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Bernardo Gianni "Tocca ai popoli ora fare la pace"

Dom Bernardo Gianni, abate di San Miniato al Monte: è giunto il momento che si ascoltino gli uomini di buona volontà. Recuperiamo una coscienza umile e mettiamo al centro i giovani.

di Diego Motta, inviato a San Miniato al Monte (Firenze)

Per contemplare miserie e nobiltà di un anno segnato da guerre, solitudini e dolore sociale, conviene alzare lo sguardo e insieme provare a ritirarsi in un luogo di silenzio. Dom Bernardo Gianni, abate di San Miniato al Monte, questo esercizio lo fa quotidianamente: ogni giorno, negli spazi della sua comunità monastica, incarna l’attualità della regola benedettina dell’”Ora et labora”, senza per questo separarsi dal mondo e dall’amata città di Firenze, che da questo monte si ammira in tutta la sua bellezza e la sua storia. 

«La cima di un monte è in fondo un luogo dove la fatica per arrivarci e la ristrettezza del crinale ti obbligano insieme a un avvicinamento. Gli uni e gli altri sono costretti in qualche modo alla prossimità – spiega padre Bernardo -. 
Qui, dall’alto, sperimentiamo ogni giorno il bisogno di una geografia di grazia, diceva Giorgio La Pira». La conversione e la vocazione a 24 anni, nella chiesa delle Benedettine di Rosano, il noviziato, poi l’impegno prima come Priore e poi come Abate. Oggi Dom Bernardo Gianni guida la comunità monastica di san Miniato al Monte ed è punto di riferimento per persone in cerca di ascolto, di senso e di fede, mentre alterna la vita dentro l’abbazia agli incontri con i giovani, con i lavoratori e le famiglie e tante iniziative ecclesiali e sociali per la pace, a partire dalla città di Firenze. «L’incarnazione che stiamo vivendo in questi giorni è una risposta alla semplificazione. L’amore nasce sempre nelle viscere del mondo, ma non dobbiamo essere noi in questo Natale a cercare il Signore. Semmai il contrario: è la ricerca di Gesù verso di noi che va ascoltata e assecondata» dice, evocando ancora una volta la necessità per il pianeta di un «umanesimo della pace». 

Padre Bernardo, la guerra appare essere la cifra della nostra epoca. È una guerra combattuta sul terreno, è una guerra per la conquista dei territori e per il controllo delle opinioni pubbliche. Mai avremmo pensato a uno scenario del genere solo dieci anni fa. Papa Leone XIV, da quando è stato eletto, non smette di chiedere una pace disarmata e disarmante. Potranno mai incontrarsi queste visioni così agli antipodi? 
Mi sembra necessario partire dalle parole che il filosofo ebreo Martin Buber rivolgeva a Giorgio La Pira. «La storia moderna, - diceva Buber - pretende d’insegnarci che la pace è possibile solo se i governi arrivano a un’intesa. 
Dopodiché i popoli li seguono. Noi pensiamo differentemente». Penso sia un messaggio sempre più attuale: finora la pace è stata l’esito delle scelte dei potenti. È giunto il momento che sia il contrario. Si ascoltino i popoli e gli uomini di buona volontà. Sono le persone che sanno ascoltare, che hanno a cuore il bene comune. Di fronte all’anestesia di questo tempo, all’intorpidimento generale, dobbiamo tornare a farci coinvolgere dalla vita, dai nostri sensi. Giovanni XXIII, nella “Pacem in Terris” metteva in relazione lo svuotamento degli arsenali al disarmo dei nostri spiriti. Sta a noi muoverci, intrecciare vite, storie e provenienze, trovare luoghi in cui rimettere insieme visioni plurali della società. 

