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Crepet 'I giovani non hanno più gioia, resta solo la rabbia'

Paolo Crepet con maglione giallo durante un'intervista televisiva; in basso compare il testo "I GIOVANI NON HANNO PIÙ GIOIA, RESTA SOLO LA RABBIA - intervista a Paolo Crepet".
Lo psichiatra: «Con lo scrolling sui social ti passano davanti dal bene al male, dal carino all’orrore. Così tutto si azzera, i colori si confondono e resta il nero» 

Nadia Ferrigo 
20 Ottobre 2026 

Quanto accaduto è una lezione sociologica che si ripete da decenni: la prima generazione si integra, la seconda si chiede il perché», ragiona lo psichiatra, educatore e saggista Paolo Crepet. 

Da dove nasce la rabbia dei cortei e delle piazze? 
«Chi arriva per primo in un nuovo Paese per lavorare cerca di omologarsi. I figli nati qui, che quello stesso lavoro non l’hanno trovato, invece cercano il proprio posto. Perché mi guardano male, mi fanno le battute? Perché non sono integrato, cos’ho in meno? In Francia siamo alla terza, quarta generazione: la prima sta alle regole, le altre le discutono». 

E i giovanissimi che distruggono le vetrine a Milano che cosa si aspettano dagli adulti? 
«Le minoranze, perché statisticamente così vanno definite, che hanno assaltato i negozi non vogliono nulla se non portarsi a casa le scarpe di valore. Ma siamo stati noi, la nostra cultura occidentale, a rendere una sneaker una sorta di icona. Ho un vecchio ricordo di prima della caduta del muro di Berlino. Io lavoravo dall’altra parte e una mia collega diceva “per andare di là mi farei ammazzare”». 

La benzina non è la povertà, ma la disuguaglianza? 
«Qualcuno dice che lottano per cambiare un mondo dove pochissime persone hanno la stragrande maggioranza delle ricchezze. Per la prima volta la classe operaia è in combutta con la classe dirigente: il capitalismo digitale è molto complicato e diverso da quello tradizionale. Quando prendi una pizza e te la fai portare a casa o stai tutto il giorno con l’intelligenza artificiale o su Tik Tok, stai usando gli strumenti posseduti dalle persone che contesti». 

Anche la lotta di classe è diventata complicata? 
«Quella ce l’hanno davanti agli occhi. Potrebbero dire “ci rifiutiamo di mangiare la pizza consegnata da un rider sfruttato” o rinunciare alla moda fast fashion. Fare contro informazione. Se ne discute in Francia, in Italia un po’ meno. Perché non lo fanno? Non lo so. Io sto dalla parte dei ragazzi». 

Perché? 
«O i giovani sono degli psicolabili e quindi è vero che servono psicologi in tutti i licei del mondo o sono delle persone da ascoltare perché hanno delle idee. Hanno occupato via Roma a Torino per cose buone e giuste. Vogliano cambiare la scuola, ma come? Chiediamolo a loro. Io protesterei contro la chat dei genitori, il registro elettronico, l’orario d’ingresso a scuola». 

È un’adolescenza quasi medicalizzata e poco responsabilizzata? 
«Mi fa rabbia sentir parlare di rottura di patto generazionale, quando al contrario c’è una saldatura che nasce dalla complicità tra scuola e famiglia e porta la mamma in piazza a proteggere il figlio. Dobbiamo essere noi i primi a credere in loro, a crescerli come persone autonome. Devono andare in piazza e prendersi tutte le responsabilità. Se la cosa degenera, te ne vai e la volta dopo torni e ti inventi qualcosa di diverso». 

Siamo abituati alla violenza? 
«Con lo scrolling sui social ti passano davanti mille immagini: il gol della domenica e il bimbo ammazzato. Dal bene al male, dal carino all’orrore. Così tutto si azzera, i colori si confondono e resta il nero». 

È una generazione di nero vestita. 
«Com’era negli Anni 50: completo grigio, camicia bianca e cravatta scura. Il nero è metaforicamente il colore della morte e rispecchia la loro totale mancanza di gioia. Si aspettavano più libertà e più diritti. Non li hanno avuti».
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