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Timothy Radcliffe: “Così abbiamo eletto il nuovo Papa”

Il religioso inglese che dal 1992 al 2001 ha guidato l’ordine dei predicatori: «Un uomo bravo nel costruire la pace curare le ferite, riunire le persone».

Timothy Radcliffe è un religioso inglese che dal 1992 al 2001 ha guidato l'ordine dei predicatori. È l'unico frate della provincia inglese dell'ordine domenicano ad avere avuto la carica di maestro generale. Creato cardinale da papa Francesco nel 2024, ha partecipato al recente conclave. 

Lei è arrivato al priorato dei frati neri di Oxford dopo la scuola preparatoria? 

«Sì, ho ricevuto un'educazione religiosa nel senso che si viveva in presenza di Dio e i santi erano i nostri amici, ma non era né rigida, né pia. Devo confessare che a scuola ero un cattivo ragazzo, andavo al pub, fumavo e per poco non sono stato espulso perché leggevo L'amante di Lady Chatterley durante la benedizione. Dopo la scuola, gli amici non cattolici mi dicevano che quello in cui credevo non era vero, e così sono stato attratto dall'ordine il cui motto era "Veritas". Mi attirava anche la semplicità. La nostra è una vita molto semplice. Siamo solo fratelli». 

Come è stato rinunciare al fumo, al bere e ai divertimenti? 

«Non penso che abbiamo rinunciato ai divertimenti e ai piaceri della vita. Nella vita domenicana ammettiamo da 800 anni di essere fatti di carne e sangue. San Domenico ha fondato l'ordine dei predicatori in un pub, e quasi tutti i suoi primi miracoli consistevano nel produrre vino. Viviamo una buona e felice vita umana, e crediamo che la pienezza della felicità che cerchiamo si trovi in Dio». 

Quando ha scoperto il suo destino? 

«Avevo un meraviglioso prozio, monaco benedettino, che durante la Prima guerra mondiale era stato un coraggioso cappellano che andava ogni notte nella terra di nessuno a cercare i morenti. Gli spararono, perse un occhio e quasi tutte le dita di una mano, ma non si fermò. Era la persona più gioiosa e piena di vita che avessi conosciuto, e ho imparato che la religione portava una gioia profonda». 

L'ha sempre provata? 

«Diventi vivo soltanto se conosci la gioia, e il dolore del mondo. Ho visto la sofferenza della Siria e dell'Iraq, del Ruanda, dell'Angola e dell'Algeria. Amo il passo di Ezechiele in cui Dio dice "Prenderò il tuo cuore di pietra e te ne darò uno di carne"». 

Essere il maestro generale dell'ordine domenicano è stato difficile? 

«Sì, ero in viaggio otto mesi l'anno. Devi stare con i tuoi fratelli e sorelle, bere e mangiare con loro, rimanere in silenzio e ridere con loro, condividere la loro vita e imparare da loro, e sperare di poter insegnare loro qualcosa. Fu un'enorme lezione: imparai la speranza». 

Cosa significa sperare? 

«Credere che alla fine la vita trionferà sulla morte e l'amore sull'odio, e quindi non bisogna mai arrendersi». 

Lei è conosciuto per il suo talento di predicatore. Cosa significa predicare? 

«Significa ascoltare per scoprire di cosa hanno bisogno le persone in quel momento. Di recente sono stato a Ljubljana, in Slovenia, a un incontro con un migliaio di giovani creativi, artisti e politici, che volevano sapere cosa avrei detto in anticipo. Ma io ho risposto che prima dovevo guardarli negli occhi, ascoltarli. Il mio prossimo progetto, non nell'immediato, è andare in Ucraina, a Kyiv e poi a Kharkiv, al confine con la Russia. Non so cosa troverò». 

Lei ha rinunciato a molte cose materiali. Si trova bene? 

«Se hai degli amici – e l'amicizia è il segreto della vita dominicana – come puoi sentirti perso? Quando ho avuto il cancro, mi sono reso conto quanto il mio essere era stato forgiato dalle mie amicizie, da tutte le persone che amavo e avevo amato. Se volete incontrare Dio, fatevi degli amici». 

Cosa significa essere un cardinale? 

«Implica che se il Papa ha bisogno di te, vai da lui. Il conclave è stato un'esperienza affascinante. Nel film Il Conclave i dettagli sono corretti, ma l'atmosfera è completamente diversa. Sai di stare facendo una scelta di grande responsabilità, ma si ride e si scherza insieme. Per tre giorni siamo stati tagliati fuori dal social, dalle email e dalle news, ed è stata una esperienza liberatoria». 

Di cosa parlavate? 

«Ovviamente non posso raccontare i particolari, ma avevamo cercato di capire le sfide della Chiesa e chi ne sarebbe stato all'altezza. La sfida maggiore era stata individuata da papa Francesco: tutti dovevano venire accolti, "Todos, todos, todos", ripeteva sempre. Non importa cosa hai fatto, chi sei, qual è il tuo orientamento sessuale, questa è casa tua e dobbiamo ascoltarti. In passato i sacerdoti sono stati troppo autoritari, troppo lontani, ma noi apparteniamo gli uni agli altri». 

Quali sono i criteri per diventare Papa? 

«A ogni conclave, le necessità sono diverse. Giovanni Paolo II, un intellettuale di grande intelligenza, vide il bisogno di raggiungere i giovani. Papa Benedetto, un grande teologo, capì che dovevamo mostrare che la fede era interessante e intellettualmente credibile. Per Francesco, la priorità è stata aprire le porte e le finestre, far circolare l'aria. Con Leone arriva un momento nuovo: dobbiamo proseguire quello che ha fatto Francesco, che però aveva spaventato alcuni, che devono potersi sentire a casa». 

Non le è sembrato che il conclave fosse un grande spettacolo? 

«È stato straordinario, ero accanto alla fornace dove si bruciano le schede, e quando abbiamo messo il necessario per produrre la fumata bianca, abbiamo sentito il boato della piazza. Amavano il nuovo Papa ancora prima di vederlo, un momento commovente». 

Aveva pensato che il cardinale Prevost avrebbe potuto diventare Papa? 

«Avevo il sospetto che fosse possibile. Lui è molto bravo a fare la pace, a costruirla. Ha il grande dono di riunire le persone, guarire le ferite, le tensioni. È molto umano». 

Diventare Papa all'improvviso deve incutere paura, lei era pronto? 

«Oh, sapevo che ero troppo vecchio e malato. Ma se prendi sul serio Dio, non puoi prendere troppo sul serio te stesso. Dopo il conclave, Leone ha radunato i cardinali per parlare. La conversazione è una delle cose più umane, è l'anima dell'amicizia, è al centro della vita della chiesa: la conversazione con noi stessi e con chi non è d'accordo con noi».  

a cura di ALAIN ELKANN 

Fonte: La Stampa


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