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Paolo Crepet 'Ero un cinico blu, ora cammino e mi commuovo'

Ritratto dello psichiatra Paolo Crepet in camicia fucsia con testo sovrapposto: "Ero un cinico blu, ora cammino e mi commuovo. Intervista a Paolo Crepet"

Lo scrittore ex psichiatra: «Finalmente avverto l’intensità mistica della vita. Vorrei che regredissimo un po’ e che i ragazzi facessero una rivoluzione».

Simonetta Sciandivasci 
20 Luglio 2026 

Ha le scarpe giallo limone, i pantaloni rossi a quadretti, la t-shirt verde oliva, la giacca blu, gli occhi azzurri, tre grandi anelli. «Io sono i miei colori, ci sono nato dentro», dice. Parla a voce fastidiosamente bassa. Cammina per Trastevere con lentezza, signore lo fermano per stringergli la mano, una gli dice: «Dottor Crepet, la madonna la protegga». Ha una signorilità antica che attutisce l’eccentricità dei suoi vestiti, li rende persino eleganti. Sorride, come non ha mai sorriso in tv: ha smesso di andarci. Non c’è traccia dello sprezzo che ha fatto di lui, per anni, l’interpellatissimo commentatore di cronaca nera e, poi, «Un sociologo prêt-à-porter».Non fa più lo psichiatra. Si espone sempre meno. Ha scritto un libro sull’anima, che «se per molti è un fardello, uno stucchevole controcanto morale, un impedimento, per altri è ancora una sfida vitale». Lo ha dedicato agli angeli, si chiama Riprendersi l’anima (HarperCollins), da settimane va a parlarne nei teatri, che riempie. 

Perché l’anima? 
«Perché l’ho ritrovata». 

Non è materia di psichiatri
«Non che gli psichiatri capiscano tanto». 

Presenti esclusi? 
«Inclusi. Ho avuto tanto tempo per affrontare i miei problemi senza risolverli. E li custodisco con molta cura. Ma non ho capito niente, e quindi ho smesso di fare questo mestiere: come potevo farlo senza aver capito niente di me? Franco Basaglia, il più importante dei miei maestri, è morto troppo presto per capire la sua grandezza». 

Ma fece in tempo a insegnarle che? 
«Una volta, in osteria, durante uno dei nostri giri, avevamo bevuto parecchio e io dissi: “Noi basagliani...”. Lui mi prese per un braccio e mi disse: “Je ne suis pas basaglienne”. Significava: non ci sono scuole, non esistono appartenenze, devi essere te stesso. Da allora temo ogni adeguamento alle forme di consenso». 

L’identità è una di quelle forme? 
«L’identità è un ponte. Di fumo. Io sono cambiato decine di volte. Ero un cinico blu, ora cammino e mi commuovo, tutto ha una intensità mistica che sono finalmente capace di avvertire». 

Cos’è un cinico blu? 
«Uno che è stato colpito molte volte dal dolore. Ho perso nel giro di poco i miei nonni e i miei genitori. Una volta una paziente è entrata nel mio studio e mi ha consegnato il taccuino del marito, che si era appena suicidato dopo la perdita della loro unica figlia, una bambina di tre anni morta nel giro di pochi mesi per un cancro. Mi disse che non poteva tenerlo in casa e che nemmeno riusciva a buttarlo. Mi disse: glielo affido perché lei ha avuto a che fare con la morte. Era la prima volta che la vedevo. Non è mai tornata. Era chiaramente un angelo». 

 Scusi? 
«Non era una donna, ma un’anima, venuta a dirmi di non buttare via la vicinanza con la morte, perché mi avrebbe aiutato». 

Ed era vero? 
«Certo. Si scrive per dolore. Hillman diceva che dovremmo sempre ringraziare il sassolino nella scarpa perché ci ricorda di avere un piede. Dobbiamo essere grati al dolore, agli errori, alle sconfitte, a ciò che di noi ci rende meno orgogliosi». 

Cosa la rende orgoglioso? 
«Niente, io mi trovo sempre insufficiente. Quando torno negli alberghi dopo gli incontri in teatro, è un supplizio: rimugino per ore su cosa ho fatto male o non abbastanza bene. Ho un’ implacabile suocera che mi porto dentro, che mi bastona continuamente. Quando andavo in tv, mi atterriva rivedermi». 

