, più dei diaconi e vescovi, sono esposti a
situazioni che causano stanchezza e demotivazione. Ne sono segnali gli abbandoni del ministero
presbiterale con la richiesta di dispensa; abbandoni che continuano a segnare la vita della Chiesa
e hanno toccato anche negli ultimi anni tutte le nostre Diocesi. Più rari sono gli abbandoni dei
diaconi e dei vescovi: semmai alcuni diaconi smettono di esercitare il ministero, senza chiedere
la dispensa; e alcuni vescovi si dimettono o vengono dimessi.
Tornando ai presbiteri: al di là di chi chiede di uscire dal ministero, o vi è costretto, ci sono
indicatori di crisi che si manifestano in diversi modi: dai malumori al ritiro a vita privata o quasi;
dalle difficoltà di relazione alle situazioni di disobbedienza pubblica; dalla cattiva gestione dei
beni a comportamenti impropri di varia natura. E se possiamo, anzi dobbiamo subito dire che la
grande maggioranza dei presbiteri è dedita e fedele, e quando attraversa momenti di crisi li sa
affrontare, non possiamo far finta che le crisi non ci siano.
I. VIVERE E CONDIVIDERE LE CRISI
1. Gli orizzonti delle attuali crisi presbiterali
Le crisi presbiterali attuali, almeno in Italia e in Occidente, appaiono diverse da quelle esplose
negli anni Settanta. Allora gli abbandoni erano quasi tutti rumorosi e dettati dalla contestazione
verso la gerarchia o le regole della Chiesa. Le crisi emergevano normalmente per motivi affettivi
e come protesta contro il celibato; ma quasi mai l’innamoramento era la prima causa; piuttosto
era l’esito di crisi più profonde, che mettevano in questione il sacerdozio ministeriale,
manifestavano incomprensioni e rotture con i vescovi o gli altri presbiteri, o dichiaravano
sorpassata la Chiesa.
Oggi, dopo alcuni decenni, il disagio si esprime in modo normalmente meno clamoroso – se
si esclude chi si fa pubblicità sui social – ma non meno insidioso. Le crisi, che sfocino o meno
nella rinuncia al ministero, sono ancora intrise di insoddisfazioni, problemi relazionali,
attenuazione della passione pastorale; ed è in questo tessuto fragile che si coltivano anche interessi affettivi forti ed esclusivi. Non è tanto frequente che un presbitero vada in crisi perché
si è innamorato, quanto che si innamori perché è andato in crisi. Spesso va in crisi il ministero,
per diversi motivi, e di conseguenza la scelta del celibato. Non è che questo semplifichi le cose,
anzi in un certo senso le complica, perché chiede di scandagliare meglio le cause, cercandole
soprattutto nelle qualità delle relazioni ecclesiali e negli stili del ministero.
In Occidente, semplificando, si individuano almeno tre grandi cause alla base del disagio dei
presbiteri. La prima è la sproporzione tra le energie spese e i risultati ottenuti nel ministero. La
scristianizzazione è evidente, sebbene in Italia ci siamo illusi per molto tempo – rispetto ad es.
alla Francia, che ne ha preso atto già a metà del secolo scorso – che la fede popolare “tenesse”.
La cristianità è tramontata anche nel nostro Paese e il pluralismo è una cifra della nostra cultura.
I presbiteri sperimentano ogni giorno questa situazione, nelle attività pastorali e negli incontri,
segnalando l’indifferenza di tante persone e famiglie, il calo numerico di praticanti e
collaboratori, il crollo delle richieste di alcuni sacramenti come la riconciliazione, il matrimonio
e l’unzione degli infermi, lo scarso riconoscimento del loro ruolo di guide, anche dentro le
comunità cristiane.
Una seconda cappa, che spesso grava su presbiteri (e al quadrato sui vescovi), è il sovraccarico
delle strutture, il peso delle “cose da fare” non tutte legate all’annuncio del Vangelo: questioni
burocratiche da affrontare, beni da gestire e incombenze da sbrigare. Se misuriamo in una
settimana-tipo le energie dedicate alle questioni economiche e amministrative, alle richieste
riguardanti beni e strutture (alcune delle quali sono ormai inutili e costose), e le confrontiamo
con quanto viene richiesto al nostro ministero, che è ciò per cui lo abbiamo abbracciato e ci siamo
preparati – predicazione della parola di Dio, celebrazione curata dei sacramenti, incontro con le
persone – viene da ridere o forse da piangere.
