Jean Louis Ska "Diritto e giustizia nell’Antico Testamento"
Nell’Antico Testamento il giusto merita di vivere bene e l’empio dovrebbe essere castigato. Ma allora perché il Dio giusto permette ai malvagi di prosperare impuniti? Qualè il fondamento della giustizia? Il ricordo della liberazione dalla schiavitù in Egitto fonda il diritto e la giustizia: proteggere le vedove, gli orfani, gli stranieri e i poveri.
Tu sei giusto, SIGNORE, quando io discuto con te; tuttavia, io proporrò le mie
ragioni: perché prospera la via degli empi? perché sono tutti a loro agio quelli che
agiscono perfidamente? Tu li hai piantati, essi hanno messo radice, crescono e,
inoltre, portano frutto; tu sei vicino alla loro bocca, ma lontano dal loro intimo
(Ger 12,1-2) (1).
Si parla di giustizia molto spesso perché si vive una dolorosa esperienza
di ingiustizia. I filosofi parlano, in questo caso, delle esperienze di “negatività”: quello che è non dovrebbe essere e quello che dovrebbe essere non è. Il
profeta Geremia è forse il primo a esprimersi chiaramente in merito usando
un linguaggio biblico: perché il Dio giusto permette ai malvagi di prosperare
impuniti? Secondo la morale tradizionale dell’Antico Testamento, il giusto
merita di vivere bene e l’empio dovrebbe essere castigato. L’esperienza,
tuttavia, contraddice il principio in tantissimi casi. Oltre a Geremia, si esprime anche Giobbe sull’argomento:
Perché mai vivono gli empi? Perché arrivano alla vecchiaia e anche crescono di forze?
La loro discendenza prospera sotto i loro sguardi intorno ad essi, i loro germogli fioriscono sotto gli occhi loro.
La loro casa è in pace, al sicuro da paure, la verga di Dio non li colpisce (Gb 21,7-9).
Inoltre, gli empi non tengono alcun conto del Dio della giustizia e, nonostante il loro disprezzo, possono vivere felici fino alla fine della loro vita:
Eppure, dicevano a Dio: “Ritirati da noi! Noi non ci curiamo di conoscere le tue vie!
Che cos’è l’Onnipotente perché lo serviamo? Che guadagneremo a pregarlo?”
Ecco, non hanno essi in mano la loro felicità?(Gb 21,14-16).
L’esperienza dolorosa dell’ingiustizia pervade l’Antico Testamento e ci
possiamo chiedere quali sono le ragioni di tale situazione. Una delle cause,
fra tante altre, è la natura della società del tempo ove, in ragione delle
condizioni economiche, solo una piccola minoranza vive al di sopra della
soglia della povertà. Secondo gli specialisti, appena il 10% della popolazione
viveva bene, mentre per i 90% restanti, la sola alternativa era di sopravvive-
re o di essere in pericolo di vita.
1. La struttura sociale nel mondo biblico
La società del tempo era molto diversa dalla nostra. Non esisteva la
nozione moderna di Stato e non esisteva alcun organismo per combattere i
mali della società: non esisteva lo Stato di diritto, non c’era alcun equivalente della sanità pubblica o della protezione civile, non esistevano ospedali, e
neanche una vera polizia per la difesa dei cittadini.
Il sistema giuridico che avrebbe dovuto occuparsi dei delitti e degli abusi
era molto diverso dal nostro e dobbiamo guardarci di proiettare sulla Bibbia
rappresentazioni odierne. In realtà, l’autorità suprema era, almeno in tempo
preesilico, la monarchia che concentrava nella persona del sovrano tutti i
poteri: era il legislatore, l’esecutore dei decreti, il giudice supremo, il capo
dell’esercito e addirittura il sommo sacerdote. Non esisteva, in quel sistema,
alcuna divisione dei poteri fra potere legislativo, potere esecutivo e potere
giuridico. La monarchia era un'istituzione sacra e la “regalità di diritto
divino” dei tempi moderni è solo una versione un po’ più moderata dell’ideologia antica. In Egitto, ad esempio, il faraone era considerato di origine
divina. Era, quindi, impossibile criticare il sovrano o rimettere in questione
le sue decisioni: qualsiasi offesa alla persona del re era considerata un sacrilegio. Anche in Israele, il re era considerato come persona “sacra” (cf. 1Sam
24,7; 26,9; 31,4; 2Sam 1,14) (2).