Per questo ha smesso? 
«Ma no. Come tutte le fasi, a un certo punto, doveva finire. Alla tv devo moltissimo. Paolo Limiti e Maurizio Costanzo sono stati dei maestri per me. A Porta a Porta ho avuto opportunità che mai avrei immaginato per affrontare i drammi nazionali. Poi però, quando ho capito che stavo finendo nella categoria dei criminologi, sono scappato a gambe levate. Il voyerismo non mi interessava». 

E cosa la interessava? 
«Le metafore che si possono desumere dalle cronache». 

Per esempio. 
«Delitto di Cogne. Metafora del fatto che anche le mamme uccidono». 

Va accettato come un fatto naturale? 
«Niente è naturale». 

Normale? 
«Non so cosa sia normale». 

E allora come? 
«Come qualcosa che fa parte dell’umanità. Putin e Hitler fanno parte dell’umanità». 

Lei cominciò a parlare di cronache nel 2001, con il delitto di Novi Ligure, Erica e Omar che uccisero la madre e il fratello di lei. 
«Mi trovai lì per caso. Un anno prima c’era stato un fattaccio nel comasco: tre ragazze uccisero una suora. Un giornale locale mi chiese di scrivere un commento, e lo feci. Scrissi che non si poteva perdonare, bisognava essere autorevoli. Una troupe della BBC mi volle intervistare, a mia insaputa convocò anche il padre di una delle ragazze, e mi scusai con lui, temendo che le mie parole lo avessero ferito. Invece, mi disse che gli avevano fatto capire cosa non doveva fare. E che aveva cambiato avvocato. Da allora, il mio nome prese a girare moltissimo. Il sindaco di Novi Ligure mi invitò a tenere un incontro. Ci andai, e purtroppo il giorno era lo stesso del delitto. Il sindaco mi chiamò per annullare tutto, io gli dissi che non potevamo lasciare la cittadinanza sola e gli dissi anzi di far venire anche la scuola di Erika e Omar. Fu importantissimo. Ma fu un caso. In molti pensarono, invece, che era stato tutto architettato. Mi accusarono per mesi di speculare su una tomba. Il mio editore dell’epoca, Einaudi, mi abbandonò. Nessuno spese una parola in mio favore. E mi sentii disperatamente solo. Io non ho mai avuto bisogno di architettare niente: le storie le ho sempre incontrate per la semplice ragione che non sono mai stato a casa, ho girato moltissimo. Mi sono messo in pericolo, mi è successo di tutto. Ho scampato la bomba del 2 agosto a Bologna». 

Racconti. 
«La sera prima avevo dato il mio ultimo esame di medicina, a Urbino. Poi ripartii per raggiungere Basaglia, a Venezia: stava malissimo, sarebbe morto poche settimane dopo, e volevo salutarlo, vederlo per l’ultima volta. Ebbi un passaggio fino a Bologna, arrivai in stazione quando ci fu l’attentato, mi salvai per miracolo. Quando Franco morì, mi cascò il mondo addosso». 

Quando arrivò a Roma? 
«Verso la fine degli anni Settanta. Avevo perso buona parte dei miei cari. Ero solo, spaurito, in mezzo a professoroni e dottoroni che dicevano: vediamo cosa sa fare questo portaborse. Mi salvò Renato Nicolini (l’inventore dell’estate romana, ndr)». 

Quale fu la prima cosa che faceste insieme? 
«Ridere. E andare a mangiare in un ristorante a Cortona. Gli proposi di fare una mostra fotografica sulla follia, la chiamammo Inventario di una psichiatria, fu un successo. Poco dopo, Franco mi disse che dovevamo andare a conoscere una persona, io come sempre non chiesi nulla, io partivo e basta, spesso perdevo il senso dei giorni, una volta non mi accorsi che era Ferragosto. Comunque. Mi portò da Germano Facetti, epico art director della Penguin Book, per la quale inventò i pocket. Diventammo amici. Una sera ci trovammo tutti insieme a guardare delle foto di un campo di concentramento e lui scoppiò a piangere. Ci raccontò di essere stato due anni prigioniero a Mauthausen». 

Ha molti amici? 
«Pochi. Buoni». 

