La gloria di Maria nella disumanità di oggi
Gilberto Borghi
La festa di domani non è una fuga dall’attualità per consolarci con la gloria che ci attende, ma ci obbliga a guardare più profondamente il nostro tempo.
C’è qualcosa di sorprendente nella liturgia di domani. Celebriamo Maria nella gloria del cielo, e tuttavia la prima lettura ci presenta una donna che non è semplicemente nel cielo: è una donna che soffre, che fugge, che attraversa il deserto, che viene perseguitata. È gloriosa e perseguitata. È coronata e in fuga. È promessa alla vittoria e contemporaneamente esposta alla minaccia del drago.
Questa immagine contiene forse una delle chiavi più profonde per comprendere l’Assunzione. Maria è già nella gloria, ma la Chiesa, di cui lei è icona, cammina nella storia e non è ancora nella gloria. Maria è già là dove noi speriamo di arrivare. E proprio perché lei è già nella pienezza, noi comprendiamo meglio che cosa significa essere ancora in cammino. La festa di domani non è una fuga dall’attualità per consolarci con la gloria che ci attende, ma ci obbliga a guardare più profondamente il nostro tempo.
Questa è la condizione cristiana: vivere tra un già e un non ancora. Cristo è risorto; la morte non è l’ultima parola; lo Spirito è stato donato; la vita eterna, in qualche modo, già iniziata in noi: questo è il «già». Ma l’uomo è ancora fragile. A Gaza, in Ucraina, e in altre circa 100 regioni del mondo, la morte, la distruzione e il dolore sembrano dominare. E noi, qui, viviamo dentro ad un sistema culturale e di mercato che ci costringe a urlare: “restiamo umani!”. La Chiesa è ancora alle prese con peccati e disumanità pesanti. Noi viviamo spesso nell’ansia di fondo, nella paura di uscire di casa, di essere “fregati” da chi ci dovrebbe amare. Questo è il «non ancora».
Non dobbiamo eliminare una delle due immagini per conservare l’altra. La donna è contemporaneamente segno della gloria e figura del travaglio. E la fatica del credente e della Chiesa sta proprio nel tenere assieme questi due lati della fede. A volte vorremmo che la fede eliminasse immediatamente l’incompiutezza della nostra esistenza. Vorremmo che, se Dio ci ha salvati, la nostra vita fosse ormai libera da ogni contraddizione, da ogni fragilità, da ogni oscurità.
E quando qualcuno cerca di forzare i tempi e di anticipare la soluzione del male attraverso strategie umane e con l’appoggio dei poteri del mondo, compie forse il peggiore servizio possibile al Vangelo. Perché il Vangelo non ci promette questo. Ci promette qualcosa di più profondo: che Dio ci accompagna nel tempo dell’incompiutezza. Il deserto dell’Apocalisse non è il luogo dell’abbandono. È il luogo che Dio ha preparato alla donna perché fosse nutrita.
Il deserto, allora, non è la prova che Dio è assente. Anche il deserto della disumanità, anche quello della violenza senza senso, della guerra come stato endemico che favorisce il mercato. È il luogo della sua presenza nella forma della promessa, della protezione e del nutrimento. Questa è forse una delle cose più difficili da accettare nella vita cristiana: quando non capiamo più il senso della presenza di Dio nella storia, immaginiamo che essa sia sfuggita alla sue mani. Ma se non capiamo la realtà non è essa ad essere sbagliata, ma la nostra postura con cui la guardiamo. Dio può essere realmente presente anche quando la sua salvezza non è ancora pienamente visibile, anche nel deserto della disumanità. Noi vorremmo la gloria; Dio ci dà il cammino verso la gloria. Noi vorremmo il compimento; Dio ci dona la promessa. Noi vorremmo vedere; Dio ci chiede di sperare.
Ecco il senso del Magnificat. Maria dice: «L’anima mia magnifica il Signore». Ma Maria canta la salvezza mentre la storia non è ancora compiuta. Non ha ancora visto tutto ciò che Dio farà. Non ha ancora davanti agli occhi la Pasqua. Non ha ancora visto la risurrezione del Figlio. Eppure canta. Il Magnificat è dunque il canto di una salvezza già iniziata ma non ancora compiuta. Lei canta anche ciò che ancora deve accadere: “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”. Il suo canto è memoria, presenza e profezia nello stesso momento. Per questo il Magnificat è il canto della speranza.
La speranza cristiana non consiste nel dire: «Un giorno forse Dio ci salverà». È qualcosa di molto più forte. È dire: Dio ha già cominciato a salvarci, e proprio per questo possiamo attendere ciò che ancora non vediamo. Per questo l’Assunzione non ci allontana dalla terra: ci insegna a viverla. E come? Il Vangelo di oggi non ci presenta Maria ferma nella contemplazione della propria grandezza. Appena ricevuta la promessa, Maria «si alzò e andò in fretta» verso Elisabetta. È straordinario: la donna che Dio ha destinato alla gloria attraversa la storia mettendosi in cammino verso un’altra persona. Questa è la logica cristiana dell’attesa.
Chi ha fede in quale sarà il proprio destino ultimo non fugge dal presente, non lo teme, non cerca di cambiarlo con la propria impazienza o per sfuggire alle proprie paure: lo abita con maggiore intensità, appoggiato alla certezza della fede, nella relazione di amore con i fratelli. Maria sa che Dio sta compiendo qualcosa di immenso in lei, ma questa consapevolezza non la sottrae alla concretezza della storia. Così dovrebbe essere anche la nostra speranza. La speranza cristiana non è evasione dal mondo. È la capacità di vivere il presente senza pretendere che il presente sia già il compimento.
