M. Recalcati 'Superare il limite sveglia il mostro dentro di noi'
18 settembre 2026
Dai tempi di Aristotele ci interroghiamo sul male di cui siamo capaci. Le tragedie del XX secolo e quelle di oggi offrono una risposta.
Nella sua Etica Nicomachea Aristotele traccia una linea netta che separa
irreversibilmente l’umano dal mostruoso. Mentre l’umano sarebbe orientato dalla
ragione a essere virtuoso, il mostruoso, al contrario, non conoscerebbe né ragione, né
virtù. La terribile lezione di Freud rompe traumaticamente l’incantesimo di Aristotele,
rivelando che il mostruoso non è affatto esterno all’umano ma lo riguarda intimamente.
Esso non scaturisce, come pensava invece Aristotele, dalla animalizzazione
dell’umano, ma ne rappresenta la sua espressione più significativa. Con l’aggiunta che
il mostruoso non coincide con il deforme, l’aberrante o l’eccessivo. Non sempre ha il
volto della follia, della ferocia incontenibile o della passione distruttiva, dell’estraneo
o l’ostile, ma – come molti episodi di passaggio all’atto criminale evidenziano – può
avere anche il volto rassicurante dell’impiegato, del funzionario, dell’uomo che torna
a casa dopo il lavoro, del padre di famiglia.
In un celebre corso intitolato Introduzione alla metafisica, interpretando il canto del
coro dell’Antigone di Sofocle, Heidegger si sofferma sulla celeberrima definizione
dell’uomo come il “più inquietante” degli esseri: «di molte specie è l’inquietante, ma
nulla c’è di più inquietante dell’uomo». Non esisterebbe insomma nessun essere «più
terribile» («più potente» e «più straordinario») dell’uomo. Heidegger traduce
l’inquietante sofocleo con il “perturbante”, o meglio, lo “spaesante”:
l’uomo costruisce la propria casa, edifica città, genera cultura, determina confini,
attraversa i mari, coltiva la terra, cattura gli animali, istituisce leggi, domina la natura.
La sua tecnica rivela una volontà di potenza che rovescia costantemente il familiare nel
suo contrario. Il mostruoso non è, dunque, l’uomo moralmente cattivo – non virtuoso
in senso aristotelico – ma definisce l’umano in quanto tale. La violenza più terribile e
crudele non è quella dell’animale, finalizzata a garantire la sopravvivenza della specie,
ma quella dell’uomo animata dalla tentazione di impadronirsi del mondo, di forzare il
senso del limite, di oltrepassare impunemente i confini del famigliare.
Per questo, forse, Freud arrivò a definire l’umano come una corsa rovinosa verso la
propria distruzione. Essere uomini non significa solo essere destinati alla morte, ma
avere il potere di seminare la morte, di decretare sadicamente quella degli altri e di
coltivare masochisticamente la propria.
In questo senso l’uomo sarebbe il mostro più mostruoso. Non a caso per Freud la
pulsione più fondamentale che definisce l’umano è la pulsione di morte. L’uomo non
è una creatura mostruosa accanto ad altre creature normali, ma è il solo animale che
porta con sé la tentazione mostruosa del dominio. Mi limito qui ad evocare due
raffigurazioni del mostruoso, solo apparentemente diverse. La prima è quella della
nota conferenza di Wannsee svoltasi nel gennaio del 1942, nella quale i gerarchi nazisti
approvarono la cosiddetta “soluzione finale” della questione ebraica. La seconda è il
racconto cinematografico del Salò di Pasolini, uscito nelle sale nel 1976. A Wannsee
l’uomo si rivela il “più inquietante” perché subordina la propria capacità di
organizzare, classificare, amministrare, calcolare all’esercizio di una violenza
mostruosa. Un genocidio senza precedenti nella storia dell’uomo viene trattato come
una questione di coordinamento, competenze, procedure, trasporti, efficienza.
La brutalità orrenda del delitto che trasforma in cenere la vita di bambini, anziani
fragili, uomini e donne, viene ridotta dai nazisti ben vestiti di Wannsee ad un mero
problema organizzativo. Il corpo della vittima si eclissa; sui tavoli solo documenti,
competenze, categorie, gerarchie, mansioni. La morte viene trasformata in un semplice
principio di amministrazione. Non a caso, si dice che Hitler non volesse saperne nulla
di quello che accadeva realmente nei campi di sterminio. I numeri prendono il posto
dei corpi e dei volti; il linguaggio, anziché nominare il carattere mostruoso di quello
che stava accadendo, diventa lo strumento più subdolo attraverso il quale l’orrore di
quella realtà può essere cancellato. Nell’efficienza anonima del dispositivo
burocratico s’impone l’esistenza paradossale di un mostruoso senza mostro.
Nel Salò di Pasolini in primo piano è invece il dominio sadico del potere che si esercita
sul corpo di giovani inermi con la finalità perversa di trasformarli in puri mezzi di
godimento. Se Wannsee rappresenta la burocratizzazione del mostruoso, Salò ne
realizza invece la sua aperta esibizione. Se il vero scandalo di Wannsee non è soltanto
che degli uomini abbiano progettato uno sterminio, ma che lo abbiano potuto fare
dentro una forma ordinaria di socialità, quello di Salò non è soltanto che degli uomini
abbiano torturato altri uomini solo per il loro godimento, ma che abbiano fatto di questo
godimento arbitrario la sola forma possibile della Legge.
In questo senso, Salò non descrive tanto la dimensione mostruosa della crudeltà
fascista quanto la nostra crudeltà di esseri umani. Salò è un film sul nuovo potere che
non reprime più il godimento ma ne diviene il suo più acceso artefice. È la versione
apocalittica che Pasolini offre del cinismo sadico della nostra epoca: la Legge non
limita più l’eccesso del godimento ma sembra essere al suo servizio. In entrambi i casi
– nel salotto asettico di Wannsee o nella villa degli orrori di Salò – si vuole dimenticare
che l’essere umano non può in nessun modo dominare la morte. È quello che anche il
coro dell’Antigone riletto da Heidegger ricorda ed è la stessa lucida considerazione che
ritroviamo in Freud: quando l’uomo rigetta la propria castrazione – la propria
finitezza – diviene pericoloso per se stesso e per gli altri. Il mostruoso non è il caos che
sfida l’ordine, ma una piega tragica che l’ordine può elettivamente assumere quando
smarrisce la sua dimensione umanamente finita.
