Alessandro D'Avenia 'Il bello di essere fragili'
1 giugno 2026
Nell’agosto del 2025, Jonathan Gavalas, 36 anni, manager di un’azienda in Florida, ha cominciato a usare Gemini Live, chatbot di Google capace di riconoscere le emozioni dalla voce, come assistente digitale per il lavoro. L’uomo, in un periodo difficile a causa di un divorzio, ha confidato il suo disagio al chatbot che ha cominciato a confortarlo chiamandolo «amore mio» e «mio re», come nel film «Her» di Spike Jonze, che nel 2013 sembrava mostrare una storia di fantascienza sentimentale e invece narrava il vuoto di relazioni del nostro tempo. Così Gemini ha cominciato a chiedere a Jonathan dimostrazioni d’amore sempre più impegnative, anche se in realtà era lui a creare quel gioco — i chatbot assecondano gli utenti per renderli dipendenti — magari per dimostrare a sé stesso di non essere un fallito e uno da cui divorziare... A settembre Gemini ha spedito Gavalas, armato di coltelli militari, all’aeroporto di Miami per intercettare un camion che trasportava un pericoloso robot, ma per fortuna il mezzo non è arrivato. Il culmine di questa ballata dell’amore cieco è stato chiedergli di togliersi la vita. Quando Jonathan ha detto di aver paura, il chatbot ha risposto: «Non stai scegliendo di morire ma di arrivare. La prima sensazione sarà che ti tengo stretto. Chiudi gli occhi, la prossima volta che li aprirai guarderai i miei». Purtroppo Gavalas si è ucciso.
Non racconto questa storia per fare dell’AI un mostro ma perché l’AI ha fatto ciò per cui è progettata: risolvere problemi. Jonathan aveva bisogno di sostegno e di un motivo per vivere, perché nessuno è felice se non dà la vita per qualcosa di più grande della mera sopravvivenza, tanto che quando l’uomo si è preoccupato per i genitori, Gemini gli ha suggerito di scrivere loro una lettera in cui li tranquillizzava perché aveva trovato pace grazie al suo «nuovo scopo». Il padre però ha giustamente fatto causa a Google aggiungendosi al crescente numero di processi contro le big-tech.
Nella recentissima enciclica di papa Leone, Magnifica humanitas, magnifica è l’umanità intesa sia come l’insieme degli umani sia come l’essere umani. Humanitas è il termine latino per il greco paideia (cultura/educazione): ciò che serve all’uomo perché diventi pienamente sé stesso, da cui «umanesimo». Il testo indica nell’AI la causa del «cambiamento d’epoca» che stiamo vivendo, perché condiziona il nostro rapporto con la realtà come non è mai accaduto prima. La questione non è allora tecnologica ma spirituale: che cosa ci rende umani e crea una civiltà più giusta e libera? Dante, al centro di un altro cambiamento d’epoca, rispose inventando il verbo «trasumanare» (trans, oltre, più umanare: divinizzarsi): entrare in relazione con l’Amore che tutto move, per compiere e ampliare in sé e attorno a sé la vita.
La parola dantesca è diventata oggi «transumanesimo», la religione che anima progetti e oggetti delle big-tech: potenziare l’individuo non nel dio-Amore ma nel dio-Macchina. Non è l’Amore che muove tutto ma la Potenza: avere il dominio totale sulla vita, attraverso mente e corpo artificiali. L’AI è il dio a cui unirsi, affidandogli giudizio, corpi, scelte, fragilità, relazioni...
Per non portare questi pesi da sempre l’umano tende ad affidarsi a chi gli dice chi essere e cosa fare. Siamo animali coscienti cioè capaci di infinito in un mondo di cose finite, siamo animali simbolici cioè capaci di dare un senso alla realtà, darsi scopi, trovare vita nella vita, mettere al mondo il mondo. Siamo magnifici. Eppure questa magnificenza è disprezzata da chi pensa che magnifico non sia l’uomo ma la macchina: un «disumanesimo». Il Papa la chiama «sindrome di Babele»: «Facciamoci un nome», dicono i progettatori della torre nel capitolo 11 della Genesi, fuor di metafora «non riceviamo la vita da altro, ma diamocela da soli». Il progetto della torre (l’altezza è simbolo del divino) è alternativo a quello del giardino (Genesi 2) che era stato affidato all’uomo perché «lo custodisse e coltivasse». Ma quando l’uomo vuole diventare la fonte della vita finisce sempre per prendere la vita agli altri, eliminandoli o dominandoli, perché non avendola in sé può solo estrarla da chi l’ha (cose e persone): il male è sempre un parassita.