Non esiste alcun vero contropotere se non all’interno dello stesso sistema,
vale a dire un rivale del monarca o una voce autorevole fra i suoi più vicini
familiari o consiglieri. Si potrebbe pensare che in Israele fosse diverso perché
abbiamo numerose critiche dei profeti. È vero, e ciò pone una domanda. Però,
è importante ricordare che i profeti, nella maggioranza dei casi, facevano
parte della corte regale, vale a dire del consiglio del re. Ciò significa anche
che facevano parte della classe dirigente e le loro critiche sono, in qualche
modo, interne al sistema.
2. Il re ideale e il fondamento della critica sociale dei profeti
Quali sono allora i motivi che spingono i profeti a criticare i potenti che
sfruttano il resto della popolazione? Qual è, per loro, il fondamento della
giustizia? Qual è la fonte della loro esigenza di equità?
In primo luogo, esiste in Israele così come nel Vicino Oriente antico,
l’immagine del sovrano ideale. In una società gerarchica ove il sovrano
occupa un posto centrale e accumula tutti i poteri, la salvezza può venire
solo dall’alto. In situazioni difficili, si può ricorrere solo al sovrano, l’unico
capace di portare soccorso e di ristabilire la giustizia. Il grido “osanna”
significa, etimologicamente, “salva, ti prego!” ed era rivolto al re quando se
ne presentava l’occasione, come, ad esempio nel racconto di 2Re 6,26. In
questo testo, due madri presentano al re un caso raccapricciante: a causa
della carestia provocata dal lungo assedio della città di Samaria, sono obbligate a mangiare i propri figli. In ogni modo, è chiaro che spetta al re risolvere
i problemi più seri e, quindi, anche i problemi di grave ingiustizia.
Diversi testi biblici descrivono il re ideale come responsabile della giustizia, in particolare della protezione dei ceti più deboli della società. Nel linguaggio tradizionale dell’epoca, il re è protettore delle vedove, degli orfani, dei miseri e degli stranieri. Il testo messianico di Isaia 11,1-10 ne fornisce
una chiara illustrazione:
[Il ramo di Iessé, il futuro re/messia] giudicherà i poveri con giustizia, pronuncerà sentenze eque per gli umili del paese. Colpirà il paese con la verga della sua
bocca, e con il soffio delle sue labbra farà morire l’empio. La giustizia sarà la
cintura delle sue reni, e la fedeltà la cintura dei suoi fianchi (Is 11,4-5).
Ritroviamo le stesse espressioni nel Salmo 72 ove il futuro sovrano inaugurerà un regno di giustizia in favore dei più deboli:
O Dio, dà i tuoi giudizi al re e la tua giustizia al figlio del re;
ed egli giudicherà il tuo popolo con giustizia e i tuoi poveri con equità!
Portino i monti pace al popolo, e le colline giustizia!
[...]
Egli avrà compassione dell’infelice e del bisognoso e salverà l’anima dei poveri.
Riscatterà le loro anime dall’oppressione e dalla violenza e il loro sangue sarà
prezioso ai suoi occhi (Sal 72,1-3.13-14; cf. Sal 45,7)
Quindi, uno dei principali compiti del sovrano è di far rispettare la giustizia e di preoccuparsi della sorte dei più deboli, delle persone senza difesa
e senza protezione. Tutto dipende dal sovrano e, in qualche modo, dal suo
volere e buon piacere.
Un grande proprietario, un ricco latifondista, si comporta nello stesso
modo, ad esempio Giobbe:
L’orecchio che mi udiva mi diceva beato; l’occhio che mi vedeva mi rendeva
testimonianza, perché salvavo il misero che gridava aiuto e l’orfano che non aveva
chi lo soccorresse. Scendeva su di me la benedizione di chi stava per perire, facevo
esultare il cuore della vedova. La giustizia era il mio vestito e io il suo; la rettitudine era come il mio mantello e il mio turbante (Gb 29,11-14).
Ritroviamo le stesse categorie: il misero, l’orfano, la vedova, vale a dire le
persone senza protezione giuridica e sociale. Il giusto Giobbe coltiva le stesse
virtù del re ideale del Salmo 72, la giustizia e la rettitudine, due parole che
fanno parte dell’ideologia regale del Vicino Oriente antico. Giobbe era molto
ricco, aveva grandi possedimenti, e apparteneva, dunque, alla minoranza
dei benestanti.
3. Le critiche dei profeti ai dirigenti e la questione del diritto
Quando si vive una situazione di profonda ingiustizia, il più grande
rimprovero fatto ai dirigenti è proprio di trascurare, anzi di abbandonare
alla loro sorte i più deboli, in particolare le vedove e gli orfani. Ne testimonia
un oracolo di Isaia, fra altri esempi:
I prìncipi [di Gerusalemme] sono ribelli e compagni di ladri; tutti amano i
regali e corrono dietro alle ricompense; non fanno giustizia all’orfano, e la causa
della vedova non giunge fino a loro (Is 1,23).
