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Vito Mancuso e la nuova moschea: “I veri cristiani siano felici, siamo tutti in cerca di Dio”



«Soprattutto i veri cristiani dovrebbero essere contenti, perché Dio non lo possiede nessuno e siamo tutti impegnati a cercarlo».

Per Vito Mancuso, teologo, scrittore e firma de La Stampal’apertura di una moschea nei locali dell’ex fonderia Nebiolo a Torino va accolta come un’ottima notizia. Una parte della società civile, però, nelle scorse settimane ha reagito tirando fuori rabbia e reticenza. Forse per diffidenza, forse per paura. È per rispondere soprattutto a loro che i redattori della rivista cattolica torinese Tempi di fraternità hanno scritto una lettera aperta di appoggio al progetto: «Non c’è nulla da temere da fedi e culture diverse dalle nostre - dicono - e la moschea sarà simbolo di speranza e unità». A firmare l’appello, quindici tra teologi, giornalisti, accademici e associazioni del mondo cristiano cattolico e protestante. Tra i firmatari, anche Mancuso.

Perché la costruzione di una moschea genera diffidenza?

«Non è sempre stato così, ma a partire dal dopoguerra l’Islam è diventato un mondo problematico e ha esportato la propria problematicità. Penso alla questione israelo-palestinese, che ha generato in molti musulmani l’idea di essere stati usati dall’Europa per risolvere un certo complesso di colpa legato alla Shoah. Oppure al fatto che una parte del mondo islamico percepisca le società occidentali come una minaccia per le proprie strutture familiari e sociali. Da un lato, quindi, la preoccupazione di pezzi di società civili europee è legittima, perché il rapporto della modernità occidentale con l’Islam è in generale più travagliato che con le altre religioni. Dall’altra, l’Occidente è oggi abitato da tantissimi cittadini di fede musulmana. Tutto sta nel capire cosa fare di fronte a questa situazione».

Lei che risposta si dà?

«La stessa che mi ha spinto a firmare quella lettera. Penso che la costruzione di una moschea in una città che ha molti abitanti di religione musulmana favorisca l’attenuazione del conflitto tra Islam e modernità occidentale. Non è una resa, ma è anzi un modo per riconoscere le persone di fede musulmana che vivono qui e che spesso sono cittadini italiani, dando loro la possibilità di avere un luogo bello e dignitoso in cui ritrovarsi e pregare».

Il conflitto tra Islam e Occidente è strutturale o riguarda solo l’attualità?

«Tra la forma suprema dell’Occidente, che è la democrazia, e l’Islam non c’è grande consonanza. La forma mentis teocratica che governa il Corano (ma anche la Bibbia) non favorisce quel pluralismo e quella tolleranza alla base delle nostre società. Ecco perché in Europa abbiamo assistito anche a un grande conflitto tra il cristianesimo e le democrazie. Ma il cristianesimo ha fatto i conti con la modernità, anche se non avrebbe voluto. Nell’Islam questo non è ancora avvenuto, anche se la presenza di tanti musulmani in occidente potrà forse contribuire a far aprire quel mondo».

Cattolici e musulmani si incontrano spesso nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi di culto: cosa li accomuna?

«Prima di tutto la natura umana: ci sentiamo tutti cercatori e siamo tutti in cammino. E poi entrambi i mondi insistono sull’importanza della fede in Dio, fondamentale soprattutto in un contesto come il nostro in cui la dimensione religiosa è sempre meno rilevante. Per questo, soprattutto i veri cristiani dovrebbero essere contenti dell’arrivo di un luogo di culto in più».

No agli integralisti, quindi.

«Certo. Nella misura in cui il credente è assolutamente sicuro che l’unica via salvifica è la sua vedrà ogni altro libro sacro come una minaccia. Se invece partiamo dall’idea che Dio non lo possiede nessuno e tutti lo cercano, capiamo che tutte le religioni hanno qualcosa da imparare l’una dall’altra. Questo è il punto di vista più saggio e antico, perché ci accomuna nell’umile consapevolezza di avere a che fare con misteri troppo grandi, come la morte, la sofferenza o l’anima. Chi assume questa postura è contento del pluralismo».

E se chi ha paura della moschea non diffidasse tanto dell’Islam quanto di chi la frequenterà? Magari è una sfiducia più culturale che religiosa.

«È vero, e dobbiamo riconoscere questi sentimenti, che sono gli stessi che a Torino c’erano nei confronti dei meridionali. Ma poi bisogna capire che sono sentimenti antistorici e immaturi. Ecco perché una moschea può diventare un luogo di convivenza in cui ci si educa a vicenda. E poi questa è la città di “Torino spiritualità”, che è uno degli eventi più importanti a livello nazionale dedicati alla dimensione spirituale. Per questo, la presenza di tanti luoghi di culto a Torino è quasi uno sbocco naturale». 

intervista a cura di Francesco Munafò


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