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'Non abbiate paura'

Una giovane donna con un cappotto verde e una sciarpa grigia cammina a braccetto con un'anziana signora tra la folla in una via cittadina illuminata di sera. Sotto l'immagine compare il titolo 'Non abbiate paura di Gilberto Borghi'.
La cultura attuale produce paura. Come ci si sta dentro da Cristiani? 

27 Ottobre 2026 

La paura è una delle esperienze più profondamente umane. Nasce quando ci troviamo davanti a una minaccia che percepiamo più grande delle nostre possibilità di affrontarla, qualcosa che rischia di portarci via un bene, una relazione, la sicurezza, il futuro o addirittura la vita. È una reazione difensiva, iscritta nella nostra stessa natura: ci mette in allerta, ci invita a proteggerci, ci spinge a cercare riparo. Senza paura saremmo meno capaci di sopravvivere. 

Ma oggi, non è difficile accorgersi che viviamo in una cultura che non soltanto conosce la paura, ma la produce, la alimenta e spesso la vende. La comunicazione commerciale sa bene che un consumatore impaurito è più facilmente disposto a comprare protezione, sicurezza, salute, assicurazioni, soluzioni. La comunicazione politica conosce altrettanto bene il potere di chi riesce a individuare un nemico e a presentarsi come l’unico capace di difenderci. Anche l’informazione, non di rado, scopre che la minaccia attira più attenzione della speranza e che l’allarme produce più consenso della complessità. La paura, insomma, è diventata una risorsa economica, politica e sociale. 

Il problema è che anche la fede può cadere in questa trappola. In passato si parlava di Dio facendo leva sulla paura: dell’inferno, del castigo, della fine del mondo, della perdita della salvezza. Oggi, accade che si possa cercare di ottenere adesioni alla fede mostrando soprattutto quanto sia minaccioso il mondo, quanto sia pericoloso vivere senza Dio, quanto siano terribili le conseguenze di perdere la nostra identità cristiana. Ma questo significa trasformare la fede in un dispositivo di sicurezza e Dio in una garanzia contro le nostre insicurezze. È un modo di usare Dio, non di servirlo. Perché chi cerca Dio principalmente per essere protetto, in fondo, non ha ancora imparato a fidarsi di lui. 

Il cristianesimo, invece, non promette che non avremo più paura. Non ci assicura una vita senza rischi, senza malattie, senza fallimenti, senza morte. Gesù stesso ha attraversato la paura. Nel Getsemani non ha nascosto l’angoscia davanti a ciò che lo attendeva. E sulla croce ha attraversato persino l’esperienza dell’abbandono. 

Ma qui sta il cuore della fede cristiana: Dio ha vinto qualsiasi rischio. Non nel senso che abbia eliminato ogni pericolo dalla nostra esistenza, ma nel senso infinitamente più radicale che nessun pericolo può più avere il potere di separarci definitivamente dal suo amore. La risurrezione di Cristo non è una promessa di immunità dalla sofferenza, ma la rivelazione che persino la morte non è più l’ultima possibilità dell’esistenza. Se Dio ha attraversato la morte e l’ha vinta, non esiste più una minaccia capace di sottrarci definitivamente alla vita che lui ci dona. 

Per questo il cristiano può attraversare qualsiasi paura. Non perché sia più coraggioso degli altri, non perché sottovaluti i pericoli o sia irresponsabile davanti ai rischi, ma perché sa che la propria vita non dipende dalla capacità propria di conservarla. Può perdere, senza perdere Dio e sé stesso. Può esporsi senza pretendere di controllare ogni conseguenza. Può persino accettare di essere vulnerabile perché sa di essere custodito da un amore più grande della sua stessa fragilità. 

È una libertà che oggi può sembrare riservata a pochi, quasi un lusso per chi dispone già di sicurezza, risorse e protezioni. 
Eppure è proprio questa libertà che ci permette di restare umani. Chi vive dominato dalla paura finisce facilmente per vedere negli altri una minaccia, negli stranieri un pericolo, nei poveri un peso, in chi è diverso un nemico. Per difendersi restringe progressivamente il proprio mondo: rinuncia alla fiducia, alla solidarietà, all’accoglienza, alla possibilità di amare. La paura, che era nata per difendere la vita, finisce così per impoverirla. 

Attraversare la paura, invece, significa continuare a incontrare gli altri senza pretendere garanzie, prendersi cura di chi è fragile senza chiedersi prima se sia conveniente, mantenere la verità anche quando non produce consenso, accogliere senza sapere in anticipo che cosa ne ricaveremo. Significa non lasciare che la necessità di proteggerci diventi più importante della possibilità di amare. Forse è proprio questa la testimonianza di cui il mondo ha più bisogno dai cristiani: non persone che promettono di mettere al riparo dalla paura, ma persone che sanno starci dentro senza diventarne prigioniere. 

Gesù non ha detto: non vi accadrà nulla. Ha detto: «Non abbiate paura, io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). La differenza è enorme. La prima sarebbe stata una promessa di sicurezza. La seconda è una promessa di libertà. E forse evangelizzare oggi significa proprio questo: non insegnare agli uomini a concentrarsi sulla paura di stare nel mondo e a difendersene, ma mostrare loro che c’è qualcosa di più grande della paura, per cui vale ancora la pena vivere e morire.
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