Il profeta Geremia condanna alcuni degli ultimi re di Giuda perché non
corrispondono all’ideale del “re giusto”, baluardo dei deboli. Ecco quello che
è richiesto dal re secondo Geremia, secondo una mentalità molto diffusa nel
Vicino Oriente antico:
"Ascolta la parola del Signore, o re di Giuda, che siedi sul trono di Davide: tu,
i tuoi servitori e il tuo popolo, che entrate per queste porte! Così parla il SIGNORE:
Esercitate il diritto e la giustizia; liberate dalla mano dell’oppressore colui al quale
è tolto il suo; non fate torto né violenza allo straniero, all’orfano e alla vedova; non
spargete sangue innocente, in questo luogo (3) (Ger 22,2-3).
Al re Gioachimo, figlio di Giosia, il profeta rimprovera proprio di non
avere rispettato le esigenze del suo ruolo (Ger 22,13-19). La vera fonte, e forse
anche l’unico garante della giustizia, è il sovrano. Quando non è all’altezza
del suo compito, la situazione diventa subito intollerabile.
In questo contesto, non è mai questione di “diritto” o di legittimità. Solo
il sovrano può limitare il proprio potere, secondo la sua coscienza. E vi sono
innumerevoli esempi di sovrani che tengono ben poco conto della “coscienza” in antichità, così come durante tutta la storia fino ai giorni di oggi (4). Anzi,
i profeti accusano i dirigenti di stilare ed emanare leggi ingiuste, ad esempio
Isaia: “Guai a quelli che fanno decreti iniqui e a quelli che mettono per
iscritto sentenze ingiuste, per negare giustizia ai deboli, per spogliare del loro
diritto i poveri del mio popolo, per far delle vedove la loro preda e degli
orfani il loro bottino!” (Is 10,1-2). Sono sempre le categorie più fragili della
società che soffrono quando le leggi e i decreti non corrispondono al “diritto” (5). Anche Geremia critica i dirigenti per lo stesso motivo: “Voi come potete
dire: «Noi siamo saggi e la legge del Signore è con noi!». Sì, certo, ma la penna
bugiarda degli scribi ha mentito” (Ger 8,8). Ciò vuol dire che non si può
ricorrere ai decreti o alla legislazione per difendersi. Le leggi sono opera dei
dirigenti che servono a difendere in priorità i loro interessi. Aggiungiamo che
non vi sono differenze fra decreti regali e leggi perché tutte le decisioni
emanano dallo stesso monarca assoluto.
Ciò permette di capire, da una parte, l’assenza frequente di giustizia
perché il potere è assoluto e arbitrario e, dall’altra, il ricorso necessario
all’unica possibilità di ottenere giustizia, vale a dire il sovrano.
4. La solidarietà all’interno di un popolo di “fratelli” nel Deuteronomio
Che cosa accade, però, quando viene a mancare la monarchia o quando
è troppo indebolita per esercitare tutti i suoi poteri? La situazione si verifica
nel regno di Giuda, nel periodo delle invasioni assire, quando nasce il libro
del Deuteronomio. Vi sono molte domande sull’origine di questo libro, però
la maggioranza degli studiosi colloca la redazione della parte più antica del
libro verso la fine del regno di Giuda, attorno al regno di Giosia (640-609
a.C.). In ogni modo, osserviamo un fenomeno interessante nelle leggi del Deuteronomio. I doveri che erano quelli del re, la protezione delle personae
miserae, i ceti più deboli e indifesi della popolazione, diventano doveri comuni dei grandi proprietari:
Se, mietendo il tuo campo, vi avrai dimenticato qualche covone, non tornerai
indietro a prenderlo; sarà per lo straniero, per l’orfano e per la vedova, affinché il
Signore, il tuo Dio, ti benedica in tutta l’opera delle tue mani. Quando scuoterai i
tuoi ulivi, non tornerai per ripassare i rami. Le olive rimaste saranno per lo
straniero, per l’orfano e per la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non
ripasserai a coglierne i grappoli rimasti; saranno per lo straniero, per l’orfano e per
la vedova. Ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto; perciò, ti ordino
di fare così (Dt 24,19-22; cf. Lv 23,22).
La legge si rivolge chiaramente ai proprietari di campi, uliveti e vigneti ed
esige che si preoccupino dello straniero, dell’orfano e della vedova, compito
che spettava ai sovrani, come abbiamo visto. Inoltre, ed è un punto essenziale, il motivo profondo non è più l’esercizio ideale del potere regale, è l’esperienza dell’esodo (Dt 5,15; 10,19; 15,15; 24,18.22; cf. Es 22,20; 23,9; Lv19,34).
