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Enzo Bianchi Davanti al testamento biologico

Jesus Marzo 2017
Rubrica La bisaccia del mendicante
dal sito del Monastero di Bose

Sappiamo tutti di dover morire perché non siamo immortali.
Questa consapevolezza ci accompagna per tutta la vita, ma con un’intensità e una chiarezza che muta con il mutare dell’età e delle vicende personali: molte volte rimuoviamo la morte, ne cancelliamo la presenza dall’orizzonte del nostro vivere, ma soprattutto quando entriamo nella vecchiaia, contiamo i giorni, ci interroghiamo su quanti ne resteranno da vivere, e impariamo a vivere tenendo desta la memoria della morte. Inoltre, quando si è vecchi, la morte di volti noti diventa frequente e siccome le forze vengono meno e i problemi di salute si fanno più sofferti, noi “sentiamo” che la morte ci viene incontro. L’ars vivendi che abbiamo cercato di praticare con fatica e attenzione ci chiede di inglobare a poco a poco anche l’ars moriendi.

Se si pensa alla propria morte, la si desidera senza sofferenza, magari anche improvvisa, eppure la si teme, crescono le paure di una morte penosa, segnata da sofferenze fisiche e psicologiche, una morte nella quale può essere compromessa la nostra dignità e menomata gravemente la qualità della vita. Accanto a questa paura appare quella dell’aldilà, del cosa ci attende: paure che per alcuni sono vinte dalla fede in un Dio misericordioso e compassionevole, un Dio che vuole la vita piena, per altri restano invece enigmi disperanti. Non è facile morire, né per i credenti in Dio, né per quelli che non percorrono cammini religiosi. La separazione da chi amiamo, l’abbandono di questa terra nostra madre che tanto amiamo, la constatazione di aver sì operato, ma di dover ora lasciare tutto sono causa di sofferenza o per lo meno di tristezza.

Timore e tremore nel parlare di questo esodo da compiere accomunano gli umani, al di là di ogni distinzione di fede: ogni parola può suonare vuota e fastidiosa per chi si trova in procinto di vivere la propria morte. Certo, per un cristiano la morte dovrebbe essere un atto – cioè un puntuale “Amen” da dire a Dio ringraziandolo per la vita che mi ha dato – eppure credo che questo non lo esenti dal provare umano timore quando pensa a come potrebbe essere l’ultimo tratto del cammino soprattutto nella fase terminale di una malattia mortale.

Per questo mi sembra giusto che anche il legislatore consenta a ciascuno di poter dare disposizioni circa quel momento cruciale della propria esistenza, nell’eventualità che possa sopraggiungere quando uno non è più in grado di esprimersi: poter affidare un testamento a una persona di fiducia che renda nota la volontà del morente. Ogni cristiano, consapevole che la vita è dono del Signore, non contempla l’ipotesi di mettere fine alla propria vita né che altri lo decidano al posto suo, ma conserva la libertà di rifiutare ogni accanimento terapeutico e il ricorso a mezzi straordinari gravosi, come interventi chirurgici, che provocano maggiori sofferenze e non ottengono risultati ma solo conservano la dimensione biologica della vita. Alleviare le sofferenze del morente, anche a rischio di accorciare le ore di vita restanti, è non solo comprensibile sia umanamente che cristianamente ma anche necessario. La preoccupazione sovrana dovrebbe essere assicurare la miglior qualità di vita possibile anche nel morire.

Purtroppo l’accesso alle cure palliative in Italia è lacunoso e non in tutte le strutture c’è la cultura dell’alleviamento del dolore. Ora il dolore in sé è insensato, sovente abbrutisce e offende la dignità della persona. In ogni caso la legge non può normare tutte le situazioni e occorrerà valutare caso per caso, con attenzione alla situazione complessiva del paziente, obbedndo sempre alla coscienza.

Il patriarca ecumenico Athenagoras, che ho conosciuto e amato, quando è giunta la sua fine ha chiesto di essere lasciato solo con il pane e il calice eucaristici accanto, rifiutando ogni cura che avesse solo prolungato la sua agonia. È stata la morte di un uomo nella sua dignità, di un cristiano fedele alla sua vocazione, di un monaco che vive e muore nell’attesa solo del Signore. Con queste riflessioni non intendo giudicare nessuno, tanto meno chi nella sofferenza o nella solitudine invoca di essere aiutato a morire: solo il Signore vede cosa c’è nel cuore di una persona che, consapevole o meno, va verso di lui mendicando la vita e la beatitudine.

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