Enzo Bianchi: il ricordo di Massimo Recalcati
2 Settembre 2026
La morte di Enzo Bianchi lascia una grande tristezza innanzitutto in chi lo ha
conosciuto e amato. La scomparsa di un amico assomiglia sempre alla scomparsa
di un mondo intero. Il mio primo ricordo della sua persona riguarda la sua forza,
la vitalità, l’energia dell’uomo. È quello che i Vangeli descrivono come potenza
(dynamis): la sua vita era una vita capace di essere davvero viva. C’era una specie
di fuoco che animava tutto quello che faceva: studiare, scrivere, predicare, curare
l’orto e la cucina del suo monastero, viaggiare, incontrare i fratelli, le sorelle e gli
amici, dialogare, avere rapporti affettuosi con i suoi cani, scegliere i vini giusti
per la sua tavola, amare l’arte.
Insomma, in tutto questo e in molte altre delle sue innumerevoli attività era la vita
viva a salire in primo piano. Non l’ascesi sacrificale, la mortificazione della carne,
la penitenza patibolare. È stata questa, se si vuole, la cifra più radicale del suo
cristianesimo: accogliere con gioia la vita in tutte le sue svariate forme. È
l’insegnamento fondamentale di Gesù che egli ha voluto ereditare e trasmettere:
«Non sono venuto per condannare il mondo ma per salvarlo».
Che cosa significa essere cristiani? È stata questa la domanda alla quale Enzo Bianchi non ha mai smesso di rispondere. «Come si può avere ancora fede
nell’uomo se l’uomo ha generato Auschwitz?», disse una volta a voce alta nel
corso di un nostro viaggio a Gerusalemme insieme ad altri amici e amiche.
Domanda che faceva volontariamente eco a quella che a suo tempo Adorno aveva
formulato di fronte all’orrore della Shoah: «Si può ancora scrivere poesie dopo
Auschwitz?».
Il ragionamento di Bianchi, che attraversa una quantità sterminata di scritti, porta
diritto alla questione che più lo premeva: cosa resta del cristianesimo quando gli
togliamo la rassicurazione di un Dio collocato al di là della vita, separato dalla
storia e dalle innumerevoli contraddizioni dell’esistenza? Mentre la critica atea
della religione — quella di Freud in primis — la descrive come una fuga paurosa
di fronte alle asperità della realtà, il monaco Enzo entra dalla porta della fede
proprio nel cuore della storia.
In questo egli si colloca sulla scia del luterano Dietrich Bonhoeffer: Gesù non è
venuto a chiederci di aderire a una nuova religione, ma di aderire alla vita. Il
cristianesimo di Enzo Bianchi è stato un cristianesimo immanentista che però non
escludeva affatto la dimensione insondabile del mistero. Ma questo mistero
coinvolgeva ai suoi occhi più la figura di Gesù che quella di Dio.
Quando a Pasolini posero la domanda se credesse che Gesù fosse il figlio di Dio
egli rispose che non poteva credere al fatto che un uomo potesse essere il figlio
di Dio. Eppure, credeva fermamente che in Gesù, in quanto uomo, ci fosse
qualcosa di divino. Enzo Bianchi apprezzava questa risposta. Se il Verbo entra
nella carne, allora è proprio la carne il luogo nel quale la questione di Dio diventa
inevitabilmente la questione dell’uomo.
È questo il punto nel quale la teologia di Bianchi trapassa in una antropologia
radicale. L’alterità di Dio non è nei cieli ma appare sulla terra, non è lassù ma
quaggiù. Interviene qui un altro grande riferimento teologico di Enzo Bianchi,
ovvero Michel De Certeau e la sua idea del Dio cristiano come incontro che ci
obbliga a decentrare il nostro Ego, poiché Egli si sottrae a qualunque nostra
illusione di possesso. Per questa ragione, Bianchi conosceva bene la distanza che
separa la dimensione dogmatica della religione dall’esperienza cristiana della
fede. Se le religioni possono diventare dei dispositivi superstiziosi di
rassicurazione, la fede ci costringe invece a un affidamento totale.
Quando con le proprie mani il giovane Enzo pose la prima pietra del Monastero di Bose — nel lontano inverno del 1965 — era solo. Nessuno attorno a sé, nessuna
garanzia, nessuna istituzione, nessuna protezione, nessuna raccomandazione,
nessun mandato. Restaura una cascina abbandonata nella zona della Serra di Ivrea
vivendo da solo e poi con i primi compagni per tredici anni senza luce elettrica.
Si fa fatica oggi a ricordare il tempo della fondazione di uno dei luoghi più alti
della spiritualità cristiana del nostro tempo, che ha radunato attorno a sé un popolo
di fedeli e di laici, di persone semplici e di intellettuali, che ha reso possibile un
dialogo interreligioso e intercristiano di straordinaria importanza, che ha
seminato e custodito la cultura cristiana nel nostro paese e non solo. Ma all’inizio
di tutto c’erano solo il cuore di Enzo Bianchi e le sue mani. Non c’era altro se
non la nuda forza della sua fede, lo sforzo ostinato di testimoniare in prima
persona che vivere nella gioia e nella letizia è una possibilità di questo mondo.
Aveva paura di morire? Credo di sì. E anche molta, come del resto accade
solitamente a tutti coloro che hanno amato profondamente la vita. Del resto, ne
aveva anche Gesù Cristo, che nel Getsemani supplica il padre di lasciarlo vivere
ancora, di allontanare dalle sue labbra il calice amaro della morte. Quel mistero
— il mistero della morte –, Enzo lo sapeva bene, non può essere addomesticato
nemmeno dalla fede.
Mi ha detto una volta, quand’era già molto anziano, che di mattina amava
abbracciare gli alberi e le grandi pietre. Immagino fosse anche quello un suo
modo di pregare. Non alzando gli occhi al cielo ma trovando il cielo in terra.