I popoli sembrano essere molto più manipolabili oggi rispetto al passato. Per parafrasare Alessandro Manzoni, il buon senso c’è, ma se ne sta nascosto per paura del senso comune. È per questo che la domanda di pace presente nelle opinioni pubbliche emerge solo a intermittenza? 
I popoli stanno vivendo l’esperienza della rabbia. «Corpi grossi ha la specie ora. E teste indebolite» scrive la poetessa Mariangela Gualtieri, che poi aggiunge: «Ancora si prova la scena primitiva del più forte, la scena di uno che bastona. Uno comanda e un popolo cieco lo sostiene contro se stesso». È l’essenza del populismo, dove i popoli e le persone sono soggetti da maneggiare con molta cura. Resto invece convinto, lo abbiamo visto con le manifestazioni per la pace a Gaza di settembre, che la coscienza vera di un popolo è più forte dell’anestesia collettiva che stiamo vivendo, che le piazze possano tornare a essere luoghi di appartenenza e di dialettica. Pensate alla reazione unanime che ci fu in Italia dopo l’attentato ad Aldo Moro, che decretò la fine del terrorismo e della lotta armata nel nostro Paese. Certo, i popoli vanno emozionati e riportati umilmente alla coscienza di sé. Chi non è umile si candida a diventare artefice di nuovi populismi. Anche oggi la passione per la democrazia deve svegliare ciò che è sopito, deve ridare protagonismo storico alle moltitudini e farci ribellare all’idea che la politica sia solo presunta e inguaribile corruzione. 

La pace può essere anche solo armistizio? Un cessate il fuoco? O vanno create le condizioni per una riconciliazione più profonda? 
Qualsiasi risparmio di vite, anche per eterogenesi dei fini, è un grande risultato in questa fase storica. Poi la pace non è solo una tregua. È maturazione della conflittualità in una prospettiva che ci porta a riconoscere l’altro, anche se nemico: senza l’altro, infatti, la mia presunta sicurezza resterà parziale e contingente e prima o poi tornerà a essere minacciata. Per questo dico che occorre uno sforzo corale per riaffermare l’arte del dialogo e dell’incontro: bisogna ricominciare rimettendo intorno a un tavolo le persone, recuperando quella coscienza umile che avevamo ai tempi del Covid, quando l’emergenza aveva di fatto disarmato le persone. Dobbiamo riprendere la consapevolezza che stare l’uno contro l’altro è invece perdere tempo, disperdere futuro. 

Al momento però gli schemi che la società attuale riproduce sembrano essere soprattutto la contrapposizione diretta tra ricchi e poveri, tra potenti e sudditi. Quale messaggio può nascere in questo periodo di Natale?
Penso a quello che vogliamo augurare noi, monaci olivetani di San Miniato al Monte. Nel nostro messaggio, abbiamo scritto, tra l’altro: “Gesù, scuci e disturba i nostri cuori , incidi la terra alla radice e cantale la sua vocazione di cielo e di luce”. Per l’uomo d’oggi, la dimensione del discernimento è importantissima, a tutte le età della vita. Il vero amore fa spazio dentro di sé, crea i presupposti dell’accoglienza. 

Dove dovrà indirizzarsi lo sguardo dell’uomo nel 2026, soprattutto quello delle nuove generazioni? 
Di sicuro è necessario stare attenti a quel che succede adesso sullo sfondo della Natività. Se guardo a cosa accade mentre celebriamo il Natale 2025, vedo ancora oggi due rischi che avanzano, tra il rumore assoluto e il silenzio più totale: hanno il volto dell’industria delle armi e dell’industria farmaceutica, che fanno affari con i conflitti e con la salute. C’è un male sottile che ammorba i sogni e le aspettative dei nostri ragazzi, che a volte noi adulti finiamo per proteggere troppo. Hanno invece bisogno, i giovani, di farsi colpire nei propri desideri, di farsi interrogare dalle emozioni, di riscoprire il valore dei sensi e della sensorialità. In altre parole: occorre che chi si affaccia alle responsabilità della vita sappia assaporare l’aroma dell’amore, per contagiare poi chi gli è più prossimo. 


Fonte: Avvenire 


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