Alessandro D'Avenia 'Che cosa vuoi dalla vita?'
26 ottobre 2026
I ragazzi cercano a chi appartenere: per vivere non basta essere procreati, bisogna essere ricreati, ricevere la propria vita come un destino buono
«Non sappiamo perché siamo qui, sono venuti tutti e quindi sono venuto anche io». Così ha detto un ragazzino coinvolto nelle devastazioni milanesi. Queste parole mi hanno ricordato le righe del diario di una delle più grandi pianiste del ’900, Marija Judina, che decise di diventare anche maestra elementare grazie a un campo estivo da volontaria: «C’era un ragazzino di otto-nove anni senza famiglia, viveva da parenti che non amava e da cui non era amato; era indisponente e si azzuffava con tutti. Lo esortavamo con la parola e l’esempio. Ma una volta passò tutti i limiti — picchiò un compagno, insultò noi, commise un furto — e fu decretata la sua espulsione. Quando fu eseguita la condanna, io scoppiai a piangere. Così avvenne la sua seconda nascita! Scoppiò a piangere anche lui; chiese perdono, restituì la refurtiva e cominciò a seguirmi ovunque. Diceva che non aveva mai visto una maestra piangere per un alunno e, con le sue parole, “sull’anima e sulla vita” di un monello».
I ragazzi cercano a chi appartenere: per vivere non basta essere procreati, bisogna essere ricreati, ricevere la propria vita come un destino buono. Chi non prova questa ricreazione nei legami primari è preda di squilibri, rabbia e violenza. E della massa.
Ho assistito alla seconda nascita di tanti adolescenti non grazie a prediche e punizioni ma al sentirsi voluti. Per questo Raymond Carver, morto di tumore a 50 anni, volle sulla lapide i versi che lui stesso aveva scritto: «E hai ottenuto quello che/ volevi dalla vita, nonostante tutto?/ Sì. E cos’è che volevi?/ Potermi dire amato, sentirmi/ amato sulla terra».
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