Pur essendo infondato il legame con il celibato – basterebbero le statistiche a smentirlo – il
fenomeno degli abusi anche da parte dei presbiteri è una grave ferita nel corpo ecclesiale. Ci siamo
sentiti e ci sentiamo oggi tutti potenzialmente investigati e sospettati, candidati a volte come
“pedofili” solo perché presbiteri. Questa crisi, che parte da situazioni drammatiche effettive (molestie, abusi e coperture) ed è aggravata da generalizzazioni, ostilità e pregiudizi, pesa anche
sulle nuove vocazioni al presbiterato. Oggi un giovane normale che scelga di entrare in
Seminario deve essere ammirato anche solo per questo, perché ormai tutto soffia contro questa
scelta. E un presbitero deve porre attenzioni meticolose per non dare nemmeno l’idea di provare
sentimenti di affetto o simpatia verso una persona, specialmente se minore o vulnerabile.
Queste grandi cappe pesano sui presbiteri, favoriscono a volte irritazione e rabbia, lamentele,
incomprensioni con i laici, gli altri presbiteri e i vescovi (e i vicari) – più raramente verso il papa
– e spingono a volte alla ricerca di compensazioni: alcune lecite, altre meno. Questa è già crisi,
anche se non sfocia nell’ipotesi o nella decisione di lasciare il ministero.
2. Il ri-dimensionamento delle crisi presbiterali
Dopo questo primo passaggio depressivo, e prima di arrivare alla pars construens, credo sia
necessario ri-dimensionare il fenomeno. Ri-dimensionare non significa sminuire, ma
ricollocarlo entro una dimensione che aiuti a inquadrarlo e quindi a comprenderlo meglio.
Le crisi presbiterali sono sintomo della crisi generale della Chiesa, che a sua volta respira le crisi
del mondo. Che la Chiesa sia in crisi, in tutto l’Occidente e anche nel nostro Paese, è opinione
condivisa e supportata dalle statistiche, oltre che dall’osservazione diretta. I libri dei sociologi
italiani degli ultimi anni lo suggeriscono già solo dal titolo. Franco Garelli: Piccoli atei crescono
(2016); Giuseppe De Rita: Il gregge smarrito (2021); Andrea Riccardi: La Chiesa brucia (2021); LucaDiotallevi: La Messa è sbiadita (2024)... Tutti gli indicatori segnalano un calo: nel dichiararsi
credenti, e specialmente cattolici; nell’accesso ai sacramenti, nel numero dei seminaristi, nella
partecipazione alla Messa, nella tenuta dei matrimoni, e così via. La pandemia sembra aver
accelerato un processo già in atto, che ha trovato semplicemente occasione di procedere con
maggiore rapidità.
La crisi della Chiesa non è però isolata. Il mondo sta vivendo crisi epocali: in campo economico,
sanitario, sociale, ambientale, geopolitico. Non è necessario farne l’elenco, perché le conosciamo
bene e ne siamo continuamente bombardati. Queste crisi planetarie, accavallatesi negli ultimi
decenni con un’intensità spaventosa, continuano ad accumularsi ed entrano nelle case, anche a
motivo della globalizzazione mediatica. E non solo ne sentiamo parlare, ma le viviamo nelle
nostre comunità: le disparità economiche pesano sulle famiglie che faticano a far quadrare i
conti; le malattie prima o poi colpiscono tutti; le tensioni sociali e politiche riguardano anche le
nostre parrocchie; gli squilibri dell’ecosistema e le guerre aumentano il senso dell’insicurezza. In Italia, poi, c’è una fortissima crisi demografica, che si accompagna all’emigrazione estera di tanti giovani e determina un progressivo invecchiamento della popolazione; e una crisi di
civiltà, che sta lasciando avanzare una cultura narcisista, facendo crollare la partecipazione e
l’impegno per il bene comune. Non mancano ovviamente le crisi individuali e familiari, che
fisiologicamente attraversano da sempre ogni comunità. Allora ci possiamo chiedere: se in questo contesto critico la Chiesa non fosse in crisi, sarebbe
davvero la Chiesa di Gesù, Verbo fatto carne, o non sarebbe – permettete – la Casa di Heidi?
