Rosanna Virgili “Quando non possiamo dirci cristiani”

 

marzo 2026

 È nato recentemente in Italia, forse sulla spinta di agenzie sorte anch’esse da poco negli Stati Uniti, un Comitato dal nome: Remigrazione e Riconquista, ispirato dalla volontà di “tradurre in azione concreta la proposta programmatica sulla re-migrazione e di porre un argine deciso e inequivocabile all’immigrazione incontrollata, fenomeno che minaccia la coesione sociale e la sopravvivenza stessa dei popoli europei”, come è scritto sul sito che si può visionare in rete. 

 Esso propone di firmare un programma che consta di dieci punti. Tra i cittadini italiani che sarebbero propensi a firmarlo ci sono anche dei cristiani e allora è importante condividere una semplice riflessione almeno su alcuni di essi. È un dovere morale per il credente il quale – come dice l’apostolo Pietro - è tenuto a “rendere ragione della speranza” che è in lui (1Pt 3,15) e delle verità della sua fede. 

 Un cittadino che si dica cristiano deve almeno sapere se la realtà, l’“identità” della Chiesa che gli ha dato il battesimo, siano in una pur minima corrispondenza con la proposta che avanza Remigrazione e Riconquista o se, al contrario, ci siano dei punti davvero inaccettabili per un cattolico di tutti i tempi. 

 Iniziamo col punto quarto che invoca l’“Introduzione, nel quadro di una più ampia strategia di recupero della sovranità e dell’identità nazionali, dell’istituto della remigrazione quale strumento di governo del fenomeno migratorio finalizzato a incentivare il ritorno degli stranieri nei Paesi d’origine”. Firmare per questo punto significherebbe promuovere un esodo in massa anzitutto dei religiosi e delle religiose che vivono e operano in Italia e che sono stranieri. Forse non tutti sanno, infatti, che gli stranieri sono ormai ben più della metà a formare le comunità religiose italiane, femminili e maschili. E che anche i sacerdoti, parroci e vice-parroci delle nostre Parrocchie, giungono ormai al venti per cento del totale. Se si incentivasse “il ritorno degli stranieri nei Paesi d’origine” la stragrande maggioranza degli istituti religiosi – comprese scuole e ospedali – dei conventi e delle parrocchie - tra quelli che ancora resistono - sarebbero chiusi. 

 Procedendo su altri punti della proposta si arriva a valutare l’impossibilità di dirsi cristiano per un cittadino che volesse firmarne le istanze, come nel caso del punto settimo: Stop alle ONG del traffico migratorio, in cui si contempla l’“Interruzione di qualsiasi forma di finanziamento pubblico, diretto o indiretto, a ONG, cooperative e associazioni che agevolano l’immigrazione clandestina”. 

 Molte delle ONG che agevolano la sopravvivenza di coloro che altrimenti farebbero naufragio in mare sono di ispirazione cristiana quando non esplicitamente legate a enti cattolici. Poiché Gesù ha detto: “ero straniero e mi avete accolto” (cf. Mt 25,35) e non invece: “perché avevo i documenti mi avete accolto”. Che non vuol dire che poi non si debba procedere a riconoscere i diritti e ad esigere i doveri di un comune cittadino italiano a chi è arrivato senza documenti. La legalità è quanto conferisce, del resto, l’attribuzione della dignità civile a chi prima è stata tributata la dignità umana. Quella che l’ebreo Einstein definì: “l’unica razza che conosco”, riferendosi appunto a quest’ultima. 

 Passando, infine al punto nono dove si ambisce all’“Istituzione di un fondo dedicato esclusivamente alle famiglie italiane, con l’obiettivo di sostenere la natalità e contrastare il declino demografico e la crisi identitaria della Nazione”, c’è da chiedersi: cosa si intende per identità delle “famiglie italiane”? Se si considera come uno degli elementi basilari dell’identità di una “Nazione” quello religioso e, quindi – per l’Italia –, quello cristiano, allora occorre ricordare che la fede cristiana non nasce nella nostra “patria” né – tanto meno – è tipica della nostra “nazione”. La fede cristiana non ha origine in Italia ma in Medio Oriente, nell’antica Palestina quand’era provincia dall’Impero romano. Da lì furono proprio degli “immigrati” – e qualcuno perfino in custodia cautelare come Paolo! - a portare quel Vangelo a Roma e quindi in Occidente, in Gallia e Britannia, mentre altri si diressero in Asia Minore, poi a Bisanzio – la successiva Costantinopoli - e in seguito anche a Mosca. Per dire che quella cristiana non è certo una religione che possa dare un’“identità nazionale” alla sola famiglia Italiana. E se la Chiesa si fonda sui pilastri apostolici di Pietro e Paolo ambedue sono “immigrati” che mai – sfortunatamente per loro ma fortunatamente per noi! – furono re-migrati! Furono infatti resi martiri a Roma. Legarono e “perdettero” la loro vita per amore di quei popoli lontani, per dare un’“identità” a quegli “stranieri” che erano i nostri antenati e che siamo oggi noi. La Roma imperiale divenne la grande culla di un’identità multipolare, una tappa ulteriore – ma non certo l’ultima! - della Pentecoste. Come si può pensare, allora, in questo reale, ancestrale “meticciato” di spartire, adesso, gli oriundi dagli stranieri dal nostro DNA?

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