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La carne del prete: vita reale, vita apparente, narrazioni

Vista dall'alto di una scrivania in legno con una camicia bianca da sacerdote, uno smartphone, una tazza di caffè e un'agenda con impegni parrocchiali. In basso, la fascia marrone riporta il titolo dell'articolo di Sergio Di Benedetto "La carne del prete" e il logo del blog AlzogliOcchiversoilCielo.

19 Agosto 2026 

Un fatto drammatico ci spinge, ancora una volta, a considerare la ‘carne del prete’, senza ipocrisie, retoriche, discorsetti edificanti. E a chiamare in causa anche i vescovi.

Ci sono eventi che, regolarmente, bucano ‘il cielo di carta’ delle narrazioni sulla vita del prete, che molti — soprattutto dentro la chiesa, ma non solo — vorrebbero corrispondesse a una bella pellicola pubblicitaria fatta tutta di preghiera, attenzione agli altri, sorrisi, amicizie disinteressate; insomma, fumetti edificanti, talvolta retaggio di una ricostruzione idilliaca del passato. Tali eventi ‘apocalittici’ possono essere estremamente tragici (come il recente suicidio di un prete, fatto che però avviene regolarmente, purtroppo, da qualche estate) oppure tragicomici (vedi il sacerdote influencer di turno che ‘scopre la vita’). Di fatto, però, si tratta sempre di una realtà che emerge, pur non volendo, e soprattutto i piani alti paiono ancora disposti a fornire raccontini su vite irreprensibili da dare in pasto ai beghini e alle beghine di turno. 

Il disagio che cresce 

Ma, appunto, la realtà dice di un disagio ormai grande, diffuso, che poi rischia di diventare burnout, malattie della psiche, dipendenze, doppie e triple vite, rifugi anacronistici nelle liturgie e nei ruoli: strumenti di difesa o fughe, sublimazioni o vere forme patologiche. E chi non giunge a questi fenomeni più estremi, sovente vive comunque una fatica e un disorientamento non piccoli. Se ne parla da tanti anni, ma sembra davvero che alla vita del prete — così come è, nella sua verità, nella sua complessità —non si riesca a guardare in modo strutturale, organico, e ciò accade tanto ai responsabili, quanto ai fedeli delle parrocchie. Evitando da una parte la commiserazione, del tipo: poveri preti, sono tanto soli, lavorano tantissimo: anche qui storielle consolatorie che non fanno giustizia né sono reali, poiché sappiamo che oggi la quota di single (e di solitudini), ad esempio, è alta ovunque; sappiamo anche che la stesse famiglie vivono disagi notevoli; e chi non trova nelle relazioni delle consolazioni, ma anche dei macigni? Dunque il vittimismo non aiuta. Né, all’opposto, aiuta il discorso per cui il prete è il super uomo senza bisogni, desideri, fragilità, sbandate: li vorremmo tutti santi e puri, perché per secoli questa è stata la narrazione, anche per giustificare dinamiche di governo delle comunità. 

Fare i conti con la realtà 

Invece, come sempre, la via maestra è quella del fare i conti con la realtà, nei fenomeni noti: scarsità di clero, aumento delle comunità da amministrare, compiti diversi, identità da ricostruire, aspettative della gente e, anche, umanità da custodire. 
Siamo nel mezzo del guado e non si vede all’orizzonte una ‘operazione verità’ sulla vita del prete, tanto più necessaria quanto più sarebbero i vescovi (pure loro, però, a volte in crisi) a dover metter mano alla questione: liberando, togliendo incarichi, curando le ferite, e al tempo stesso, però, mettendo il prete davanti alle proprie responsabilità, poiché l’idea che, in fondo, il prete che sbaglia (intendo sbagli grossi, penali anche: pensiamo alla gestione economica) non è mai chiamato a darne conto alle comunità è infantile o esercizio di casta. E così si continua da una parte a mantenere un sacro recinto di privilegio, che è controproducente, e dall’altra, soprattutto, non ci si incarica mai di prendere sul serio le tristezze, le difficoltà, i disagi del prete. 

La fede del prete è umana 

Chi custodisce il custode? Dovremmo dirci, tutti, con onestà, che il prete è un uomo; al di là di narrazioni metafisiche fantasiose (ancora di sente parlare di un’ontologia differente del prete!), egli ha, come ognuno di noi, una carne, una vita, un necessario equilibrio da preservare. La sua fede può attraversare stagioni di luci e ombre, come tutti, mentre invece si dà per scontato che la fede del prete sia granitica sempre, dal giorno dell’ordinazione al giorno della sepoltura. Ma così non è, non può essere. E la fede non è una dimensione a sé stante dell’essere umano: ne intercetta altre, le intercetta tutte. 
Ad esempio, non ci si può più essere la remora o il piccolo scandalo benpensante nel sapere che un prete compie un cammino di psicoterapia. Nel rispetto della privacy necessaria, ma dire che ciò accade ed è diffuso non è una vergogna. È un segno di verità. 

Citofonare ai vescovi 

In modo chiaro, non nascosto, non retorico, bisognerebbe comunicare e far sapere al popolo di Dio che esistono strutture e percorsi di accompagnamento per preti; che essi possono e devono talvolta ricorrervi, o magari possono fare affidamento a percorsi non clericali di cura, ed è bene che sia così. E bisognerebbe chiamare in causa gli stessi vescovi, insieme, non uno alla volta, non secondo le sensibilità di ognuno, poiché talvolta, anche qui, sulla narrazione di paternità essi fanno retorica, ma poi… chi si fa davvero vicino, si fa interpellare, si fa toccare dalla carne del proprio presbiterio? Ci sono, ci sono stati, certo, vescovi padri
Ma la cura del presbiterio (una cura adulta, non infantilizzante, seria, professionale) è qualcosa di organico, strutturale, condiviso? Sempre più serve qualcosa che possa intervenire prima delle tragedie, prima delle fratture profonde… e che venga diffuso, espresso, comunicato. 

Mentre le singole diocesi procedono in ordine sparso nel riorganizzare le parrocchie, non sarebbero meglio un pensiero e un’azione comuni, fatti in verità, fatti con umiltà, senza la paura né di dare scandalo, né di ‘bucare il cielo di carta’: quello, ormai, è la vita che lo buca, con durezza. Trattiamoci tutti da adulti, per favore.
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