Perché non possiamo non essere cristiani
9 aprile 2026
Dal messaggio di Gesù un’antropologia che va oltre i confini delle religioni.
Nell’omelia in Piazza San Pietro per la Domenica delle Palme, Leone XIV ha espresso in modo piano e alto il nocciolo della questione della Pasqua per quel che ci riguarda come Pasqua della nostra resurrezione “umana”, se vuole esserlo, alla sequela di Cristo: «Gesù non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra. Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità. Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”».
I destinatari sono chiari. I signori dell’odio e delle guerre, tutti, e delle guerre, tutte: ibride, convenzionali, economiche, che affannano i popoli e uccidono bambini donne uomini, che non sanno neppure perché devono morire. E poiché ogni conversione, ogni “guerra santa”, per la propria santità, comincia da noi, in cima all’elenco dei destinatari — il punto non può essere evaso — ci siamo noi, l’Occidente cristiano. L’ordo amoris della pace da portare in sé stessi e nel mondo, come cristiani, comincia da noi. Anche perché, e non è poca cosa, ne abbiamo i mezzi: per fare la pace tramite la pace.
Il punto oggi decisivo, in un Occidente che voglia dirsi ancora cristiano, è che la “teologia politica” del cristianesimo, in quale che sia confessione, se ne vuole e deve averne una, non può essere altro che una teologia della pace. Così come, se la religione cristiana vuole proporsi come “religione civile”, la sua civitas non può che essere “cattolica”, cioè universale. Del cristianesimo come religione civile, la “città” non può che essere, oggi, l’umanità tutta, impegnata a sopravvivere a sé stessa, alla sua ormai conclamata anch’essa universale capacità di autodistruggersi tutta, come un “intero”, dove o ci salva, convivendo, tutti o non si salva nessuno. Se religione civile vuole essere, il cristianesimo non può che esserlo che dell’umanità come tale.
Chi invoca il Dio dei cristiani, dovrebbe sapere che quel Dio niente ha a che fare con la guerra, anzi è venuto per farci smettere di farla, di tenerla nel nostro cuore, abbandonando quel messianesimo politico che oggi in modo preoccupante riemerge nell’amalgama che ci viene proposto di una “religione civile” che l’Occidente cristiano dovrebbe far propria a sua tutela e a testimonianza della “grandezza” del suo Dio, in un confuso coacervo di evangelismo senza Vangelo, protestantesimo senza teologia della Croce, cattolicesimo costantiniano, ebraismo nazionale.
Per capire la differenza — la rivoluzione antropologico-morale del cristianesimo, che faceva scrivere al laico Benedetto Croce, nel 1942, nel pieno della tragedia “umana” della Seconda guerra mondiale Perché non possiamo non dirci “cristiani” per chi volesse quell’umanità salvarla da sé stessa — tra Cristo, il Messia di tutti, e il messianesimo politico-nazionale da cui germinava, ma insieme superava, basta fare una “riduzione” antropologica della fede cristiana, sottrargli il suo stesso Dio, davanti a cui non c’è distinzione tra giudei, greci, romani, gentili. Perché se dagli “schiarimenti” di Paolo di Tarso di questa fede di Gesù nel Dio Padre di tutti, se gli sottrai il Dio in cui crede, e la stessa divinità di Cristo, ti resta almeno Cristo, ti resta almeno la sua Parola: l’antropologia cristiana, la possibilità creduta perché vista di un “uomo nuovo”, di un ordo amoris che non finisca agli egoismi di quel che ci appartiene. Anche come uomo, e nient’altro che uomo, Cristo è la prova antropologica dell’esistenza del Dio della pace, dell’unico Dio di tutti perché di tutti rispetta e nutre, tiene in vita la vita.
L’aveva benissimo colto Benedetto Croce scrivendo nella sua meditazione del 1942: « Gli è che, sebbene tutta la storia passata confluisca in noi e della storia tutta noi siamo figli, l’etica e la religione antiche furono superate e risolute nell’idea cristiana della coscienza e della ispirazione morale, e nella nuova idea del Dio nel quale siamo, viviamo e ci muoviamo, e che non può essere né Zeus né Jahvè, e neppure (nonostante le adulazioni di cui ai nostri giorni si è voluto farlo oggetto) il Wotan germanico».
Aggiornando gli idoli cui oggi ci pieghiamo, chi vuol intendere intenda. Tanto più, che andando a scuola di “materialismo” storico, “a meno che un Dio non ci salvi”, non possiamo permetterci più alcuna certezza “idealistica” che lo “spirito” sia nella storia, come che questa storia vada, l’eterna celebrazione di sé stesso. Da quando abbiamo gli occhi di Darwin, abbiamo troppe prove e contrario. Detto altrimenti, nella sua mortalità individua, dei singoli e della specie, lo spirito non è eterno. Per questo, allo stato dell’arte della tecnica, del mal uso dei doni dello spirito, della morte che può procurare a sé stesso, oggi tanto più che allora nel 1942, non possiamo non essere cristiani. E cioè credere, “mettere il cuore” — dello spirito — sulla sua incarnazione, e questo soprattutto chi, non avendo la fede dei cristiani, allo spirito non assegna un’altra chance in cieli che non sono quelli della terra.
A “frenare” sulla terra l’Anticristo della “fine dei tempi”, volgarmente della capacità dell’uomo di distruggersi in toto, oggi, non basterà nessuna tecno-teopolitica, ammesso e non concesso che sia, questa religione della tecnicità, animata da buone intenzioni. A frenare l’Avversario della pace tra gli uomini, quel che a noi serve, aggiornando il titolo della meditazione di Croce, è la consapevolezza, repetita iuvant, che “non possiamo non essere cristiani”. Non possiamo cioè non dirci cristiani nel senso di non averne, di Cristo, il logos — non pensare, e agire, non rendere ragione di noi stessi che come cristiani. Se non per ascendere al Cielo, cui magari non crediamo o cui crediamo in altra forma, almeno per essere all’altezza “morale” della capacità autodistruttiva della tecnica, e quindi, sensatamente, per mero istinto di sopravvivenza, di NON autodistruggerci.
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