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Vito Mancuso 'L'eclissi del cielo, l'eclissi dell'uomo'

Fotografia del profilo urbano di una città al tramonto con un'eclissi di sole che appare come una falce luminosa sopra le montagne. Sulla destra si staglia la silhouette di un grattacielo, mentre l'orizzonte è tinto di arancione. Nella fascia marrone in basso compare il titolo in bianco "L'ECLISSI DEL CIELO, L'ECLISSI DELL'UOMO", seguito dalla firma in corsivo "di Vito Mancuso" e dal logo del blog "AlzogliOcchiversoilCielo" nell'angolo destro.

La Stampa 
13 agosto 2026 

Ieri tutti abbiamo alzato gli occhi al cielo per vedere il disco nero della Luna sovrapporsi a quello luminoso del Sole ed eclissarlo. Un'ora, poi tutto è finito: i raggi non hanno più trovato ostacoli e oggi il Sole splende esattamente come prima, indifferente all'emozione di chi ha viaggiato, fotografato, filmato e postato il grande fenomeno celeste.

Eclissi di Dio è il titolo di un libro che il filosofo Martin Buber pubblicò nel 1952. La metafora è potente perché contiene una differenza essenziale rispetto alla celebre affermazione di Nietzsche sulla "morte di Dio". Ciò che muore non è più; ciò che si eclissa invece continua a esistere, anche se non più visibile per un po'. Noi torneremo a rivedere il Dio al momento eclissato, nascosto dal disco nero non della Luna ma della Storia? Oppure non più, perché Dio non è temporaneamente eclissato bensì definitivamente morto? 

L'immagine del Sole per parlare di Dio è antichissima, né poteva essere altrimenti. Prima che la fisica spiegasse la natura di quella sfera incandescente e la sua distanza da noi, gli esseri umani avevano compreso una cosa ben più elementare e decisiva: senza il Sole non c'è vita. Dal Sole vengono la luce e il calore, grazie al Sole crescono le piante e maturano i frutti, si alimentano gli ecosistemi ed è possibile la nostra stessa esistenza. Era naturale quindi che proprio il Sole diventasse una delle più potenti immagini del divino. Lo fu in modo eminente nell'antico Egitto, dove ben tre divinità rappresentavano il Sole: Khepri allo stato nascente dell'alba, Ra nel pieno splendore del meriggio, Atum al tramonto. Il medesimo fenomeno richiedeva ben tre nomi per esprimere tutta la forza simbolica di una luce che nasce, raggiunge il pieno fulgore, infine muore per poi rinascere. L'identificazione tra divinità e luce solare attraversa gran parte della storia religiosa dell'umanità: per Platone il Sole e la Luna sono «Dei visibili», la Bibbia afferma che Dio «si avvolge di luce come di un manto», il cristianesimo definisce Cristo «luce del mondo» e nel Credo descrive il suo rapporto col Padre in termini di «luce da luce». 

La luce solare è forse la più pura metafora della trascendenza perché illumina le cose senza presentarsi a noi come una cosa. Consente di vedere, ma, quando è troppo intensa, non può essere guardata direttamente. È presenza e insieme distanza, illumina ma anche acceca, rivela ma anche nasconde, scalda ma anche brucia, esattamente secondo la dinamica di "mysterium fascinans" e insieme "tremendum" che contrassegna la fenomenologia del divino: qualcosa di amabile e al contempo di spaventoso. 

Per gli antichi un'eclissi poteva rappresentare davvero qualcosa di spaventoso perché per loro il Sole era una manifestazione del divino e quindi il suo oscurarsi annunciava un'incrinatura nell'ordine del mondo, per esempio la morte di un sovrano, una guerra, una carestia. Nessuno di noi invece ieri ha avuto paura. Tutti sapevamo perfettamente cosa stava accadendo e quando e perché, e per questo abbiamo trasformato anche questo fenomeno in ciò in cui la nostra società sembra trasformare ormai tutto: in uno spettacolo. A milioni ci siamo spostati nei luoghi più idonei per vederlo, moltissimi hanno acquistato gli occhiali adatti, preparato i telefonini, cercato l'inquadratura più suggestiva. L'eclissi è diventata un evento da non perdere e, soprattutto, da mostrare agli altri di non aver perso. Nulla di male naturalmente, c'è anzi qualcosa di bello nel fatto che per una volta milioni di esseri umani abbiano alzato insieme gli occhi verso il cielo come ai vecchi tempi, e non più in basso sui telefonini. Eppure, mentre guardavamo l'eclissi del Sole, avremmo potuto pensare a quell'altra eclissi di cui parlava Buber, perché l'eclissi astronomica è passata, quella spirituale no. Il Sole è tornato a splendere, Dio invece continua a rimanere oscurato per buona parte della coscienza occidentale. È un bene o un male? Di certo è un fatto storico: il termine "Dio", che per millenni ha indicato il punto più alto verso cui tendere il cuore umano, per molti oggi non indica più nulla, se non un incomprensibile passato remoto. Sei anni prima di Buber, Heidegger descriveva il nostro tempo come una notte: «Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero; è già diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza». Anche l'uomo folle di Nietzsche annunciando la morte di Dio, ben lungi dal festeggiare, ammoniva i presenti così: «Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli?». 

La morte o l'eclissi di Dio non riguarda solo il clero e i credenti; anzi, si può dire che essa non li riguardi affatto perché per loro Dio è sempre vivo e splendente; riguarda piuttosto l'insieme di questo nostro mondo che non ha più un fondamento solido a cui ancorare la coscienza. E aggiungeva Heidegger: «L'epoca a cui manca il fondamento pende nell'abisso». Noi pendiamo nell'abisso. Abbiamo problemi enormi: l'emergenza climatica, le migrazioni, le guerre e il riarmo, la crisi del diritto internazionale, l'imperversare dell'Ai senza controlli etici e giuridici adeguati. In base a quale fondamento comune poterli affrontare? La scomparsa di Dio dalla coscienza occidentale pone quindi una questione che è non solo religiosa, ma è anche politica: può una società vivere senza qualcosa che trascenda gli interessi individuali e costituisca un orizzonte condiviso? E quale può essere oggi questo orizzonte? Buber scelse la parola "eclissi" e non "tramonto" o "morte" perché conservava una speranza. C'è quindi una domanda che il fenomeno di ieri fa nascere in noi: cosa si è frapposto tra noi e l'idea di Dio? I nostri occhi hanno finalmente iniziato a vedere meglio, o sono peggiorati e non riescono più a distinguere la vera luce? Stiamo camminando in avanti o indietro? Tutta questa potenza tecnologica ci fa essere più umani, oppure pericolosamente meno? 

Dell'eclissi del Sole conoscevamo in anticipo persino il minuto in cui sarebbe terminata ed è terminata. Nessuno invece sa dire se e quando finirà l'eclissi di Dio. E se con essa non vi sarà anche l'eclissi dell'uomo.
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