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Alessandro D'Avenia 'L'ultimo appello'

Primo piano di Alessandro D'Avenia per la sua rubrica 'Ultimo Banco' su Corriere della Sera.
29 giugno 2026

Cari lettori, che posto ave(va)te in classe? Io, all'ultimo banco ci sono finito in prima elementare, gli altri bambini avevano cominciato da una settimana o due perché io entravo in «primina» (la prima a 5 anni) con un passaggio più morbido, dopo ancora qualche giorno di felice «asilo».
Fu aggiunto un posto per me in fondo. Da quel giorno ho amato l'ultimo banco come una casa, tanto da occuparlo fino a 18 anni, con pause dovute a eccessi (chiacchierone e dedito ad attività clandestine) puniti con le prime file... 
La posizione in classe è data dal peso dell'anima e corrisponde a uno sguardo sul mondo, tanto che, nel romanzo «L'Appello», ho formulato una topografia esistenziale in base al posto scelto: Panorama, sempre vicino alla finestra perché la vita vera è fuori; Invisibile, in zona periferica per aderire alla messa in scena il meno possibile; Vagabondo, banco inquieto e mutevole come chi lo occupa; il Comico, nelle retrovie per (sor-)prendere tutti alle spalle con le sue immancabili battute. Il Condannato non importa dove sia seduto: attira su di sé i colpi del destino convinto di meritarseli. Il Maggiordomo, vicino alla soglia, il primo a fuggire a ogni campanella e ad ampliare il più possibile le interruzioni provenienti dal mondo esterno. L'Incontinente più spesso in bagno che in classe, non solo per ragioni diuretiche ma terapeutiche e sociali. Primobanco preferisce avere a che fare con gli adulti, sa a memoria il calendario scolastico e le pagine da studiare. Non è necessariamente secchione, ha solo paura di perdere il controllo. A ogni Primobanco corrisponde un Ultimobanco, dedito ad attività di sedizione (il sottobanco è il suo regno), non è parte del sistema ma ne ha bisogno per esistere. È diverso da Palude che occupa zone grigie, banchi da attività totalmente avulse dalla scuola. Ai primi posti c’è l'Avvocato, capace di rilevare con puntiglio le contraddizioni dei professori con precedenti e parole dimenticati da tutti. Vicino c’è il Campione, deciso a dimostrare che al mondo c’è qualcuno che affronta i problemi che gli altri vedono ma non hanno il coraggio di risolvere. Gli assomiglia il Martire il cui movente non è però l'idealismo ma il masochismo. In fondo all'aula, ma come fosse al primo banco, c’è anche il Veterano, per lo più ripetente e provato dalla vita vera, appartiene già agli adulti, tratta i professori da coetaneo e i compagni con un misto di disprezzo e compassione. 
Ci sarebbero altre anime sulla mappa della classe ma lasciamole al divertimento letterario, perché quest'anno mi sono reso conto che i cliché evaporano quando in una classe, o perché spaziosa o perché di pochi alunni, si possono disporre i banchi a cerchio o a ferro di cavallo: né primi né ultimi, tutti primi e ultimi, tutti in gioco, tutti faccia a faccia. Questo crea relazioni più impegnative perché non vedi solo le schiene degli altri ma il loro volto, e il volto è il luogo di relazioni che a poco a poco diventano più schiette e gioiose: cooperazione anziché competizione. 
Si prende la parola senza alzare la mano ma solo quando l'altro ha finito di parlare e dopo aver riassunto ciò che ha detto il compagno. Il docente, sul lato aperto del cerchio o del ferro di cavallo, fa da guida e moderatore, assicurando che la ricerca sia portata avanti da una comunità e non da individui che devono compiacerlo o ripetere cose che sa o ha detto. Il sapere si situa in mezzo, nello spazio vuoto al centro, come un cibo che, anche se diviso, si moltiplica: con-diviso. 
La chiamo «co-duzione», l'ambiente in cui accadono i due modi dell'apprendimento, induzione e deduzione, che funzionano solo c'è la relazione, altrimenti tutto si riduce ad addestramento per una performance. Nella co-duzione si crea un cervello condiviso e il maestro assomiglia a quello d'orchestra: si è tutti al servizio della musica e di chi ascolta, ciascuno con il suo timbro, per fare qualcosa che realizza contemporaneamente se stessi e gli altri, un bene comune, un concerto. 
Perché ci sia scuola non basta acquisire sapere sul mondo né formare individui separati, ci vuole quella trasformazione che accade solo nella relazione viva con il mondo (cose e persone). Ho sempre vissuto e raccontato la scuola come metafora dell'esistenza, perché la tappa che va da 6 a 18 anni è il laboratorio di tutta la vita futura. 
Per questo mi congedo dalla rubrica con questa immagine di convivio (Dante) o di simposio (Platone), ben diversa dai «banchi», termine che si usava per la postazione a cui erano costretti i rematori nelle imbarcazioni. Il banco diventa tavola, banchetto: auspicio di cambiamento in un Paese ingolfato dal suo motore educativo, e quindi poi in tutto il resto. 
Otto anni fa intitolavo la mia prima rubrica sul Corriere «Letti da rifare», che due anni dopo ha generato, per l'appunto, «Ultimo banco», che oggi finisce per dare vita a una nuova rubrica («Ultimo banco» riprenderà a settembre solo sui miei canali personali ma in altro modo). 
Capisco quando una ricerca finisce per aprirne un'altra, come la fine di una stagione inaugura la successiva. E così su queste pagine ci ritroveremo a settembre, sempre tutti i lunedì, ma in modo diverso. Vorrei anche iniziare un altro progetto dettato da un bisogno che vedo nei ragazzi ma di cui parlerò in futuro. 
Intanto voglio ringraziarvi, cari lettori, immaginando un ultimo appello capace di nominarvi tutti e ciascuno qualsiasi sia il vostro posto in questa classe diffusa. 
Spero che ogni tanto le mie parole abbiano rischiarato qualche ombra, ispirato un po' di coraggio e speranza, liberato un po' di anima, creato qualche legame, lucidato qualche parola, provocato un'inquietudine, risvegliato un desiderio o strappato un sorriso. 
Un grazie particolare a mia moglie Alice e al mio amico Carlo, primi attenti lettori dei «banchi», grazie a chi con arte li ha arricchiti di illustrazioni, a chi al Corriere ha vegliato sui miei errori e a chi di voi mi ha scritto per arricchire il mio punto di vista o semplicemente per gratitudine. 
Ci rivediamo a settembre, non rimandati, ma rinnovati. Buon vento!
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