Non sarebbe una specie di camera iperbarica, dove si respira solo ossigeno, mentre il mondo
vive anche di anidride carbonica? La Chiesa deve essere in crisi, deve vivere le crisi del mondo,
altrimenti c’è qualcosa che non va. Gesù non ha radunato la comunità dei discepoli dentro a
luoghi protetti, ma nelle strade, nelle rive del lago, nei villaggi e nelle case; e l’ha inviata non
per creare delle élites privilegiate, ma per offrire a tutti, in qualsiasi condizione, un messaggio
di salvezza. Dalla crisi donatista del IV sec., contro cui lottò Sant’Agostino, alla crisi pauperista
del XII sec., a cui rispose in modo nuovo San Francesco, fino ai tentativi contemporanei di dare
vita alle comunità dei “puri”, escludendo i fragili, i poveri e i peccatori, la tradizione della Chiesa ha sempre lottato contro la tentazione del “gregge selezionato”, rivolgendosi a tutti e chiedendo
a ciascuno di percorrere il sentiero che gli è possibile. Il “todos, todos, todos”, che ripeté papa Francesco ai giovani riuniti a Lisbona nel 2023 ha questo significato: non è una specie di
livellamento al basso, come se ogni comportamento fosse giustificato, ma è un appello ad essere Chiesa che in partenza accoglie tutti, accompagnando il cammino possibile a ciascuno.
Tra i passaggi in cui il Vaticano II parla della Chiesa in rapporto al mondo ne ricordo due. Il
primo è nella Lumen Gentium, là dove tratta della Chiesa come “popolo di Dio”: “Dio ha
convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità
e di pace” (n. 9). La Chiesa non è un genere “a parte”, ma è fatta da quelle donne e quegli uomini
che guardano nella fede a Gesù come al Salvatore: quella fetta di mondo che confida nel Signore
Gesù. La Chiesa non è una mongolfiera che sorvola la storia, ma un popolo che la percorre raso
terra, insieme a tutti gli altri. Il secondo passo è l’incipit della Gaudium et Spes: “le gioie e le
speranze, le tristezze e le angosce dell’umanità di oggi, dei poveri specialmente e di tutti coloro
che soffrono, sono le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla
vi è di autenticamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (n. 1). Non si poteva dire meglio
l’intreccio tra umano e cristiano, e quindi anche tra crisi del mondo e crisi della Chiesa: il
Concilio infatti parla di condivisione non solo delle gioie e delle speranze, ma anche delle
tristezze e delle angosce.
Le crisi presbiterali, quindi, vanno collocate prima di tutto in questo quadro. Se un ministro
della Chiesa di Gesù non risentisse delle sofferenze di chi soffre, sarebbe un funzionario e non
un servo di Cristo; se non fosse percorso dalle domande di fede di tanti dubbiosi, sarebbe un
ripetitore e non un annunciatore del Vangelo; se non si lasciasse provocare dalle paure e dai
timori delle persone a cui è inviato, sarebbe un esecutore e non un pastore e un fratello. Il
ministero non è una prestazione d’opera, ma una passione del cuore. La condivisione delle crisi
del mondo, dunque, fa parte della natura della Chiesa, cioè di tutti i battezzati, che vivono il
discepolato, e anche di quelli che abbracciano l’apostolato come vocazione. Il punto è di
impastarsi con le crisi del mondo senza mondanizzarsi, condividere gli effetti delle crisi
contrastando le cause delle crisi.
II. AFFRONTARE E SUPERARE LE CRISI
Una cosa è condividere le crisi, con i loro effetti – farsi “debole con i deboli per guadagnare i
deboli”, dice San Paolo (cf. 1 Cor 9,22), un’altra cosa è farsi trascinare nelle crisi fino a diventarne
complici. La Chiesa deve condividere le situazioni di crisi, come Gesù sulla croce, per innestarvi
il seme della risurrezione, che contesta radicalmente i semi della morte. Se questo vale per tutti
i discepoli del Signore, vale ancor più per quelli che hanno fatto dell’annuncio del Vangelo il
perno della loro vita. I momenti faticosi per i presbiteri possono diventare motivo di crescita e
non di sconforto. Ci possono illuminare almeno quattro passi, per poter affrontare la crisi e farne
occasione di maturazione, come lo stesso Gesù, che “imparò l’obbedienza dalle cose che patì”
(Ebr 5,8).