Il tema appare diverse volte nel libro del Deuteronomio, ad esempio nel testo
seguente:
Non calpesterai il diritto dello straniero o dell'orfano e non prenderai in pegno la
veste della vedova, ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha
liberato il Signore, il tuo Dio; perciò, ti ordino di fare così (Dt 24,17-18; cf. 27,19).
In un’altra legge, il contesto suggerisce chiaramente che il destinatario sia
un grande proprietario, un latifondista. La cura delle personae miserae, che
spetta al sovrano, spetta adesso anche ai membri dell’aristocrazia terriera
che danno beni in prestito e impiegano operai o braccianti:
Se quell’uomo [il tuo debitore] è povero, non ti coricherai avendo ancora il suo
pegno. Non mancherai di restituirgli il pegno, al tramonto del sole, affinché egli
possa dormire nel suo mantello e benedirti; questo ti sarà contato come un atto di
giustizia agli occhi del Signore tuo Dio. Non defrauderai l’operaio povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno degli stranieri che stanno nel tuo paese,
nelle tue città. Gli darai il suo salario ogni giorno, prima che tramonti il sole,
poiché egli è povero e l’aspetta con impazienza; così egli non griderà contro di te
al SIGNORE e tu non commetterai un peccato (Dt 24,12-15).
Come detto, quando l’autorità sacrale del re viene meno, si deve cercare
un altro fondamento alle esigenze della giustizia. Certo, si può sempre contare sui legami all’interno della famiglia estesa. Però, il problema è più vasto
perché riguarda tutta la nazione. In questo caso, uno degli elementi fondamentali appena menzionati è l’esperienza dell’esodo. In poche parole, secondo le antiche tradizioni d’Israele, tutto il popolo visse la stessa condizione
poco invidiabile: tutti erano schiavi e stranieri in Egitto. Aggiungiamo che
tutti, nello stesso modo e nello stesso momento, furono liberati dalla servitù
grazie all’intervento divino tramite la missione di Mosè (cf. Es 20,2; Dt 5,6; cf. Os 12,10; 13,4). Il ricordo di una condizione comune e di un’esperienza
comune a tutto il popolo creò un forte legame di solidarietà fra i suoi membri. Se
tutti gli Israeliti sono ormai liberi e in possesso della stessa terra, non possono
dimenticare l’origine di tali doni e devono vivere in conseguenza (cf. Dt 26,1-11).
In questo contesto sorge l’esigenza di altre strutture sociali e giuridiche comuni,
ciò che saranno l’alleanza del popolo intero con il suo Dio e una serie di leggi
approvate da tutti per permettere di vivere insieme liberi e felici (6).
5. Il senso della responsabilità e l’attenzione alle vittime dei delitti
L’attenzione ai più deboli che formavano, non dimentichiamolo, la stragrande parte della popolazione, si verifica anche in alcuni testi legislativi.
Secondo alcuni specialisti del diritto antico, vi è una differenza essenziale fra
il diritto romano e il diritto biblico o semitico (7). Nel diritto romano, in caso di
delitto, si cerca soprattutto di non condannare un innocente. Il primo problema è quindi di individuare con precisione il colpevole per poterlo sanzionare.
Nel diritto semitico, invece, la prima domanda è diversa: come risarcire la
vittima del delitto o del conflitto? Il problema della vittima precede pertanto
la ricerca del colpevole. Certo, il diritto romano non dimentica il risarcimento
della vittima e il diritto biblico si preoccupa anche di ricercare il colpevole e
di impedirgli di recidivare. Però si tratta di una questione di priorità. Nell’ultimo giudizio del vangelo di Matteo, ad esempio, il Figlio dell’uomo che
giudica tutte le nazioni della terra non si preoccupa dei colpevoli, bensì di chi
si è preoccupato delle categorie più sprovviste del mondo: chi aveva fame,
sete, che non aveva il necessario per vestirsi, gli ammalati, i prigionieri ecc.
(Mt 25,31-46). Un esempio molto chiaro si trova in Es 22,4-6:
Se uno danneggia un campo o una vigna, lasciando andare le sue bestie a
pascere nel campo altrui, risarcirà il danno con il meglio del suo campo e con il
meglio della sua vigna. Se divampa un fuoco e si propaga alle spine distruggendo
il grano in covoni o il grano in piedi o il campo, chi avrà acceso il fuoco dovrà
risarcire il danno.