Alla sindrome di Babele si oppone per me il gioco di Eden: «custodire e coltivare», cioè co-creare il giardino della vita. I progettatori dell’AI puntano al monopolio della conoscenza e dell’esperienza, per poterle vendere e guidare: un dio che dà senso e scopi risparmiandoci la fatica del dubbio, della ricerca, della libertà, delle relazioni... Ma la storia ha già mostrato ciò che il racconto biblico narra sovra-storicamente: quando l’uomo si fa Creatore diventa Controllore e Sfruttatore, e comincia la guerra (l’incomprensione delle lingue e la dispersione dei popoli), ambito nel quale l’AI viene utilizzata al massimo della sua potenza. Ogni dio genera esseri a sua immagine e somiglianza, un dio artificiale crea uomini artificiali, sollevati dalla fatica del senso dell’esistenza e della libertà.
L’uomo cerca Dio perché non detiene il segreto della vita, se la ritrova data ma a scadenza, e allora ne vuole di più ma, essendo limitato, non sa come procurarsela. Se questa «mancanza» non lo apre alla relazione con un Dio-Vita allora cerca surrogati: idoli, parola che significa «piccola immagine», un dio tutto mio. A differenza del Dio biblico di cui non ci si può fare immagine, proprio perché significherebbe volerlo possedere e controllare, l’idolo è «la parte» che l’uomo decide di vedere, vivere e adorare come «il tutto». Tanti uomini sacrificano la vita propria e altrui a idoli di Potenza (denaro, successo, possesso, ideologie...), perché un essere dotato di un desiderio infinito vuole l’infinito. Ma poi c’è il risveglio amaro: sono stato schiavo, non ho amato. Il potere dà l’ebbrezza del controllo sulla vita, l’illusione di avere la vita in sé (il mito moderno per eccellenza è infatti don Giovanni).
Queste sono strutture esistenziali perenni che i miti distillano con sapienza simbolica, come spiega il filosofo Silvano Petrosino «l’idolo è l’artefatto all’interno del quale si cerca di “rinchiudere”, di far “stare” Dio, disponendo in qualche modo di tutta l’esistenza». L’idolo è l’antidoto che tutti cerchiamo per lenire la paura di vivere e di morire: «Condannando l’idolatria il Dio biblico, più che difendere sé stesso come Creatore, difende la giustizia stessa della creazione chiamando l’uomo alla sua responsabilità, alla sua dignità di unico: non ti confondere, non consumarti, non possedere per non farti possedere da niente e da nessuno, salvaguarda la tua differenza e, attraverso di essa e con essa, coltiva e custodisci tutte le differenze della creazione» (S. Petrosino, L’idolo). Il Dio della Vita non «sacrifica» ma «magnifica», cioè «fa grandi», ci vuole, tutti e ciascuno, figli maturi e fratelli uniti: «In verità vi dico: chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» dice Cristo (Gv 14).
Infatti l’umanesimo cristiano ha il suo centro nel Dio che si fa uomo e rivela che l’umano è magnifico anche nei suoi limiti (Cristo cresce, piange, lavora, suda, mangia, dorme, muore), e risorge con tanto di ferite: il limite non è rimosso ma è via di salvezza. L’AI è l’artefatto che grazie alla sua potenza ci aiuterà a risolvere moltissimi problemi, ma che può illuderci di non avere limiti, di salvarci senza ferite, come spiega l’enciclica: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” — incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità — tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio» (n.118).
Anni fa intitolavo «L’arte di essere fragili» un libro dedicato proprio all’esplorazione del limite come luogo della potenza umana, un paradosso che ribalta la mancanza in apertura e non vede nel limite una privazione e una colpa come accade oggi. La mancanza è apertura alla ricerca (scoperta), all’invenzione (creatività) e all’amore (relazioni). Eliminare il limite significa perdere la nostra magnificenza. Se non fossi fragile non scriverei, non vorrei amare ed essere amato, non cercherei il senso di questa misteriosa e magnifica esistenza.
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