Il primo passo è preventivo: vivere amicizie significative. L’ideale un tempo trasmesso anche
nei Seminari era quello, forse più stoico che cristiano, del camminare con le proprie gambe ed
evitare amicizie particolari. Intesi in modo equilibrato, sono consigli saggi: il rischio è di
intenderli come assoluti, favorendo una vita solitaria e asettica del presbitero. L’amore vissuto
da celibi non ha a che vedere, come disse papa Francesco alcuni anni fa, con l’acidità che fa
diventare “zitelloni” (Discorso ai sacerdoti del Convitto San Luigi dei Francesi di Roma, 7 giugno 2021).
L’amore nel celibato è dono aperto a tutti coloro che incontriamo, a partire dall’esperienza di essere
amati dal Signore e dalla Chiesa. Se il celibato, anziché farci crescere umanamente, ci mutila nel cuore e
ci rende insensibili, siamo già in crisi. È la tentazione dell’amore generico: amo tutti, indistintamente,
ma non mi coinvolgo con nessuno.
Ricordo di avere letto tempo fa una striscia di Mafalda, in quattro scene. Nella prima esclama con entusiasmo: il mio cuore brucia d’amore per tutti. Nella seconda abbraccia un mappamondo
dicendo: amo l’intera l’umanità. Nella terza è stesa su un planetario: l’universo non è capace di
comprendere tutto il mio amore. Nella quarta, in piedi, con i pugni chiusi e il fumo che esce
dalle orecchie: è la gente che non posso sopportare! Il rischio, per noi che non abbiamo una
famiglia nostra, c’è: una dedizione liofilizzata, che non passa attraverso la carne, rischia di
svaporare in una filantropia generica, incapace di appassionare e, quindi, di amare; in definitiva
rischia di chiudersi nell’orgoglio. Raniero Cantalamessa, in uno studio patristico, ricordava
alcuni autori spirituali che segnalavano l’orgoglio come “tentazione tipica” del celibe, il quale
“non è disceso da se stesso per consegnarsi, la mano tesa, a un’altra creatura; non ha detto mai
a un’altra creatura come lui: dammi un po’ del tuo essere, ché il mio non mi basta” (in:
Cristianesimo e valori terreni, Vita e Pensiero 1978, p. 27).
La funzione correttiva della moglie e dei figli verso i mariti e padri, noi dobbiamo cercarla
nelle amicizia autentiche: intendo la correzione “alla pari”. Un tempo c’era magari la perpetua,
che si permetteva di fare osservazioni al parroco; ma oggi è una scena da romanzo. Se abbiamo
qualcuno o qualcuna con cui è possibile una reciproca correzione – cosa tra l’altro suggerita da
Gesù – è più difficile che lasciamo crescere in noi i difetti tipici delle persone che non accettano
il confronto: fissazioni, piccole manie, atteggiamenti scontrosi, infantilismi, ripicche, scetticismi,
irritabilità... tutti segnali di crisi, anche quando non conclamate, perché compromettono non
solo il ministero, ma prima ancora la solidità umana. E se all’inizio possono apparire simpatici
originalità giovanili, poi a poco a poco diventano antipatici sclerotismi senili, che allontanano
la gente.
2. Chiedere aiuto nelle difficoltà.
Il secondo passo è: chiedere aiuto. Quando prende forma una crisi vocazionale – nel ministero,
nel matrimonio, nella consacrazione – l’insidia è di volerla affrontare da soli, sperando che passi,
magari con qualche preghiera in più. La preghiera certo non fa male, ma noi cristiani non
viviamo una religiosità individuale: io e Dio; viviamo una fede comunitaria: Dio, noi e io. Per la
nostra salute fisica sappiamo chi interpellare quando stiamo male. E per la nostra salute
spirituale lo sappiamo? Quando attraversiamo una fase di buio, a chi ci rivolgiamo? Se la
risposta è “non so”, è bene fermarci, prendere fiato e individuare qualcuno: una persona
veramente amica che viva la stessa vocazione e quindi possa capirci bene: qui si pone ad es. la domanda della qualità delle relazioni all’interno del presbiterio, come, per gli sposi nei gruppi
di famiglie, o per i religiosi e le religiose nelle comunità.
