Chi e cosa trovi: AUTORI e ARGOMENTI
Caricamento...

Massimo Recalcati 'Fare pace con il lupo che è in noi'

Dipinto in stile primo Rinascimento su fondo oro che raffigura l'incontro tra San Francesco d'Assisi e il lupo di Gubbio. A sinistra, il Santo in saio francescano guarda con benevolenza l'animale tenendo le mani al petto; a destra, un lupo grigio si avvicina mansueto sollevando una zampa in segno di pace. Sullo sfondo, una collina minimale e un borgo medievale turrito. Nella parte inferiore, su una fascia nera, compare il titolo dell'articolo di Massimo Recalcati "FARE PACE CON IL LUPO CHE È IN NOI". In basso a destra è visibile la firma in corsivo bianco del blog AlzogliOcchiversoilCielo.

22 ottobre 2026 

Nel noto racconto francescano del lupo di Gubbio, contenuto nel capitolo XXI dei Fioretti, la scena è quella di un incontro. La città ha organizzato la propria esistenza intorno ad una minaccia: un lupo feroce assale, uccide e divora le persone. Di fronte alla forza senza legge del lupo prevale la pulsione securitaria: si chiudono le porte, si alzano gli steccati, si vive rinchiusi nella paura. Il passo vertiginoso compiuto da Francesco – che ricorda quello di Gesù nei confronti della figura inquietante di Legione, il folle di Gerasa – è al contrario quello di non farsi irretire dalla paura ma di rivolgersi direttamente alla bestia. In gioco non è solo il rapporto con una fonte esterna di violenza ma con la violenza in quanto tale. Il lupo è infatti una figura a due teste. La prima è quella dello straniero, del difforme, della violenza senza argini scatenata da una forza senza legge che viene dal di fuori e che sembra impossibile governare. La seconda è quella di una alterità interna, di una spinta aggressiva che non viene dal di fuori ma dal di dentro, come da una parte misconosciuta di noi stessi. Il passo di Francesco le convoca entrambe perché una domanda cruciale le accomuna: cosa accade quando il soggetto incontra, dentro o fuori di sé, qualcosa che lo spaventa, che perturba l’ordine della propria identità e della realtà al quale credeva? 
In gioco nell’incontro col lupo è l’incontro con il buio, con quello che ci angoscia, con tutto ciò che sfugge al nostro controllo. Questo incontro è una alternativa alla segregazione e al distanziamento securitario. Non solo Francesco si avvicina al lupo feroce ma nomina sorprendentemente la bestia «frate lupo». 

Sembra veramente lo stesso movimento che Gesù compie nei confronti di Legione, il folle che sgomenta la comunità di Gerasa: «qual è il tuo nome?», gli chiede andando con fiducia verso la sua inquieta esistenza. 
Il folle, che sino a quel momento era stato costretto a vivere isolato tra le tombe dei cimiteri dopo avere spezzato le catene con le quali gli abitanti di Gerasa avevano provato a contenerlo, viene avvicinato da Gesù senza paura. 
La pulsione securitaria lascia il posto ad una apertura inaudita. Lo stesso accade con Francesco di fronte al lupo. «Perché fai questo? Perché uccidi?», gli chiede il santo di Assisi rivolgendogli la parola. In questo modo la bestia feroce viene iscritta in una relazione, anziché essere allontanata come una minaccia dalla quale proteggersi. La risposta del lupo è diretta e non lascia spazio a equivoci: «uccido perché ho fame». Di fronte a questa disperata dipendenza, Francesco non pretende di ammaestrare il lupo, di disciplinarne la violenza, né, tantomeno, lo minaccia con provvedimenti repressivi. La simmetria della violenza che risponde alla violenza viene interrotta. 
Francesco riconosce pienamente la fame del lupo – il suo bisogno vitale non soddisfatto – come causa della sua violenza. Non condanna e non giudica. 
Piuttosto favorisce la stipulazione di un patto simbolico tra il lupo e la comunità che impegna entrambe le parti: il lupo dovrà cessare di aggredire mentre gli abitanti dovranno assumersi l’impegno di nutrirlo. 

