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Paolo Gamberini 'Lasciateli pregare....'

Grafica per il blog AlzogliOcchiversoilCielo. Mostra Papa Francesco al centro, affiancato da un rabbino con il tallit a sinistra e da un leader religioso musulmano a destra. In basso, la scritta: "LASCIATELI PREGARE .. di Paolo Gamberini".

17 agosto 2026 

L’immagine di un uomo che, all’interno della basilica di San Pietro, avrebbe pregato secondo il rito islamico, probabilmente rivolto verso la Mecca ha suscitato scalpore e scandalo. Non si può permettere un gesto di culto islamico nel cuore della cristianità perché ciò significherebbe indebolire l’identità cristiana e rinunciare a difendere le tradizioni religiose e culturali dell’Occidente.

Tuttavia, deve essere affermato che proprio il cristianesimo – nella sua essenza – ha introdotto nell’identità religiosa un elemento “kénotico” di dis-identificazione rispetto all’assolutizzazione dei luoghi, delle appartenenze, dei costumi e delle identità collettive religiose. Ciò non comporta la negazione delle differenze né l’indifferenza verso il significato specificamente cristiano di una chiesa. Significa, piuttosto, riconoscere che nessun luogo sacro può pretendere di circoscrivere la presenza di Dio. La santità di Dio non viene profanata dalla preghiera sincera di chi appartiene a un’altra tradizione religiosa. 

Alla Samaritana, che gli domanda quale sia il luogo giusto per adorare Dio — il monte Garizìm oppure Gerusalemme — Gesù risponde: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre»; perché «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4,21-24). Gesù non nega ogni valore ai luoghi, ai riti e alle tradizioni, ma ne relativizza la pretesa di possedere Dio. Il luogo sacro rimane importante come espressione visibile della fede di una comunità, ma non diventa un confine capace di separare Dio dall’essere umano che lo cerca. 

Tommaso d’Aquino è altrettanto netto: «in omnibus actibus latriae id quod est exterius refertur ad id quod est interius sicut ad principalius» (Summa theologiae, II-II, q. 84, a. 2). In ogni atto di culto ciò che è esteriore è subordinato, come a ciò che è principale, alla disposizione interiore. L’adorazione consiste principalmente «in interiori Dei reverentia», nella riverenza interiore verso Dio, mentre i gesti del corpo hanno un valore secondario e simbolico. Il luogo e la postura possono essere convenienti e significativi, ma non possono racchiudere Dio né stabilire definitivamente chi abbia il diritto di rivolgersi a lui. 

Non si può criticare un uomo semplicemente perché si prostra pregando Dio dentro una chiesa. La prostrazione, peraltro, non è affatto estranea alla tradizione cristiana: ricorre nella Scrittura, nella liturgia e nella spiritualità monastica; nella celebrazione del Venerdì Santo, lo stesso sacerdote si prostra davanti all’altare. Il problema non può essere, quindi, il gesto corporeo in quanto tale. Occorre piuttosto domandarsi se una persona che si rivolge sinceramente a Dio debba essere considerata una minaccia soltanto perché lo fa secondo una forma religiosa diversa dalla nostra. 

Anche il magistero cattolico invita a una valutazione teologicamente più profonda. La dichiarazione conciliare Nostra aetate afferma che i musulmani «adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente», mentre il Catechismo della Chiesa cattolica dichiara che essi «adorano con noi un Dio unico, misericordioso» (§ 841). Ciò non significa che cristianesimo e islam siano equivalenti o che le loro rispettive confessioni di fede possano essere sovrapposte. Rimangono differenze decisive, soprattutto riguardo alla Trinità, all’incarnazione e all’identità di Gesù Cristo. Significa però che il cristiano può riconoscere nella preghiera del musulmano un’autentica intenzione di rivolgersi all’unico Dio. 

A illuminare ulteriormente l’episodio di San Pietro può contribuire una narrazione conservata nell’antica tradizione islamica. Intorno al 630, una delegazione di cristiani proveniente da Najran, nell’Arabia meridionale, si recò a Medina per incontrare Maometto e discutere con lui di questioni religiose, in particolare dell’identità di Gesù. I membri della delegazione furono accolti nella Moschea del Profeta, la Masjid al-Nabawi, indossando i propri abiti religiosi. Quando giunse l’ora della loro preghiera, si prepararono a celebrare il culto rivolgendosi verso oriente. Alcuni musulmani avrebbero voluto impedirglielo, ma Maometto intervenne dicendo: «Lasciateli pregare». 

