Vito Mancuso: Perché serve anche la forza per salvare la pace
«Disarmata e disarmante» è una bella espressione, colpisce per l'assonanza, ma è anche un concetto
sostenibile? A mio avviso il titolo del libro di Leone XIV veicola una tesi poco convincente, e con
queste considerazioni vorrei spiegare perché.
Esprimo l'essenza dell'etica con questa formula fondamentale: etica = valori + situazione reale.
Intesa come azione responsabile, l'etica richiede sempre queste due componenti strutturali: i valori
da incarnare e l'analisi realistica del reale in cui immetterli. Senza una delle due, si ha solo una
politica cinica o un utopico idealismo.
Oggi, scrive il Papa, «ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra». Gli Stati sul
pianeta sono all'incirca 200 (il numero varia a seconda dei riconoscimenti), il che significa che la
guerra ne tocca la metà. Il mondo è impazzito? In realtà nel passato era peggio, perché a nessuno
Stato era estranea la guerra, neppure allo Stato pontificio che a un certo punto prese a servirsi dei
migliori soldati del tempo, i mercenari svizzeri, da allora ancora al suo servizio in forma diversa ma
tutt'altro che disarmati. La guerra è una condizione permanente dell'umanità? Verità scomoda,
purtroppo innegabile.
Bobbio osservava che «il modo più sicuro per eliminare la guerra è distruggere le armi».
Continuava però dicendo che basta interrogarsi su "chi" dovrebbe distruggerle perché la situazione
si complichi, dato che a distruggerle dovrebbero essere gli stessi che le usano, per cui, concludeva,
«è come se si affidasse a un congresso di ubriaconi la decisione di emanare una legge contro l'uso
delle bevande alcoliche». Chi sostiene il disarmo sostiene una cosa altamente auspicabile ma
difficilmente attuabile. E anche pericolosa, se attuata unilateralmente. Scriveva Anna Politkovskaja:
«Il Kgb rispetta solo i forti, i deboli li sbrana; lo dovremmo sapere ormai, invece ci siamo scelti la
parte dei deboli e siamo stati sbranati». Lei venne sbranata il 7 ottobre 2006. Sono passati vent'anni
e Putin ha continuato a sbranare, lo farebbe anche con Kiev se non ci fossero le armi e i soldati.
Il disarmo, compiuto unilateralmente, conduce a essere sbranati. Per amore della pace qualcuno può
anche mettere in conto questa fine per sé, come hanno fatto i molti testimoni ricordati dal Papa, ma
non è ammissibile che lo Stato faccia correre ai cittadini il rischio di essere "sbranati", il suo primo
dovere è esattamente l'opposto.
Leone scrive: «La pace è anzitutto una responsabilità», frase bellissima che però bisogna
concretizzare. Un pensiero responsabile deve saper dire come reagire di fronte alla minaccia e
all'invasione. Prendiamo la Svezia. È lo Stato in cui da più anni, dal 1814, manca la guerra.
Superando la storica condizione di neutralità, nel 2022 ha fatto domanda di entrare nella Nato
venendo accolta due anni dopo. Da paese disarmato è divenuta paese armato. Ha fatto male? Ha
anche aumentato considerevolmente le spese per la difesa. Ha sbagliato? Scrive il Papa:
«Nell'ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata
enorme: non si chiami "difesa" un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli
investimenti in educazione e salute, smentisce la fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla
importa del bene comune». Che le armi arricchiscono chi le produce è logico, tutto arricchisce chi
lo produce, anche i libri e i medicinali. Ma cosa è preferibile alla libertà? E quando la libertà è
minacciata occorre difenderla. Oltre ai testimoni ricordati dal Papa si potrebbe ricordare Teresio
Olivelli, ufficiale degli alpini, ucciso in un lager tedesco per aver partecipato alla resistenza armata,
proclamato beato dalla Chiesa nel 2018.
La Svezia non combatte una guerra dal 1814, ma oggi si sta riarmando. Lo stesso fanno tutti gli altri
Stati da quelle parti, tra cui la cattolicissima Polonia. La Spagna, molto distante da Putin, non ne se
sente l'esigenza. La capisco, non la sentirei neppure io. Se però fossi la Svezia, la sentirei. L'etica è
sempre etica della situazione. Sempre, se non vuole scadere nel moralismo. Perché la Svizzera non
venne "sbranata" da Hitler? Perché il Führer giudicò che l'esercito svizzero configurato a mo' di
milizia popolare avrebbe scatenato una continua e sanguinosa guerriglia. Ecco un altro esempio di
una condizione armata, e, "proprio per questo", disarmante.
Il Papa giustamente scrive: «La pace si edifica con la verità», ma la verità è tale se tiene conto della
concretezza storica. E non è vero che le armi e le forze dell'ordine che le usano non garantiscono la
pace, semmai è vero il contrario, se l'essenza della pace è, come diceva Agostino e ricorda Leone,
«tranquillità dell'ordine».
Lo Stato deve garantire l'ordine e l'ordine si ottiene anche con le armi. Non a caso l'esercito e la
polizia sono detti sia "forze dell'ordine" sia "forze armate". È chiaro che il mondo sarebbe più bello
senza le armi, a cominciare dai coltelli sempre più diffusi tra i giovani. Purtroppo però la realtà è
diversa, lo è dall'età della pietra quando i nostri progenitori iniziarono ad appuntire le selci per
trarne le frecce. In inglese la stessa parola, "arm", designa le armi e le braccia. Un semplice caso?
Io non ho mai impugnato un'arma in vita mia, sono contrario anche alla caccia, fosse per me le
industrie delle armi chiuderebbero domani. Non per questo però guardo ai militari e alle forze
armate come una minaccia della pace, come invece si potrebbe desumere dal titolo di Papa Leone.
No, in questa condizione storica, alle prese con questa umanità che oltre che "magnifica" è anche
terrifica, l'unica vera pace a cui noi possiamo e dobbiamo concretamente tendere è una pace
"armata", e proprio per questo, poi, anche "disarmante", nel senso di neutralizzante le minacce.
C'è una grande differenza tra il richiedere agli Stati che si attivino per la difesa delle vite di chi sta
annegando in mare alla ricerca di un futuro migliore, come ha fatto di recente Leone a Lampedusa,
e il richiedere il loro disarmo. Nel primo caso la richiesta è praticabile, nel secondo no. Anzi, gli
esempi degli Stati più pacifici del mondo suggeriscono il contrario. «La pace autentica è quella che
prende forma a partire dalla realtà», scrive Leone. Verissimo. Occorre quindi guardare sempre in
faccia la realtà, senza mai dimenticare il valore. Da un lato non abituarsi alla guerra, dall'altro non
ignorare la sua permanente esistenza. Da un lato mantenere l'indignazione, dall'altro intervenire
nella realtà per quello che di fatto è. Alla luce di ciò, la pace appare un processo che ha sempre a
che fare con la guerra. «Guerra e pace», appunto, come il capolavoro di Tolstoj. E come attestano
prima ancora Omero e la Bibbia. Ciò non toglie che Leone abbia fatto bene a richiamare tutti noi
all'ideale della pace nutrendo la nostra doverosa utopia.