Sempre gli stessi? 
«Ne ho di storici e di nuovi. Ultimamente frequento degli under trenta che mi piacciono enormemente, litighiamo moltissimo sulla cancel culture e il woke». 

Lei è contrario. 
«Sì, ma poi penso a Oliviero Toscani, che una volta in macchina litigò furiosamente con sua figlia, e poi urlò: “Non siamo capaci di ascoltarli”. Però questo non deve portarci a essere indulgenti e poco esigenti con loro. Io a me stesso ho richiesto sempre una grande fatica. Ho sposato una donna difficile e non capisco come sia possibile che tantissimi uomini scelgano delle fan. Le volte in cui mia moglie è venuta a vedere una mia conferenza, guardava il soffitto». 

Che c’entra con i ragazzi? 
«C’entra che noi ci semplifichiamo la vita abbandonandoli davanti a uno schermo e loro, però, se la semplificano restandoci davanti. Pasolini diceva che quando un ragazzo sbaglia, la colpa è sempre per metà del padre e per l’altra metà sua che non è stato capace di essere migliore del padre». 

Magari è genetica
«Non credo nella genetica, è una stupidaggine come l’AI. Poco tempo fa, un professore americano ha scoperto che i suoi studenti avevano fatto l’esame con l’Ai. Ha detto loro: non possiamo permetterci il lusso di essere stupidi. È diventato il mio motto. Stamattina ho viaggiato in treno da Venezia: la ragazzina seduta davanti a me non ha interagito con sua madre e con nessuno per tutto il tempo. Cinque lunghe ore. Io un mondo così non lo voglio». 

E che mondo vuole? 
«Non c’è bisogno che me lo diano: me lo prendo». 

Come? 
«Credendo nel fatto che le persone possono elevarsi. Renzo Piano una volta mi chiamò, mi disse: “Sono Renzo Piano, la chiamo da Houston”. Io credevo fosse un mitomane, ma era lui. Avevo scritto che le archistar in Italia non avevano mai progettato una scuola. E allora decidemmo di farne una. Il mio primo consiglio fu di non mettere i pavimenti anti trauma. Perchè i bimbi devono cadere e farsi male. Gli piacque. E così, da una battuta, nacque una scuola». 

Lei è uno scrittore? 
«Una volta chiesi a Grazia Cherchi se sapevo scrivere e mi disse di sì. Non che significasse per forza qualcosa, ma del materiale su cui lavorare lo avevo. Piacevo molto a Inge Feltrinelli. Ricordo una delle prime volte che la incontrai, a Roma, durante una cena. Bevemmo tutti molto, mi chiese di accompagnarla a casa, io avevo il motorino con una sella, lei insistette lo stesso. Si mise sul portapacchi, seduta alla francese, con un vestito di chiffon che svolazzava. Mi vergognai moltissimo. Lei fu stupenda. Matta. Simpaticissima». 

Ha nostalgia di quei tempi? 
«No. Ma mi chiedo perché i ragazzi non facciano la rivoluzione. Per iniziare, basterebbe pochissimo: smettere di farsi portare la pizza a casa dai rider. E non per togliergli il lavoro ma per interrompere una forma di schiavitù inventata da quarantenni che si divertono a Barcellona». 

Non faccia il passatista
«Io ci starei a regredire un po’. Sua madre usava lo scolapasta di plastica, lei lo trova inconcepibile e ne ha uno di stagno, come lo aveva sua nonna. Vero?». 

Vero. Nel suo libro parla per la prima volta di suo padre. 
«Ci ho messo anni a capire che era importante condividere con gli altri quello che mi ha insegnato. La sua tenerezza. Le sue fragilità. Ho scoperto con fatica la storia dei miei nonni, ho saputo con ritardo che mio nonno insegnò a Zeffirelli e lavorò con Modigliani. E che in quarant’anni da dipendente dell’Accademia della Belle Arti, non fece mai la tessera fascista. Seppi che mia madre aiutava le donne in difficoltà, a Venezia, solo al suo funerale: vidi molte ragazze, ne fermai una, le chiesi perché fosse lì e mi rispose: ma non sai che cosa ha fatto tua mamma per tutte noi in questa città? Non è mai un errore raccontare. Ho avuto la fortuna di avere intorno uomini e donne straordinarie». 

Con la felicità che facciamo? 
«La cerchiamo». 

Esiste? 
«No».
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