La riconciliazione assume una forma concreta, sostenuta da obblighi reciproci. La nostra bestia interna comprende aggressività, avidità, gelosia, volontà di possesso, ma comprende anche una forza che deve poter trovare la sua forma positiva. La pulsione non coincide semplicemente con la malvagità. È una spinta che può prendere vie distruttive o generative. 
Accade, per esempio, di amare qualcuno e di desiderare di possederlo come se fosse una nostra proprietà. Diventiamo allora lupi, rompiamo il patto simbolico, scambiamo l’amore con l’avidità e la predazione, con il dominio e l’assoggettamento. Il lupo che vive fuori dalla Legge della parola vorrebbe fare della propria fame la misura unica del mondo: tutto ciò che incontra serve esclusivamente al proprio soddisfacimento. L’altro non è mai riconosciuto come tale, ma come qualcosa da fare proprio. La bocca famelica del lupo è la nostra stessa bocca che rigetta la frustrazione che ci obbliga a sopportare il reale del Due che non si lascia assimilare all’Uno. È il dramma di Caino che di fronte alla nascita di Abele è obbligato a decentrarsi. 

La spinta alla divorazione che il lupo di Gubbio incarna è la spinta che ci afferra quando siamo esposti al trauma del Due. Siamo lupi quando vorremmo eliminare la distanza che l’esistenza dell’Altro fatalmente apre nel nostro mondo. Ma se l’Altro diventa interamente mio, se il Due si riduce all’Uno, la mia stessa vita si immiserisce fatalmente. Italo Calvino ricordava in un suo intervento radiofonico che «la vita di tutti i giorni è una vita in cui si è sbranati, nella quale veniamo mangiati vivi». Il lupo, l’orco o il drago rendono visibile ai bambini una minaccia che nessun discorso astratto riuscirebbe a comunicare con la stessa efficacia. Nella nostra vita accade di sentirci consumati, divorati, sbranati da chi ci circonda. La bocca dell’orco o del lupo offre una immagine plastica a questa spinta divoratrice. Lo ricorda anche Freud citando Hobbes. Nello stato di natura esiste solo la guerra di tutti contro tutti: Homo homini lupus. 
Quando invece Francesco chiama la bestia «frate lupo» vuole introdurre un legame di fratellanza laddove sembrava esistere soltanto una contrapposizione. Finché il male appartiene esclusivamente a un nemico esterno, prevale la spinta securitaria della pulsione. Invece chiamare fratello il lupo significa rinunciare alla fantasia di una difesa senza falle dalla ingovernabilità della vita. Si tratta di scardinare lo spazio angusto della difesa dal lupo. Si tratta ogni volta di iscrivere la spinta alla violenza di cui il lupo è il simbolo in un rapporto. Se, infatti, la violenza punta innanzitutto a distruggere il Due – ad abolire il rapporto –, il suo trattamento non può che essere la tutela del Due. 
Nel patto francescano è coinvolta una intera comunità che deve farsi carico del lupo e della sua fame, anziché difendersi solamente dalla sua ferocia. Chiamare fratello il lupo significa oltrepassare l’anima cainesca dell’umano senza però ricorrere a pastorali retoriche. Il lupo resta un lupo, non diviene un agnello; la fame che innesca la sua ferocia non viene negata, ma riconosciuta pienamente; la sua selvaticità non lascia il posto a un animale ammaestrato. 
Quello che cambia è l’iscrizione del lupo in un legame che non lo rende umano, ma che impegna l’umano a riconoscere la necessità di venire a patti con il lupo rinunciando sia all’idea della sua soppressione sia a quella di una vita impaurita dalla sua presenza.

📩 ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Il nostro cammino in cifre

L'impatto dei nostri contenuti, giorno dopo giorno.

Visualizzazioni