Il racconto non si trova nelle maggiori raccolte canoniche degli hadith, come il Sahih al-Bukhari o il Sahih Muslim, ma è trasmesso dalla letteratura biografica antica, in particolare dalla Sīra attribuita a Ibn Isḥāq e giunta attraverso la redazione di Ibn Hishām, nonché da successive opere storiche ed esegetiche. Il suo significato normativo è stato discusso dai giuristi musulmani: alcuni vi riconoscono un precedente per l’ospitalità interreligiosa e per l’ingresso dei non musulmani nelle moschee; altri lo considerano una concessione eccezionale, legata a una circostanza diplomatica particolare. Rimane comunque altamente significativo che la tradizione islamica abbia conservato la memoria di cristiani autorizzati a celebrare la propria preghiera nel luogo centrale della comunità musulmana. 

Il racconto della delegazione di Najran propone allora una provocazione salutare: se Maometto, secondo l’antica tradizione islamica, poté dire dei cristiani presenti nella sua moschea «Lasciateli pregare», perché i cristiani dovrebbero sentirsi necessariamente minacciati da un musulmano che si prostra davanti a Dio in una basilica? L’ospitalità non cancella l’identità del luogo: la manifesta nella forma più alta, quando l’identità è abbastanza solida da non percepire ogni differenza come una profanazione. Una chiesa non perde la propria sacralità perché qualcuno vi invoca Dio in modo diverso; potrebbe, al contrario, mostrare che la santità di un luogo si esprime anche nella capacità di accogliere la ricerca religiosa dell’altro. 

Il punto, però, è ancora più profondo. Il cristianesimo introduce una tensione permanente tra particolare e universale. La fede cristiana possiede un’identità determinata, fondata sulla confessione di Gesù Cristo morto e risorto, ma nessuna identità storica, culturale o nazionale può pretendere di esaurirne la verità: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). L’universalità cristiana non elimina le differenze, ma impedisce che una di esse venga trasformata in assoluto. 

Questa struttura non è rimasta confinata alla teologia. Attraverso una storia tutt’altro che lineare e spesso contraddittoria, il cristianesimo l’ha consegnata anche alla cultura occidentale. L’universalismo inclusivo moderno può essere considerato, almeno in parte, uno degli esiti secolarizzati e trasformati dell’universalismo cristiano. Sul piano teologico, Dio non è proprietà esclusiva di un luogo, di un gesto o di un popolo; sul piano politico e culturale, l’universale non è proprietà di una cultura, di un costume o di un’identità storicamente determinata. 

La particolarità rimane e deve essere custodita: una basilica cristiana non è una moschea, così come una moschea non è una chiesa. Il dialogo autentico non nasce dalla confusione delle identità, ma dal loro reciproco riconoscimento. Tuttavia, la particolarità non può trasformarsi in assoluto. Una delle acquisizioni più profonde della tradizione informata dal cristianesimo consiste non soltanto nel possedere un’identità, ma anche nell’aver prodotto gli strumenti per disidentificarsi criticamente da essa, sottoporla a giudizio e aprirla all’universale. 

Inclusività e contaminazione, dunque, non sono necessariamente il sintomo di una civiltà che non crede più in se stessa. Possono significare il contrario: la fedeltà a una civiltà la cui più profonda vocazione consiste, paradossalmente, nel non assolutizzare alcuna identità particolare, nemmeno la propria. La basilica di San Pietro conserva intatta la propria identità cristiana non quando respinge automaticamente chi prega in modo diverso, ma quando testimonia che il Dio annunciato dal cristianesimo è più grande dei confini entro i quali vorremmo racchiuderlo. 

Piuttosto che irrigidirsi nella difesa di una presunta identità — peraltro assai difficile da determinare nella sua presunta purezza — la civiltà ispirata dal cristianesimo ha prodotto una domanda più radicale: con quale diritto di fronte a un uomo prostrato in preghiera, la prima reazione cristiana dovrebbe essere quella di espellerlo, invece di riconoscere, pur nella differenza delle fedi, il desiderio umano di rivolgersi all’Assoluto? In tal senso, le parole attribuite a Maometto potrebbero risuonare anche sotto le volte di San Pietro: «Lasciatelo pregare».
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