I presbiteri, che escono dal Seminario dopo lunghi anni di accompagnamento spirituale e vita
comune, rischiano di non trovare o non cercare un padre spirituale e di vivere
frammentariamente la relazione con gli altri presbiteri. Non basta il confessore (indispensabile
anche per i più santi) o la guida spirituale; è necessaria anche una vera fraternità con altri
presbiteri. Per non restare astratto, il “presbiterio” va declinato affettivamente nelle relazioni di
amicizia e stima che nascono sia dall’affinità umana e spirituale (che è sana, quando non chiude
ma apre agli altri presbiteri), sia dalla collaborazione per vicinanza di territorio o ambito
pastorale. La vita fraterna dei presbiteri, nelle diverse forme che può assumere - PO § 8
suggerisce «una certa vita comune o qualche comunità di vita» - è il contesto più adeguato per
coltivare affetti e amicizia. Vivendo rapporti significativi dentro al presbiterio, è più facile curare
la relazione cordiale e sincera con il vescovo, l’amicizia nelle comunità, con i laici e le laiche, le
famiglie, le persone consacrate: questa rete di rapporti sostanzia la “famiglia” a cui un ministro
dona le sue energie, comprese quelle affettive.
Il terzo passo, con l’aiuto delle persone amiche, è: individuare le vere cause della crisi, senza la
fretta di prendere decisioni. Se si presenta una crisi tale da mettere in discussione una scelta
definitiva (ministero, matrimonio o consacrazione), prima di tutto occorre sostare. Conosciamo
la V regola di Sant’Ignazio di Loyola: nel momento della desolazione non scegliere: piuttosto
entra nel tuo intimo, e, tenuto per mano, rifletti. E allora sarà possibile lasciar decantare il
sintomo e cercare di individuarne le ragioni.
Se uno procede di corsa, è tentato di addossare tutte le colpe sul ministero o sul celibato. Può
essere vero: ma prima è bene capire se per caso la ragione non stia ad un livello diverso: umano,
psicologico, spirituale. Quando si addossa tutto al ministero, normalmente si cerca il colpevole
fuori di sé: che sia il vescovo troppo lontano, il presbiterio poco unito o la comunità cristiana
ingrata; e quando si addossa tutto al celibato, normalmente ne fa le spese il Seminario, che non
ha aiutato a maturare bene la vita affettiva e sessuale. Ripeto, può essere vero, almeno in parte.
Però è importante cercare anche in altre direzioni: ad es. nello spessore umano della personalità.
Scriveva Paolo a Timoteo: “se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?” (1 Tim 3,5). Con il ministero celibatario, il criterio paolino non è venuto meno:
chi sceglie di diventare presbitero deve avere anche le doti per portare avanti una famiglia,
altrimenti non è adatto neppure a guidare una comunità cristiana. È importante tener presente che le crisi spesso sono legate all’appartenenza alla stirpe umana,
fanno parte della vita sulla terra. Un secolo fa Salvatore Quasimodo scrisse una delle poesie più
amate dagli studenti, perché brevissima, che iniziava: “ognuno sta solo sul cuor della terra”.
Non dice: ogni presbitero sta solo, ogni vescovo sta solo, ma “ognuno”, ogni essere umano, vive
una solitudine. Buona parte dei disagi che viviamo come presbiteri e vescovi, e che a volte
sbrigativamente attribuiamo al ministero, magari con una punta di vittimismo, è comune a
tutti gli esseri umani.
Un mio amico forlivese magazziniere, da poco in pensione (beato lui!), si lamentava
sempre per il fatto che il suo lavoro non gli dava soddisfazioni, spesso se la prendeva con i
responsabili della ditta, chiusi nei loro interessi; tornato a casa, poi doveva sopportare la
moglie che brontolava e i figli che lo contestavano; e non provava nemmeno la gioia della
vittoria della Juve. Non è poi molto diverso dai nostri lamenti pastorali, motivati dagli
insuccessi, dall’incomprensione dei cosiddetti superiori, dalle difficoltà di comunione con
gli altri presbiteri e – questo rimane invariato – dalle sconfitte della Juve.
Quando siamo insoddisfatti, anche senza arrivare a crisi radicali, pensiamo bene quali siano
le ragioni, evitando i corti circuiti e la colpevolizzazione degli altri. Se un presbitero sbaglia a
individuare le cause di una crisi, cercando subito le colpe fuori di sé, senza interrogare la propria
consistenza umana e spirituale, si porterà dietro anche dopo, nelle scelte che farà, il lievito della
crisi.