La legge non prevede alcuna procedura, alcuna indagine sulle cause del
disastro, non si chiede se il danno fosse intenzionale o meno, non si prevede
alcuna procedura giudiziaria, non intervengono né giudice né testimoni. L’unica cosa prevista dalla legge è il risarcimento. In una società ove le condizioni
di vita erano molto precarie, la perdita di un raccolto o di una vendemmia
poteva essere molto seria e condannare alla miseria. Si poteva, anzi, essere in
pericolo di vita. Si capisce perché la legge prevede di risarcire immediatamente il proprietario del campo o della vigna: è la cosa più urgente da fare.
6. La giustizia divina
Lo stesso grido di aiuto, “salva, ti prego!” (cf. 2Re 6,26; cf. sopra), è
rivolto a Dio in circostanze critiche (Sal 12,2; 20,10; 28,9; 60,7; 108,7; 118,25) per il semplice motivo che il Dio della Bibbia è spesso rappresentato come un sovrano, il sovrano supremo del suo popolo e, in seguito, di
tutto l’universo e di tutti i popoli (Gdc 8,22-23; 1Sam 8,7; 12,12; cf. Sal
47,8.10; 93,1; 96,10; 97,1; 99,1; Is 52,7). Spetta a Dio, pertanto, intervenire
in favore dei deboli che non hanno alcun altro ricorso, nella speranza che
Dio, come ai giorni dell’esodo, mandi qualcuno come Mosè per intervenire e ristabilire la giustizia.
7. Conclusione
Il problema della giustizia è legato, in gran parte, con le condizioni di
vita della stragrande parte del popolo che vive sotto il livello di povertà.
È anche legato alle strutture di potere, concretamente di una monarchia
che concentra nella persona del re tutti i poteri e non conosce quasi alcun
limite. La protezione e il soccorso provengono soprattutto dalla famiglia
allargata oppure, in casi particolari, da un sovrano ben intenzionato e
fedele alla figura del re ideale. Quando il potere del re viene meno, il
popolo d’Israele cerca di creare un forte legame di solidarietà perché ne
dipende la sua sopravvivenza. Infine, quando vengono a mancare i mezzi
umani, i fedeli si rivolgono al loro Dio, nella speranza che qualcuno si
accorga della situazione e risponda alla chiamata divina, come fecero
Mosè e i grandi profeti.
Note
1) Le traduzioni del testo biblico sono riprese dalla Sacra Bibbia Nuova Riveduto (1998) con, ogni
tanto, qualche leggera modifica per motivi di chiarezza.
2) L’opera classica a riguardo è quella di Aubray R. Johnson, SacralKingship in Ancient Israel
(Cardiff: University of Wales Press, 1955, 2 1967).
Si veda anche Jerry Hwang, The King Whom
Yahweh Your God Chooses: Deuteronomic Kingship in a World of Sacral Kingship, "Horizons in Biblical
Theology" 45 (2023) 169-191.
3) Si vedano anche, fra altri testi, Sal 101,1-8; Ger 21,12; 22,3; 22,13.15-17.
4) Cf. la riflessione del presidente degli Stati Uniti a proposito del suo progetto di “acquistare”
la Groenlandia, in un'intervista data ai giornalisti del "New York Times", l’8 gennaio 2026: “Non ho
bisogno del diritto internazionale. I miei poteri sono limitati solo dalla mia morale personale, dalla
mia mente.“
5) Sul diritto universale che non deve essere promulgato e non può essere abrogato, si veda
Gustavo Zagrebelsky, Il diritto mite. Legge, diritti, giustizia, Einaudi, Torino 1993); cf. Jean Louis Ska,
Il diritto e la legge: una distinzione fondamentale nella Bibbia, "Civiltà Cattolica" 157 (2006) 468-479.
Sul
problema del diritto antico, si vede anche Jean Louis Ska, Legge biblica e legislazione del Vicino Oriente
antico, "Humanitas" 79.4 (2024) 722-750.
6) Si veda, ad es., Vincenzo Balzani (ed. al.), L’alleanza ("Parola, Spirito e Vita" 84; EDB, Bologna 2021).
7) Cf. Pierre Mahon, “Responsabilité”, Dictionnaire de la Bible. Supplément (Paris: Letouzay&Ané,
1981) Tome X, fasc. 55, col. 357-365.
Esodo n° 1 gennaio-marzo 2026
Sulla giustizia
contributi di
Barca, Beraldo, Bolpin, Borraccetti, Casalone, Cavallini, Cortella, Di Nicola Travaglini, Ghetti, Macchi, Maggi, Palermo Fabris, Pepino, Reginato, Ska, Vinceti, Viola.
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