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Mariapia Veladiano "Odiare i bambini"

24 Dicembre 2025 


Non è solo storia di oggi, ma anche di ieri, persino dei tempi di Gesù, con la strage degli innocenti. Solo l’Amore può rispondere a questo male assoluto.

In una pagina che si legge con commozione e disgusto, Primo Levi racconta come all’arrivo ad Auschwitz, in pochi minuti le SS separarono loro, gli uomini, dalle donne e dai bambini, dei quali non seppero più nulla. «Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei». Era Emilia Amalia Levi. A ricordarla da qualche mese c’è una pietra di inciampo davanti alla casa di Milano nella quale ha abitato. «Arrestata il 4 dicembre 1943», si legge nell’incisione, e assassinata il 26 febbraio 1944. Arrestata fa specie, ma è così, si può arrestare un bambino e assassinarlo. Anche oggi. Lo sappiamo e alcuni di questi bambini sono diventati ambasciatori involontari di tragedie che ci corrodono l’anima. 

Dieci anni fa l’immagine del piccolo Alan Kurdi, siriano, fotografato a pancino in giù su una spiaggia turca. Un anno fa la voce di Hind Rajab che chiede aiuto mentre le bombe piovono tutt’intorno, a Gaza. Sette mesi fa la notizia dei nove figli della dottoressa Alaa al-Najjar, uccisi insieme al loro padre in un altro bombardamento a Gaza. Nove figli, non si sa immaginare il dolore. Dei 20mila bambini rapiti in Ucraina e portati in Russia dall’inizio della guerra, i media non possono restituirci né l’immagine né la voce, ma sentiamo sia il loro terrore sia l’angoscia sospesa dei genitori. E ancora ci sono bambini di cui non sappiamo nemmeno il numero, stanno dentro i 150 mila morti della guerra scoppiata in Sudan due anni fa. Ne ha parlato qui il «Messaggero» a suo tempo, adesso altre guerre più vicine ci hanno distratto da questo luogo della fine del mondo. A novembre sono filtrate alcune immagini dal buio del massacro, tra cui la foto, troppo tremenda per essere pubblicata, di una donna impiccata a un albero insieme al suo bambino (fonte: Cecilia Sala su «Choramedia»). 

Che si possano odiare i bambini è qualcosa che sta nel cuore del Vangelo. La nascita di Gesù è per sempre intrecciata con la strage degli innocenti, mistero di salvezza che non fa magicamente sparire il male ma ci chiama d’impero ad arginarlo nella storia, a proteggere la vita. Noi credenti diciamo: «È nato il Salvatore». E vediamo un bambino di cui sappiamo già la fine senza umana gloria, senza potere alcuno, senza ricchezza e splendore. E crediamo che proprio così come lui ha fatto, cioè senza potere, ricchezza, splendore e gloria è possibile disinnescare (in questo caso il linguaggio «armato» è quello giusto) il male. Coltivando lo sdegno smisurato verso chi il male lo compie, innanzi tutto. E già non è facile, perché c’è una mitologia contemporanea che lo addomestica, il male: i poveri se la sono cercata, i migranti stiano a casa loro, l’Africa è ricca di tutto e imparino a mettere a frutto quello che hanno, i carcerati sono solo delinquenti, i senzatetto stanno in strada per scelta. 

Se da credenti teniamo davanti a noi la storia di un Dio nato bambino lontano dalla casa terrena, affidato alle mani di uomini e donne di buona volontà, cresciuto imparando a scoprire via via il bene assoluto dell’amore sempre, non importa cosa succede, perché Dio è amore, allora troveremo, ciascuno di noi, la cosa giusta da fare: scegliere di votare chi non fomenta mai l’odio, mai, donare con generosità a enti e associazioni che in modo competente possono aiutare, scendere in strada quando bisogna difendere la vita offesa, educare figli e nipoti al bene dell’essenzialità, coltivare le buone relazioni. Certo, ci possono deridere perché sembriamo illusi, ma è toccato anche a Gesù, e davvero possiamo sentirci in buona compagnia.

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Mariapia Veladiano

Mariapia Veladiano, scrittrice, laureata in filosofia e teologia, ha lavorato per più di trent’anni nella scuola, come insegnante e poi come preside. Collabora con la Repubblica e con la rivista Il Regno.


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