Il quarto passo è: frequentare gli ultimi. Normalmente un presbitero, nella sua attività
pastorale, incontra molte persone marginali, di quelle che preferiva Gesù: malati, peccatori,
sofferenti, poveri, smarriti. Chi è entrato nelle case o ha incontrato gente in parrocchia, ha
incrociato tante crisi quanti volti, tante croci quanti uomini e donne. La vita pastorale ci mette
continuamente a contatto con le più svariate fragilità: questo è un aspetto del ministero
presbiterale che le indagini sociologiche non intercettano. I calcoli, come accennavo all’inizio,
riguardano altro, specialmente la richiesta dei sacramenti. Ma un parroco – o un altro ministro
della comunità – che incontra un ammalato, o ascolta un fragile, non fa numero, compie un gesto
irrilevante dal punto di vista statistico, ma rilevantissimo dal punto di vista evangelico.
Incontrare gli ultimi, quelli che non attirano l’attenzione perché non possono esibire ricchezza, potere, salute e bellezza, rileva solo nel registro del Signore. Questo incontro fa bene a tutti,
perché attiva la logica del dono, che fa crescere sia chi dà sia chi riceve.
A noi giova per mantenere i piedi per terra, conservare il contatto con i problemi, alimentare
la “compassione” che Gesù prova incontrando i marginali, che lui considera centrali nel regno
di Dio. Gesù si commuove davanti ai lebbrosi (cf. Mc 1,14; cf. anche Mt 20,34), davanti alla folla smarrita
che gli appare come un gregge di pecore senza pastore e necessita dell’annuncio della buona notizia (cf.
Mc 6,34; Mt 9,36; cf. anche Mc 8,2 e 9,22) e davanti alla morte del figlio della vedova di Nain (cf. Lc 7,13).
Nella parabola del buon samaritano, che è lui stesso, si commuove davanti all’uomo ferito (cf. Lc 10,33).
In questi casi gli evangelisti usano il verbo affettivamente più carico, splakgnìzomai (σπλαγχνίζομαι),
che indica il movimento delle viscere e del grembo; è un verbo che ha qualche risonanza materna.
E il bello è che Gesù attribuisce anche al Padre questa affettività materna: il padre che attende il ritorno
del figlio e gli corre incontro “commosso” (cf. Lc 15,20), prova affetti materni. Gesù non si commuove
davanti ai farisei, al sinedrio, a Pilato o Erode; si commuove davanti a quelli che all’epoca non
commuovevano, anzi erano emarginati dalla società civile e religiosa.
Ciò che la sociologia non rileva, e che costituisce il cuore stesso del nostro ministero, è la più efficace
medicina per curare le crisi. A contatto con gli ultimi, ci rendiamo conto di quanti doni il Signore ci abbia
dotato, e di come solo il Vangelo vissuto, parola di vita eterna, possa dare speranza tra tante parole di
vita terrena. Allora capiamo che anche la forma celibataria del nostro ministero diventa un’opportunità
per andare più a fondo. Scrive il domenicano Card. Timothy Radcliffe, in un libro in cui racconta di
come ha superato una sua crisi giovanile, quando da frate si era innamorato di una donna: «il celibato
mi offre una possibilità incredibile di intimità con gli altri. Il fatto di non avere intenzioni recondite e
poter offrire un amore non divoratore e possessivo, fa sì che io possa arrivare molto vicino al cuore della
vita delle persone» (Amare nella libertà, Qiqajon, Magnano 2007, p. 31).
La passione per l’annuncio Vangelo, per quanto insidiata da tanti ostacoli, crea in noi le
premesse per un’unità di vita raramente possibile a chi non assume questa missione. Noi infatti
studiamo, annunciamo e ci spendiamo quello che è il senso stesso della nostra esistenza: cosa più
difficile, non solo per il mio amico magazziniere, ma per chiunque svolga qualsiasi mestiere o
professione. Questa possibilità è un dono grande, di cui essere riconoscenti a Dio e alla Chiesa.
Se nella vita presbiterale cerchiamo realizzazioni e logiche diverse dal Vangelo, sia che restiamo sia che
lasciamo il ministero, avranno vinto le crisi. Se invece scegliamo di diventare presbiteri con la volontà di
dedicarci interamente al Vangelo nella Chiesa, e rinnoviamo costantemente questa volontà, possiamo
affrontare le crisi e uscirne più maturi.
